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Cercare e dare la Verità (storia di un viaggio spirituale)

4 marzo 2016

Molto volentieri pubblichiamo qui la testimonianza sofferta di un giovane alla ricerca di Dio e della Sua verità. La storia che Giuseppe ci narra, con semplicità ma ardore, descrive la situazione di tutti coloro, che, partiti dalla tradizione religiosa familiare, hanno poi scoperto il valore della Bibbia e la fede in Cristo. Difatti, «la fede viene dall’udire e l’udire viene dalla Parola di Cristo» (Romani 10:17).

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Giuseppe Di Dio (Genova, 11 luglio 1986) è membro della Chiesa di Cristo in Alessandria.

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Come la stragrande maggioranza degli Italiani, anche io provengo da una famiglia di religione “cattolica”. Dunque, la tipica famiglia cattolica italiana … I miei genitori si sono sempre professati “cattolici non praticanti”. Anch’io non mi ponevo affatto il problema del non praticare, perché crescendo in un contesto in cui non si parlava mai di Dio per me non era essenziale approfondire l’argomento. In tenera età i miei genitori mi hanno “battezzato”. Al battesimo hanno fatto seguito comunione, cresima, confessioni, catechismo, secondo il normale iter previsto dal cattolicesimo.

In casa dei miei genitori non si bestemmiava (e non si bestemmia tutt’ora) perché tutti sapevamo che era sbagliato (il prete lo ricordava continuamente). Alla fine delle elementari, il prete cercava qualche chierichetto (ne aveva parlato a catechismo) ed io mi ero proposto, non chiedendomi che cosa andassi a fare perché semplicemente “era una cosa di Chiesa”, che io ritenevo giusta. I miei genitori, ovviamente, mi lasciavano fare. Iniziai perciò il percorso in cui tutti questi bimbi aiutavano il prete nella funzione della domenica. La cosa che mi divertiva di più era indossare quella tunica bianca con strisce rosse centrali; mi piaceva sentire l’odore d’incenso. Non si pesava il perché e il come si facevano le cose: esse si facevano perché si pensava che dovessero essere fatte così. È triste pensare che, molto spesso nel cristianesimo, si pensa di fare la volontà di Dio senza esaminare ciò che si fa.

Mentre frequentavo la scuola media pian piano iniziai ad allontanarmi dai riti cattolici e a credere sempre meno in Dio. Non capivo molte cose e spesso mi ponevo molte domande. Qualche esempio: perché Gesù è morto sulla croce? Perché moriamo? Perché tanti Cattolici festeggiano solo il Natale e la Pasqua, mentre nel resto dell’anno non si curano di andare in “chiesa”?

Chiedevo queste cose o ai miei genitori o a chi pensavo capisse qualcosa, ma nessuno mi dava mai spiegazioni convincenti o esaustive. Erano tutte risposte imprecise, vaghe o “per sentito dire”. Non mi potrò mai scordare un episodio che sembra abbastanza curioso, ma poi con il passare del tempo ho capito quanto denoti l’ignoranza biblica che regna in Italia: mia mamma stava sistemando la tavola per mangiare e prima d’iniziare io chiesi a mio papà: «Papà, ringraziamo Dio perché ci ha dato il cibo; mi hanno detto che è giusto farlo». Mio papà rispose: «invece di ringraziare Dio ringrazia me, che vado a lavorare e che con i soldi compro il cibo … mangia e non dire fesserie».

Con l’inizio delle scuole superiori, mi allontanai definitivamente dalla “Chiesa”. Per un periodo non mi posi più alcuna domanda. Semplicemente ero arrivato alla conclusione che “Dio non esiste”. La mia adolescenza proseguì normalmente, come quella di molti coetanei: la prima “cotta”, la prima sigaretta, la continua voglia di trasgredire le regole e di far vedere di essere forte. Era tutto una sfida, un susseguirsi di emozioni. Purtroppo, per colpa delle compagnie e della mia voglia di fare, spesso sono finito nei guai; i miei genitori hanno sempre fatto del loro meglio. Mio papà è sempre stato un gran lavoratore e non ci ha mai fatto mancare nulla, e mia mamma era la classica donna che non lavorava e si occupava dei figli: sono stati e sono tuttora buoni genitori e da loro ho imparato molto a livello umano.

Nella mia gioventù una delle mie paure più ricorrenti era invecchiare per poi morire; non potevo credere che tutte le persone vivono la loro vita e poi muoiono: ciò non aveva senso e mi dicevo che, se le cose stavano così, non valeva neppure la pena di nascere!

Alle scuole superiori chiesi ai miei genitori di non farmi partecipare all’ora di religione, ma loro si opposero dicendomi che non era bene non partecipare a tali lezioni. Io non ho mai capito perché i miei genitori, pur non frequentando la “Chiesa” e non rispettando i dogmi cattolici, ci tenessero così tanto che io frequentassi l’ora di religione. Per me era una noia mortale, una di quelle ore interminabili. Preferivo fare fisica o chimica (materie che pure odiavo) che non l’ora di religione. Invidiavo quegli studenti i cui genitori non facevano frequentare loro l’ora di religione perché stavano in un’altra aula e facevano quello che volevano.

Ricordo ancora distintamente l’insegnante di religione: aveva i capelli ricci neri e gli occhiali con lenti abbastanza spesse ed era molto colto. Le ore di religione erano quasi sempre dedicate a dibattiti politici: era l’età degli ideali, con gli studenti di “sinistra” da un lato e quelli di “destra” dall’altro. I primi si adoperavano tantissimo in riunioni, assemblee, manifestazioni, occupazioni e altro, i secondi erano molto attaccati agli ideali della nazione e, talora, della razza. Queste due fazioni scolastiche erano spesso in conflitto e giungevano talvolta anche alle mani.

Una mattina, mentre stava finendo l’ora di religione, il professore ci disse che bisognava comprare un libro che serviva per andare avanti con le lezioni: «comprate la Bibbia, rigorosamente nella versione CEI». Io giacevo nell’ignoranza più totale: non sapevo neanche che cosa fosse la Bibbia! Sembra incredibile ma era la prima volta che sentivo nominare questo libro! Tornato a casa, riferii a mia madre la richiesta del professore. Me ne comprò una (quella Bibbia è ancora a casa dei miei genitori; ha una copertina blu con scritte dorate). Chiesi a mia mamma che cosa fosse scritto in quel libro e lei rispose che c’era la storia di Gesù e altre storie, ricordandomi che era quel libro che il prete ogni tanto apriva per leggervi qualcosa.

Questa Bibbia faceva avanti e indietro da scuola, ma alle lezioni probabilmente venne aperta una sola volta nel arco degli anni. Appena finita la mia carriera scolastica (tutto sommato deludente), riposi la Bibbia in libreria a prendere polvere, non preoccupandomi più della sua presenza.

La mia gioventù proseguì. Religiosamente parlando, ricordo i cenoni di Natale quando mia mamma si affannava a fare l’albero e il presepe e si professava che a Natale si è tutti più buoni (lo si dice anche adesso). Ho memoria anche della Pasqua, che non capivo perché si festeggiasse (penso che moltissimi ancora non capiscano la ragione di molte feste cattoliche).

Finita la scuola, andai a lavorare. Sotto l’aspetto religioso, quello fu il periodo più buio: mi dimenticai totalmente di Dio, pur ponendomi talvolta le solite domande (a cui però non davo più molto importanza). Continuavo la mia vita tra lavoro e casa (nel frattempo ero andato a vivere da solo). Un giorno al lavoro conobbi una persona diversa dalle altre: molto gentile ed educata e mai troppo nervosa. Io, in maniera molto sfacciata, gli chiesi: «Come mai sei così strano?». Egli mi rispose di essere un Testimone di Geova (d’ora innanzi: TdG). In passato li avevo sentiti nominare, ma non mi ero mai soffermato a chiedermi che cosa credessero e facessero. Gli chiesi di spiegarmi meglio, e mi informò che seguivano alla lettera ciò che era scritto nella Bibbia. A sentire questa parola, il mio interesse crebbe perché a tutte le domande che facevo mi sapeva rispondere e nominava spesso la Bibbia. Parlavamo sovente ed io lo tempestavo di domande. Un giorno mi invitò a una riunione, ma io declinai l’offerta dicendogli che non ero disposto a rinunciare a cose che a me piacevano tanto. Il giorno seguente mi portò alcuni opuscoli da leggere e iniziai a capire il movimento. Tuttavia, la cosa non mi intrigava molto e allora mi disinteressai nuovamente di tutto ciò che aveva a che fare con Dio.

Conosciuta quella che è adesso mia moglie, andammo a convivere. Io ero un acerrimo nemico del matrimonio, da me ritenuto un legame inutile che complicava le cose se un giorno non avessimo voluto più stare insieme. Quindi, per qualche anno convivemmo. Nel frattempo nacque nostro figlio. Era un bel periodo e io ero tranquillo, pensando di aver raggiunto tutto quello che si poteva conquistare.

Un giorno di primavera tornai da lavorare e la mia convivente mi disse: «sai che è venuta una TdG; abbiamo parlato un po’ e quello che dice è interessante». Da lì a breve lei iniziò a studiare con i TdG, a frequentare la “commemorazione” e via dicendo. Mi raccontò che per i TdG la commemorazione è il ricordo del sacrificio di Gesù; si passano il pane e vino, ma secondo loro solo gli “unti” possono mangiare e bere (anche se ancora non ho capito chi siano questi unti; credo non lo sappiano neppure loro!).

Tempo dopo anch’io cominciai a pensare spesso a Dio e alla sua esistenza, finché un giorno dissi a me stesso: «Devo leggere questa benedetta Bibbia, così posso capire anche io!». Ricordo che una sera andai a casa di mia mamma e presi la famosa Bibbia delle superiori, quella blu. Iniziai a leggere dal Vangelo di Matteo e quanto più la leggevo, tanto più la lettura mi prendeva. Non riuscivo a fermarmi: avevo voglia di sapere e capire (anche se a dire la verità tante cose le avrei approfondite e capite solo in seguito).

Una sera d’estate accettai un incontro con un TdG: volevo un confronto per capire se erano nella verità. A casa mia parlammo per circa due ore; però, ad alcune mie domande, il mio interlocutore era in seria difficoltà e non riusciva a rispondermi. Allora mi chiesi: «Com’è possibile che leggo la Bibbia da pochissimo e già li ho messi in difficoltà? C’è qualcosa che non va!». La cosa che mi infastidiva di più era che volevano usare unicamente la loro “Bibbia”, dicendomi però allo stesso tempo che le altre andavano bene … difatti, usando la famosa Bibbia blu riuscì a metterli in difficoltà dopo pochi minuti di conversazione. Ci invitarono ad una loro riunione del giovedì sera e io accettai di buon grado, perché comunque credevo che prima di giungere a conclusioni avrei dovuto esaminare meglio il loro modo di essere e di fare il culto. Appena entrati, i presenti mi giravano attorno e, pur salutandoci con un sorriso a trentadue denti, mi guardavano in maniera diversa perché non avevo la cravatta (ma maglietta e jeans). Mi sentivo un appestato. Ci sedemmo e subito dopo iniziò a parlare un uomo sulla quarantina, tutto ben vestito e senza un filo di barba. Purtroppo fu subito una delusione; leggeva invece di parlare e si vedeva che era un discorso dettato da qualcuno. A quel punto iniziai a capire che i TdG non erano la strada giusta e anche la mia futura moglie finalmente aprì gli occhi.

Iniziai a leggere la Bibbia con un fervore inaudito, come se non ci fosse un domani, in cerca della “vera” Chiesa, ma tutte le volte che mi sembrava di aver trovato la Chiesa giusta trovavo alcuni passi biblici che erano in contrasto con tale chiesa!

Un giorno parlai con un evangelico pentecostale. Il suo parlare mi travolse e pensai di aver finalmente trovato la vera chiesa. Tornai a casa e dissi alla mia compagna che la domenica seguente saremmo andati al loro culto. Si teneva in una vecchia chiesa cattolica ormai sconsacrata. Ricordo che vi erano moltissime persone. S’iniziò a lodare il Signore con una musica assordante; l’ambiente era strano e anche un po’ tetro. La mia compagna mi sussurrò: «secondo me sono matti!». Le dissi di no, ma anch’io ero della stessa idea. Poco prima dell’inizio del culto, passò il “pastore” e ci diede un cioccolatino. Non credevo ai miei occhi: si faceva di tutto tranne che parlare del Signore! E pensai: «ma dove sono capitato?!?». Finalmente ebbe inizio una “specie” di culto; dico “specie” perché i presenti facevano cose strane: c’era chi si rotolava per terra, chi piangeva, chi sveniva, chi saltava, chi urlava; nel mentre il “pastore” urlava pure lui, nel caos totale. Noi eravamo impietriti, attoniti e non potevamo credere a quello spettacolo; ancora oggi, ripensando a quella mattinata, sorridiamo ma in quel momento eravamo veramente spaventati! Dopo quest’ultimo evento decisi di lasciar stare la Chiesa evangelica capendo che Dio non poteva volere una “Chiesa del Disordine”.

Incontrai poi un mormone, che, dopo poche parole, si trovò in seria difficoltà e non era in grado di rispondermi. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile che vi siano sedici milioni di mormoni sparsi per il mondo. Io credo e ho sempre creduto che per appartenere a una determinata religione si debba esaminare a fondo ciò che predica. Il libro di Mormon (che in seguito ho letto), oltre a non essere di provenienza divina, è pieno di errori storici, tali da essere notati anche da chi ha studiato pochino. Ma essi non lo volevano ammettere (spesso mi capita di parlare con persone che anche davanti all’evidenza più lampante si ostinano a negare!).

Dopo l’incontro con il mormone ero deluso e sconfortato. Cominciai a pensare che sì la Bibbia è vera, che Dio esiste ma che la vera Chiesa non esiste poiché tutte quelle con cui ero entrato in contatto si contraddicevano con la Bibbia stessa, fatto per me inammissibile; infatti, tutti dicevano di seguirla ma alla fine nessuno la seguiva per davvero, come veramente il Signore esige.

Ero arrivato a un punto morto, in una fase nella quale non sapevo che cosa fare. Tra me e me dicevo: «continuiamo a leggere la Bibbia; troverò prima o poi la risposta perché è impossibile che non esista la vera Chiesa di Dio!».

Leggevo la Bibbia per ore e ore, al punto di avere il mal di testa. Spesso nella Bibbia leggevo che bisogna pregare il Signore, ma io non lo facevo perché mi vergognavo e dentro di me pensavo: «come si prega? Come potrà mai ascoltarmi se convivo? Dico un sacco di parolacce! Mi arrabbio facilmente e spesso tratto male il prossimo!». Ricordo ancora la mia prima preghiera: mi misi vicino al letto come fanno i bimbi nei film, mi inginocchiai e iniziai a pregare. In quel momento uno strano sentimento mi invase, un misto tra vergogna e felicità. Mi sentivo strano perché nella mia vita non avevo mai pregato come insegna la Bibbia, ma avevo solo recitato preghiere in stile cattolico, cantilene per nulla sentite. Finita la preghiera, ero contento per una serie di motivi: avevo oltrepassato un ostacolo per me assai arduo, avevo chiesto al Signore perdono, avevo capito di essere totalmente nel peccato, chiedendogli di indicarmi il giusto cammino. Dopo poco tempo io e la mia convivente decidemmo di sposarci. Negli anni precedenti lei insisteva ma io non ne volevo sapere (mi sembrava una cosa inutile), alla fine cedetti e menomale! Ci sposammo in Comune con pochi invitati, giusto i primi parenti; fu un matrimonio molto semplice e arrangiato, dati i pochi fondi a disposizione.

Durante il congedo matrimoniale, ero come al solito alla ricerca di quella verità che non riuscivo a trovare. Ero al computer, davanti alla pagina di Google, con il cursore che lampeggiava in attesa di essere stimolato. Scrissi la frase più semplice: “la vera Chiesa di Cristo”. Apparvero un po’ di siti internet che facevano riferimento a comunità di credenti che si riunivano nel nome di Cristo e che seguivano solo il credo biblico e non i credi derivanti da filosofie umane. Pur avendo letto probabilmente tutti i siti a cura delle Chiese di Cristo in Italia, rimasi con i piedi per terra date le deludenti esperienze passate.

Esaminando i siti internet delle varie Chiese di Cristo, mi accorsi che la più vicina a casa mia (venticinque chilometri) era in Alessandria. Decisi di conoscere questa Chiesa. Subito ne parlai a mia moglie, ma lei era scettica e non volle venire perché era rimasta spaventata dall’esperienza fatta con i pentecostali.

Ricordo che il sabato sera prima di visitare per la prima volta la Chiesa di Cristo in Alessandria, guardai il meteo, che annunciava una domenica piovosa; la domenica mattina, appena uscito da casa, notai invece che non pioveva affatto ma che un bel sole risplendeva in cielo. Guidando alla volta di Alessandria, pensavo a mille cose. Arrivai al locale, piccolo e modesto, senza simboli o cose simili, ma con una semplice insegna con la scritta: “Sala riunioni della Chiesa di Cristo”. Niente di appariscente, tutto molto sobrio. Entrai un po’ imbarazzato poiché erano presenti solo cinque persone: quattro donne e un uomo, Maurizio, a cui chiesi se mi potevo sedere e ascoltare e se dopo gli avessi potuto fare qualche domanda; mi rispose che non c’era problema. La mia impressione iniziale non fu delle migliori, perché se si pensa a Dio e alla sua Potenza mai avrei potuto prendere in considerazione che quella era la Chiesa giusta, troppo semplice e poi erano pochini … non potevo credere che quel Dio così potente potesse riunirsi lì con quelle cinque persone. Per me era inconcepibile.

Maurizio è un uomo molto semplice e umile e quando si mise a parlare, dopo una preghiera e un canto, rimasi colpito chiedendomi: «ma com’è possibile che conosca così bene la Bibbia?». Appena diceva qualcosa invitava gli ascoltatori a prendere il versetto che confermava tutto quello che diceva. Non potevo credere che una persona così umile e con un lessico modesto potesse spiegarmi la Bibbia come mai avevo sentito prima, come nessun “pastore” o “prete” o chiunque altro era stato in grado di fare. Ma la cosa che mi stupiva di più era che ogni argomento veniva esaminato Scrittura alla mano e che in quello che veniva detto traspariva amore, un amore che non si vede spesso, quell’amore di parlare di un qualcosa di cui sei innamorato profondamente, quell’amore unico e incancellabile che finché non si prova non si può capire, ma solo trasmettere.

Sentivo dentro di me che quelle poche persone avevano un “qualcosa” che le teneva dentro un locale semplice umile; finito il sermone cantarono, pregarono e poi presero il pane e il vino. Abituato al cattolicesimo, credevo che solo Maurizio avrebbe preso il pane e il vino e invece notai che tutti loro che si definivano solo CRISTIANI mangiarono pane e vino. Prima della colletta fu specificato che non chiedevano soldi a chi non era della loro comunità. Fui colpito al punto tale di pensare: «ma come? Ovunque vada, tutti chiedono soldi e questi invece non lo fanno? Non è possibile! Mi sa che questi ci credono veramente!».

Finito il culto mi avvicinai a Maurizio per porgli molte domande; confesso che un po’ lo feci per metterlo in difficoltà, ma invano: rispose ad ogni mia domanda senza esitazione e senza incertezze e con i passi biblici che attestavano quello che diceva. Non credevo alle mie orecchie! Uscii di lì contento perché “forse” avevo trovato la Chiesa di Dio, ma allo stesso provavo vergogna perché erano pochini. Che cosa avrei detto alle persone? Come avrei potuto spiegare che avevo trovato la Chiesa di Cristo e poi dire che erano cinque? Ero felice sì ma allo stesso tempo provavo vergogna e paura.

Iniziai a frequentare la Chiesa di Alessandria, senza dirlo a nessuno se non a mia moglie, che non approvava il fatto che mi assentassi ogni domenica e mercoledì sera. Ma per me, in quel momento, il suo dissenso non contava. Sentivo che era troppo importante per me, sentivo che avrei dovuto continuare ad approfondire ed esaminare. Non scorderò mai un episodio: un mercoledì sera andai al locale per seguire lo studio. Ero partito molto presto e così arrivai davanti al locale che era ancora chiuso. Mentre aspettavo vidi in lontananza alcuni miei amici che percorrevano il marciapiede in mia direzione. La paura mi assalì e mi nascosi, dato che non volevo farmi vedere lì. E se mi avessero deriso? E se lo avessero detto in giro? Adesso provo molta vergogna per quell’episodio, e chiedo ancora perdono al Signore.

Continuavo a frequentare la comunità di Cristo in Alessandria e ad ogni mia domanda, come per magia, mi veniva data risposta! Ero stupito positivamente dal fatto che si comportavano come una famiglia. Non era il semplice radunarsi per studiare: quelle persone si volevano veramente bene! Era tutto strano, ma pure tutto molto bello. Nessuno mi fece mai pressione per battezzarmi, ma dopo circa tre mesi, sentendone una forte necessità, chiesi il battesimo. Rinascere in Cristo consapevolmente è una sensazione unica fantastica che spesso noi cristiani tendiamo a dimenticare: quello è stato il nostro grande giorno! Si tratta di emozioni uniche che vanno custodite dentro di noi, e in ogni momento di difficoltà andrebbero tirate fuori come una bandiera, perché sono emozioni che recano gioia e portano testimonianza! Iniziai un cammino, un nuovo cammino, anzi IL CAMMINO, quello che ti porta alla salvezza e che nella vita ti dona quella speranza unica. Spesso noi cristiani sottovalutiamo il fatto di essere tali. Il cristiano fa parte di un Regno unico ed essere aggiunto dal Signore a questo regno (Atti 2:47) è qualcosa di unico e insostituibile che porta benefici stupendi.

Dopo un anno dal mio battesimo, anche mia moglie decise di battezzarsi e rinascere in Cristo. Una considerazione necessaria, a questo punto: quando in famiglia si hanno persone che non sono cristiane e noi diciamo di amarle, le amiamo abbastanza da parlare loro del Vangelo? Noi parliamo di dottrina ed esaminiamo le Scritture a fondo (e ciò è sacrosanto!), ma quando parliamo con le persone riusciamo a trasmettere loro l’amore unico per la Parola di Dio? Non dobbiamo essere soltanto insegnanti della Parola perché la gente, guardandoci negli occhi, deve incrociare quella passione e quell’ardore che ci devono contraddistinguere rispetto al semplice leggere / scrivere / parlare. Essere cristiani è soprattutto l’aiutarsi vicendevolmente per giungere all’altezza del Cristo: ecco il motivo per cui cristiani crescono e non si “siedono” …

«E il regno e il dominio e la grandezza dei regni che sono sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo; il suo regno è un regno eterno, e tutti i domini lo serviranno e gli ubbidiranno» (Daniele 7:27)

Giuseppe Di Dio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Versetti sulla divinità di Gesù

10 dicembre 2015                        

 

(Le citazioni bibliche sono tratte dalla Nuova Riveduta.)

 

Non sono pochi coloro che si dichiarano “cristiani” (anche nella Chiesa di Cristo), ma che hanno difficoltà a riconoscere la deità di Gesù Cristo, il Messia.

Al fine di fugare ogni dubbio sul fatto che Gesù è anche Dio, riporto di seguito i passi della Scrittura nei quali viene attestata la divinità del nostro Salvatore Cristo Gesù.

Riferendosi chiaramente a Esodo 3:13-15 (in cui il Creatore affida a Mosè il compito di guidare il Suo popolo fuori del paese d’Egitto, e gli rivela il Suo nome), nel vangelo di Giovanni, Gesù Cristo, il Messia, si dichiara Dio.

Esodo 3:13-15

«Mosè disse a Dio: “Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. Poi disse: “Dirai così ai figli d’Israele: L’Io sono mi ha mandato da voi”. 15 Dio disse ancora a Mosè: “Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione».

Ecco i versetti di Giovanni in cui Gesù rivela la sua deità (Egli si dichiara Dio).

Giovanni 8:24

«Perciò vi ho detto che morirete nei vostri peccati; perché se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati».

Giovanni 8:28

«Gesù dunque disse loro: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono, e che non faccio nulla da me, ma dico queste cose come il Padre mi ha insegnato».

Giovanni 8:58

«Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico: “prima che Abraamo fosse nato, io sono”».

Giovanni 13:19

«Ve lo dico fin d’ora, prima che accada; affinché quando sarà accaduto, voi crediate che io sono».

Giovanni 18:5

«Gli risposero: “Gesù il Nazareno!”. Gesù disse loro: “Io sono”. Giuda, che lo tradiva, era anch’egli là con loro».

Giovanni 18:6

«Appena Gesù ebbe detto loro: “Io sono”, indietreggiarono e caddero in terra».

 

Ecco altri passi della Sacra Scrittura che indicano la deità di Gesù.

Giovanni 1:1-18

«Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati né da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio. E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: “Era di lui che io dicevo: Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me”. Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia. Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere».

1Giovanni 5:20

«Sappiamo pure che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato intelligenza per conoscere colui che è il Vero; e noi siamo in colui che è il Vero, cioè, nel suo Figlio Gesù Cristo. Egli è il vero Dio e la vita eterna».

Tito 2:13

«Aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù».

2Pietro 1:1

«Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a coloro che hanno ottenuto una fede preziosa quanto la nostra nella giustizia del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo».

Ebrei 1:7-8

«E mentre degli angeli dice: “Dei suoi angeli egli fa dei venti, e dei suoi ministri fiamme di fuoco”, parlando del Figlio dice: “Il tuo trono, o Dio, dura di secolo in secolo, e lo scettro del tuo regno è uno scettro di giustizia”».

Romani 9:5

«ai quali [Ebrei] appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen!».

Giovanni 1:18

«Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere».

Colossesi 2:8-9

«Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vari raggiri secondo la tradizione degli uomini e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità».

Filippesi 2:6

«il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente».

 

In Isaia 9:5-6, il profeta, con sette secoli di anticipo, chiama il Messia: “Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace”.

«Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato. Sulle sue spalle riposerà l’impero, e sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace. Non ci sarà fine all’incremento del suo impero e pace sul trono di Davide e sul suo regno, per stabilirlo fermamente e rafforzarlo mediante il giudizio e la giustizia, ora e sempre. Questo farà lo zelo dell’Eterno degli eserciti».

Alcuni titoli di Cristo Gesù possono aiutare chi legge a comprendere meglio le caratteristiche del Messia.

  • RE DEI RE E SIGNORE DEI SIGNORI, Apocalisse 19:16.

Bruno Padoan

 

 

Due domande sulla divinità di Gesù

 

18 novembre 2015

 

Un lettore ci ha posto due domande circa la divinità di Gesù. Questa la replica.

 

Caro * * *,

Rispondo ai Suoi due quesiti. E rispondo in proprio, come cristiano che intenda seguire unicamente il Nuovo Testamento. Non sono né il seguace né il rappresentante di alcuna “teologia”, creata da singole persone o da “chiese”. Cerco di studiare la Parola di Dio e di applicarla concretamente alla mia vita di credente in Cristo Gesù. Altrettanto fanno i membri della Chiesa di Cristo in Pisa. Ciò ci permette di essere assemblea di Cristo in Pisa in tutta libertà e pienezza spirituale. Ci ritroviamo insieme perché abbiamo i medesimi fondamenti spirituali riscontrabili nella Parola di Dio.

Le mie risposte ai Suoi quesiti esprimono la mia più profonda convinzione circa la figura e l’opera di Gesù di Nazareth. Ciascuno risponderà personalmente a Dio onnipotente nel giorno del giudizio finale.

Le mie risposte saranno quanto più sintetiche possibili, perché credo profondamente che siffatti formidabili argomenti (tra cui quello della divinità di Gesù, oggetto della Sua richiesta) debbano essere trattati de visu in tutta la loro ampiezza.

Per me, parlare della divinità di Gesù significa attenermi esclusivamente al dato biblico. Tutte le ricerche e le dottrine venute dopo il Nuovo Testamento non m’interessano: mi riferisco alla cosiddetta “trinità” o alle idee di Ario o di Pinco Pallino. Spiegare la realtà di “tre persone in un unico Dio” o cose del genere non spetta a me; anzi, credo proprio che non sia competenza di nessuno, vista l’impossibilità. Le affermazioni della Bibbia possono certamente essere “spiegate” quando esse siano indiscutibilmente chiare e comprensibili alla ragione del credente perché la Bibbia stessa le spiega. La “teologia” creata alla morte dell’ultimo apostolo (Giovanni) ha precipitato il cosiddetto “mondo cristiano” nella confusione e, quindi, nella contestazione. È per questa ragione che, ai fini della salvezza, io non considero tutto il pensiero posteriore al Nuovo Testamento. Studiare questo pensiero, questa teologia è un’afflizione dello spirito (cfr. Paolo ad Atene: Atti 17:16).

Dico solo che PER ME (e per molti altri cristiani come me sparsi in tutto il mondo) la Sacra Scrittura dichiara senza dubbio che Gesù di Nazareth è Dio. Dio “maiuscolo”, dio “minuscolo”? “Il Dio” o “un dio”? “Dio maggiore” (non do maggiore …) o “dio minore”? Mah.

Rispondo alla Sua prima domanda («Esistono dei versetti dai quali si possa concretamente dedurre che Gesù sia Dio?»):

Sì, i versetti sono i seguenti:

Giovanni 1:1-18.

Tito 2:13.

2Pietro 1:1.

Ebrei 1:8.

Romani 9:5 – Non essendovi interpunzione nei manoscritti originali, qui si può tradurre in due modi: «ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen!»; «ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo. Dio, che è sopra tutte le cose, sia benedetto in eterno. Amen!». La maggior parte degli studiosi, per motivi sia grammaticali sia stilistici in Paolo, propende per la prima resa («il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno»).

Giovanni 1:18 – In questo versetto, la critica testuale è incline a considerare che “Unigenito Dio” sia lezione migliore e più probabile di “Unigenito Figlio”.

Efesini 5:5 – Qui è assai significativo che «di Cristo e Dio» siano uniti, nell’originale greco, in un solo articolo.

Inoltre, a livello concettuale occorre considerare alcuni altri versetti:

Colossesi 2:9.

Filippesi 2:6.

Ebrei 13:8.

Per me questi possono bastare. Nessun Ebreo del tempo di Gesù (e i primi cristiani erano tutti Ebrei …), si sarebbe minimamente sognato persino di adombrare la realtà della divinità di Gesù se essa non fosse stata tale per lui (cfr. sopra il caso di Romani 9:5; Efesini 5:5; Filippesi 2:6).

Leggendo il Nuovo Testamento per filo e per segno, io traggo l’assoluta sicurezza che per i primi cristiani Gesù era Dio, e che per questo il Suo sacrificio (vedi lettera agli Ebrei) aveva un valore perfetto riguardo alla salvezza del genere umano. Per me, Arrigo Corazza, il Nuovo Testamento insegna che Gesù è Dio (e qui mi fermo, come spiegato sopra).

Rispondo ora alla Sua seconda domanda («Un cristiano che non crede che Cristo sia Dio ma crede che Gesù sia  il Figlio di Dio, il Messia, l’Unto del Signore, e quindi crede  che Gesù è Colui che si è sacrificato sulla croce per liberarci dai nostri peccati, [ribadisco: pur non credendo che Gesù sia Dio] è salvato ugualmente o professa una dottrina differente da quella esposta dalla Bibbia?»).

Stante la divinità di Gesù, non può esservi un figlio di Dio, un messia (unto del Signore) e via dicendo, che non essendo Dio, possa conferire la liberazione dai nostri peccati. O Gesù è Dio, l’Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo (Giovanni 1:29), oppure è soltanto uno dei tanti angeli, messia, bravi personaggi o maestri che hanno calcato le vie del mondo. Il Salvatore è Dio, non la creatura di Dio.

Distinti saluti,

Arrigo Corazza 

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«Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; perché se non credete che io sonomorirete nei vostri peccati» (Giovanni 8:24)

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«Colui che non riconosce la divinità di Gesù Cristo non accetta pienamente il vangelo di Cristo. Nel vangelo non vi sono mezze verità, o mezze misure; o si accetta totalmente il vangelo, o non lo si accetta affatto» (Bruno Padoan)

 

 

Libertà dalla falsa coscienza

26 luglio 2014

 

Ancor più degli Ebrei (sui quali vedi in questa sezione l’articolo: Libertà dalla legge mosaica), i non-Ebrei (detti “gentili”, oppure “pagani”, dai termini latini gens e pagus “villaggio, borgo, distretto”), lasciati a se stessi, si vedono impossibilitati a raggiungere uno stato adeguato nei confronti della divinità. È proprio vero quanto scritto in Rm 11:32: «Poiché Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza, per far misericordia a tutti». Dio offre a tutti misericordia, salvezza, perché tutti, Ebrei e non, sono rinchiusi nel peccato: i Giudei non possono uscirne per mezzo della Legge mosaica, ma tanto meno i pagani con le sole proprie forze, cioè unicamente attraverso un autogoverno della coscienza.

La coscienza umana, infatti, è come un orologio che va regolato in base ad un riferimento fisso, assoluto: vale a dire, la Parola di Dio (se così non avvenisse, allora sarebbe il caos assoluto: e dimostrazione di ciò è appunto il relativismo odierno). Senza la verità, possiamo in qualche caso andare vicini alla virtù, a qualche accettabile aspetto del nostro rapporto con Dio, ma molto più spesso ne restiamo tragicamente distanti e facciamo naufragio.

È vero che quando, «per natura», in qualche caso adempiamo (pur senza conoscerla) la legge del Signore, dimostriamo che Dio l’ha «scritta» nei nostri cuori (Rm 2:14-15); ma è altrettanto vero che complessivamente ci traviamo con una facilità incredibile, al punto che non possiamo negare la validità dell’affermazione: «Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è alcuno che faccia il bene» (Sal 14:1; cfr. Rm 3:12).

I passi contenuti in Rm 1:18ss. elencano senza mezzi termini il degrado etico del mondo greco-romano, nel quale gli uomini, «inescusabili» e «insensati», «dichiarandosi savi, sono diventati stolti», con «una mente perversa», ripieni d’ogni sorta di male. In una sola espressione, ancora, davvero schiavi di se stessi, credendosi liberi ed essendo invece servi delle proprie «passioni infami». Ora, se la presenza di brani biblici quali Rm 1:18-32 impressiona a fondo per lo squallore che descrive, squallore di allora? Che dire dello squallore di oggi? Dunque, non tanto: «Poveri loro, poveri pagani!», quanto piuttosto: «Poveri noi!». Infatti, le aberrazioni descritte da Paolo nel brano citato, se paragonate a quel che si vede in giro oggi, sembrano davvero poca cosa. Si pensi, solo per fare un esempio, alla palese approvazione da parte di molti (individui e Stati) circa l’omosessualità, sempre condannata dalla Parola di Dio (Antico e Nuovo Testamento). Dopo duemila anni di “cristianesimo” non si dovrebbe avere una morale migliore rispetto a quella dei pagani? In una nazione cosiddetta “cristiana” quale la nostra, non si dovrebbe al contrario vivere in modo assai più dignitoso, corretto, pulito, sì da rispettare i valori di Dio e quelli del prossimo? Dov’è andata a finire la “morale” (se davvero c’è n’è mai stata una degna di questo nome) di un tempo?

Il nocciolo della questione è che la creatura umana, priva di Dio, e mossa dalla propria “coscienza”, vive in uno stato di terribile e pericolosa desolazione. E solo il Signore può liberarci dalla nostra «cattiva coscienza», lavandoci «con acqua pura» (Eb 10:22), ossia rigenerandoci completamente a immagine del nostro Creatore (cfr. Col 3:10). Non a caso, il battesimo in Cristo – momento culminante del percorso di conversione – ha fra i suoi aspetti quello della «richiesta di buona coscienza preso Dio», e grazie a ciò «salva anche noi mediante la risurrezione di Gesù» (1Pt 3:21).

L’obiettivo di Paolo era il seguente: «Io mi sforzo di avere continuamente una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini» (At 24:16). È questo sforzo – percorribile con successo unicamente grazie all’aiuto di Cristo – che ci emancipa interiormente, perché solo quando la nostra coscienza è sintonizzata con Dio siamo effettivamente liberi.

Valerio Marchi (2005)

 

Libertà dalla legge mosaica

26 luglio 2014

 

Spesso si ha la pessima abitudine, in religione, di non osservare le cose dal punto di vista storico. Ci siamo mai chiesti che cosa sarebbe stato il cristianesimo senza l’opera di un Paolo o di altri cristiani che, come lui, hanno operato per chiarire un punto fondamentale: dalla morte di Cristo in poi, tutti – Giudei e non Giudei – possono essere salvati senza dover passare attraverso la Legge di Mosè? Il cristianesimo sarebbe stato solo un’ulteriore suddivisione dell’ebraismo (quale in effetti veniva considerata dai Giudei: vedi At 24:5,14; 28:22).

È grazie a servitori di Dio siffatti se chi, non essendo ebreo, vuole convertirsi a Cristo, è libero dalla Legge di Mosè: non deve farsi circoncidere, non deve osservarne le prescrizioni rituali o d’altro genere, perché da Gesù in poi «l’uomo è giustificato mediante la fede [in Cristo] senza le opere della legge [di Mosè]» (Rm 3:28). La legge mosaica agì propedeuticamente in vista del Vangelo e fu data da Dio al popolo d’Israele (cfr. Sal 147:20). Essa servì essenzialmente per abituare a comprendere che v’è il Bene e v’è il male, ciò che Dio comanda e ciò che vieta, per «distinguere tra il santo e il profano, tra l’impuro e il puro» e per comprendere l’assoluta santità e giustizia di Dio a fronte della nostra condizione di peccatori (Lv 10:10; cfr. Rm 3:20).

L’educazione e la disciplina di Mosè furono – vista la bassa condizione morale del popolo – necessariamente rigide, rigorose, per cercare di portare coloro ai quali si rivolgeva dallo stato di bambini testardi, sviati e immaturi a quello di uomini fatti, pronti a ricevere il messaggio sublime della Buona Novella, per trovare il contatto più autentico e intimo possibile con il Padre celeste. La Legge fu dunque, per dirla con le parole di Paolo, come un «precettore», un duro pedagogo che indirizzava al Cristo, e sotto di essa gli Israeliti erano «come rinchiusi, in attesa della fede che doveva essere rivelata» (Gal 3:23-24). Essendo preparatoria, la Legge «non ha portato nulla a compimento» (Eb 7:19) e le sue prescrizioni furono imposte «fino al tempo del cambiamento», ossia del «patto molto migliore», quello di Cristo, sommo sacerdote «perfetto in eterno» (Eb 9:10; 7:22.28). Il Vangelo, invece, è in grado di donare la «libertà di entrare nel santuario [la compiuta, totale comunione con Dio], in virtù del sangue di Gesù, che è la via recente e vivente che egli ha inaugurato per noi» (Eb 10:19-20). L’A.T. contiene «solo l’ombra dei beni futuri» (Eb 10:1) e «genera a schiavitù» (Gal 4:24).

Le Sacre Scritture dell’Antico Patto – dando sì la coscienza della trasgressione, ma non la forza e i mezzi per uscirne in modo definitivo (cfr. Eb 9:9) – hanno «rinchiuso ogni cosa sotto il peccato»; perciò, la Gerusalemme dell’A.T. è «schiava con i suoi figli» (tutti coloro che ancora si sottopongono alla Legge di Mosè), mentre la «Gerusalemme di sopra», vale a dire la Gerusalemme celeste, alla quale conduce il Vangelo, è «libera ed è la madre di tutti noi», perché se siamo discepoli di Gesù «non siamo figli della schiava ma della libera» (Gal 4:22ss.; cfr. Eb 12:22; Ap 21:2). Rivolgerci nuovamente alla Legge significherebbe non essere più «saldi nella libertà con la quale Cristo ci ha liberati» per farsi invece ridurre nuovamente «sotto il giogo della schiavitù» (Gal 5:1). Il N.T. è «la legge perfetta», la «legge della libertà» (Gc 1:25, 2:12), scritta «non su tavole di pietra, ma sulle tavole di un cuore di carne», ed è il «nuovo patto, non della lettera, ma dello Spirito, poiché la lettera uccide, ma lo Spirito dà vita» (2Cor 3:3.6): «Io – aveva profetizzato l’Eterno – porrò le mie leggi nella loro mente e le scriverò nei loro cuori, e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo», aggiungendo: «E non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità» (Eb 8:10, 10:16-17; cfr. Ger 31:31-34).

Arrigo Corazza – Valerio Marchi (2005)

La vera libertà

23 luglio 2014

 

Gesù afferma (Gv 8:31-32) che solo dimorando nella sua Parola, ossia comprendendo e praticando i suoi insegnamenti, facendoli nostri, possiamo essere veramente suoi discepoli, sì da conoscere la verità e, perciò, la libertà.

Libertà: parola suggestiva, meta ideale di sogni, aspirazioni, rivendicazioni, lotte e anche rivoluzioni di cui individui, classi sociali e popoli sono stati da sempre protagonisti nella storia dell’umanità. Ma che cos’è la libertà secondo il Signore?

 

LA VERITÀ È LA PAROLA DI DIO

Secondo Gesù, solo la verità può renderci liberi. Senza di essa, rimaniamo imprigionati. Parlando nella sinagoga di Nazaret, il Messia annunciò – citando Is 42:7 – di essere stato unto (ossia “consacrato”) da Dio anche «per proclamare la liberazione ai prigionieri» (Lc 4:18); e certamente il Signore non stava parlando di amnistie generali che avrebbero fatto uscire i detenuti dalle carceri!

«La grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1:17); esse ci sono state comunicate nelle Sacre Scritture mediante l’opera dello Spirito Santo, «lo Spirito della verità», il quale ha guidato gli scrittori sacri «in ogni verità» (Gv 14:17, 15:26, 16:13). La verità di Dio santifica i credenti in Cristo (Gv 17:17-19): è la «verità dell’evangelo» (Col 1:5; cfr. Ef 1:13), amando la quale siamo salvati e rifiutando la quale veniamo invece rigettati da Dio (cfr. 2Ts 2:10-12).

La verità del Signore risponde alle domande-chiave della nostra esistenza (chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo) e ci apre orizzonti nuovi di speranza e di luce, conferendoci la forza di incamminarci su questa nuova strada. La verità è infatti quella Parola che, ricevuta da «un cuore onesto e buono», ci fa portare «frutto con perseveranza» nei confronti di Dio (Lc 8:15), consentendoci di metterci al suo servizio e purificando le nostre anime tramite l’ubbidienza alla santa volontà celeste (cfr. 1Pt 1:22).

La verità dice ciò che è bene e ciò che male dal punto di vista del Creatore (e non secondo le fallaci visuali umane), aiutandoci così nelle nostre scelte. La verità ha il potere di trasformare il nostro uomo interiore e di guidarlo verso una progressiva trasformazione: dall’«uomo vecchio» all’«uomo nuovo» (Col 3:9-10).

 

LIBERTÀ NON È …

… fare quello che ci pare (concetto, questo, che capiamo benissimo nella vita sociale e familiare). La libertà non è assenza di regole, oppure autoregolazione totale o parziale, bensì assoggettamento consapevole a ciò che è Bene. Nessuno di noi è Dio e tenderà a servire qualcuno o qualcosa (in ultima analisi, se stesso e Satana, ossia, come vedremo avanti, i peggior padroni!). In buona sostanza, si tratta soltanto di decidere chi si vuole servire (vedi bene Rm 6:16-18, 22-23).

Servire Dio significa dunque trovare la via della santificazione (che consiste nello spogliamento dall’impurità, dall’orgoglio, dall’egocentrismo e nel rivestimento di carità, purezza, giustizia), la via dell’eterna gioia e della vera libertà.

 

LA LIBERTÀ È LIBERTÀ DAL PECCATO

I Giudei ai quali Gesù si rivolgeva replicarono sostenendo di non avere alcun bisogno di diventare liberi giacché non erano mai stati schiavi di alcuno. Ma si sbagliavano (cfr. Gv 8:33). Il problema risiedeva nel fatto che essi non si riferivano allo stesso tipo di libertà della quale parlava Gesù. Subito dopo, infatti, il Maestro precisò: «Chi fa il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8:34).

Quei Giudei, come tutti gli uomini, secondo Gesù erano dunque servi del peccato che abitava in loro («Perciò vi ho detto che morirete nei vostri peccati, perché se non credete che io sono, voi morirete nei vostri peccati»: Gv 8:24), e perciò schiavi di se stessi. Solo l’Unto di Dio può liberarci dal terribile padrone che ognuno di noi è per se stesso: «Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi» (Gv 8:36). Veramente discepoli, veramente liberi: non solo nominalmente discepoli, non solo fisicamente liberi. La libertà, dunque, è essenzialmente libertà dal peccato («liberami da tutte le mie colpe»: Sal 39:8), processo di affrancamento da quel groviglio di ignoranze, disattenzioni, superficialità, debolezze e molto spesso volontarie trasgressioni della legge divina (il peccato, per definizione, è proprio «violazione della legge» di Dio: 1Gv 3:4), che fa di tutti noi (chi in un modo chi in un altro, chi in una misura chi nell’altra) uomini peccatori, «privi della gloria di Dio» (Rm 3:23), destinati ad essere «puniti con la distruzione eterna, lontani dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza» nel giorno del Giudizio (2Ts 1:9).

Ogni peccato asservisce: l’odio e l’ira alterano il nostro equilibrio, facendoci fare e dire cose terribili, delle quali prima o poi ci vergogneremo; l’invidia ci fa diventare meschini e cattivi, compiendo basse azioni che condanniamo facilmente in chiunque altro; l’adulterio porta amari frutti che possono devastare la nostra vita, facendoci poi rimpiangere quella libertà morale e materiale che credevamo di conquistare scegliendo vie alternative le quali, al contrario, ci rinchiudono in vicoli ciechi; il pressapochismo spirituale ci illude di trovare libertà nel fare ciò che riteniamo più giusto, ma poi ci lascia nelle mani del mondo e di noi stessi, privi d’ogni valido e saldo punto di riferimento; la cattiva coscienza che segue a ogni tipo di peccato (disonestà, menzogna, impurità, materialismo, rissosità, pigrizia, codardia, ogni tipo di vizio …) ci insegue implacabile, facendoci sentire come ladri in fuga, ricercati che non possono più vivere tranquilli, forzati a tacitare la nostra voce interiore e a non venire alla luce per non essere giudicati (cfr. Gv 3:20). È libertà, questa? No di certo! Come dice la Scrittura: «State pur certi che il vostro peccato vi ritroverà» (Nm 32:23), e ancora: «L’empio fugge anche se nessuno lo insegue» (Prv 28:1).

 

LIBERTÀ DAL MALIGNO

«Liberaci dal maligno»: così si conclude in Lc 11:4 la preghiera/modello insegnata da Gesù ai discepoli. Il N.T. presenta diversi episodi d’indemoniati, mostrando contemporaneamente il potere di Gesù – e quello da lui conferito ad alcuni discepoli – di liberare dagli spiriti malvagi. Ma attenzione: come, ad esempio, nella Bibbia la risurrezione di un morto vuole insegnarci che tutti siamo spiritualmente morti senza Cristo (cfr. Ef 2:1ss.) e che tutti possiamo trovare vera vita in lui, oppure la guarigione di un cieco che tutti abbiamo la vista ottenebrata e che non vediamo la verità finché la parola del Signore non ce la comunica (cfr. Ef 1:18), così allo stesso modo i casi di possessione diabolica stanno a significare che tutti siamo nell’orbita di Satana, da lui subdolamente dominati e condizionati fino a che il Signore non ci scarcera per porci sotto la sua influenza e sotto la sua ala protettrice che ci preserva dal maligno (cfr. At 17:15; 2Ts 3:3). Se coloro nei quali abitava fisicamente il maligno costituivano casi tragici, disperati, ancor più atroce la condizione di chi – brava e sana persona – è strumento di Satana senza neppure accorgersene. Ecco perché, incaricando Paolo di divenire quel grande araldo del Vangelo che fu, Gesù gli disse che avrebbe fatto di lui un suo strumento per abbattere Satana (At 26:18). Ecco perché, anni dopo, Paolo scrisse così ai cristiani della città di Colosse: Cristo «ci ha riscossi dalla potestà delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio, in cui abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue e il perdono dei peccati» (Col 1:13-14). «Noi sappiamo che siamo da Dio e che tutto il mondo giace nel maligno» (1Gv 5:19), scriveva l’apostolo Giovanni ai cristiani; ma diceva anche che un vero cristiano, grazie al suo Signore, «preserva se stesso, e il maligno non lo tocca» (1Gv 5:18). Questa sì che è libertà!

 

Valerio Marchi (2005), Chiesa di Cristo di Udine

Ignoranza ed errore

15 marzo 2014

 

Il cristianesimo di cui parla la Bibbia, è stato modificato lentamente a causa delle continue e varie innovazioni dottrinali e culturali apportate dall’uomo nel corso dei secoli.

 

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Quando ci chiediamo quali siano i motivi che hanno determinato il passaggio dalla sana dottrina di Cristo (manifestata nel N.T.) ad altre forme di comunicazione religiosa propugnate da falsi profeti e falsi cristi, la risposta è semplice: da Gesù alla volontà umana si è giunti perché i cristiani spesso dimenticano o ignorano la Parola di Dio. Interrogato da alcuni Sadducei (che non credevano nella risurrezione), Gesù evidenziò il loro errore: «Voi errate perché non conoscete né le Scritture, né la potenza di Dio» (Mt 22:28). Per “Scritture” qui il Signore intende l’A.T. Ma il principio resta valido anche oggi. Come i Giudei contemporanei di Gesù avevano la legge divina da osservare (cfr. Lc 16:29), così noi oggi possediamo il Nuovo Patto, instaurato da Gesù mediante il Suo sangue.

 

CONOSCERE LA PAROLA DI DIO (LA BIBBIA) SIGNIFICA CONOSCERE CRISTO

Conoscere Dio significa conoscere la sua Parola, che è Gesù Cristo, massima espressione della rivelazione divina (cfr. Gv 1:1- 18; Col 2:9). Cristo ha assunto la natura umana, soffrendo per la salvezza del genere umano (cfr. Fil 2:5ss) e ponendo le basi di un edificio indistruttibile: la Chiesa (Mt 16:18ss). E la Chiesa, fin dal suo primo apparire, ha trovato le sue origini nella volontà e nei comandamenti del Gesù, espressi al mondo mediante l’opera apostolica. Cristo è via, verità e vita; gli apostoli, pieni dello Spirito Santo (cfr. Gv 14:16,17,26; 15:26-27; 16:7-15), sono gli ambasciatori di Cristo che hanno rivelato tutta la verità divina. Secondo At 1:21-22, essi non hanno avuto (né avranno mai) successori. È proprio difficile capire questa realtà religiosa? Sembrerebbe di no. Basta infatti una lettura rapida del N.T. per comprendere la straordinaria potenza ed unicità del messaggio di Gesù. Non occorre certo essere dotati di un intelletto superiore per comprendere che di là da Cristo non c’è nulla. Si valica il confine tracciato da Cristo soltanto quando si dimentica la realtà e la funzione di nostro Signore.

Per quanto riguarda il cristianesimo di cui parla la Bibbia, esso è stato modificato lentamente a causa delle continue e varie innovazioni dottrinali e culturali apportate dall’uomo nel corso dei secoli. Eppure, tra verità e menzogna esiste un abisso. La verità è Cristo, mentre la menzogna è Satana, che si traveste da angelo di luce (2Cor 11:14), che ben conosce e adopera le suggestioni della Sacra Scrittura (cfr. Mt 4). Com’è possibile, allora, che questo abisso sia stato progressivamente colmato? Semplicemente a causa dell’ignoranza sempre regnante circa le cose e i pensieri di Dio.

 

IGNORANZA

I membri della Chiesa di Cristo si defiscono cristiani e solo cristiani (At 11:26). Ciò è giusto, giacché nessun’altra denominazione è nota dalla Bibbia. I membri della Chiesa di Cristo danno l’impressione di conoscere la Parola di Dio; ma siamo davvero sicuri che tutti i cristiani siano sufficientemente preparati ad assolvere il compito dell’annuncio e della difesa del Vangelo (Fil 1:16)? Purtroppo, c’è da sospettare che non sia sempre così. Questo può portare alla fine della Chiesa e alla dannazione eterna della nostra anima. Inoltre, quest’ignoranza biblica non è un buon segno. All’opposto, essa induce a pensare che, nelle Chiese, si potrebbe vivere un momento particolarmente pericoloso.

I discepoli di Cristo hanno l’obbligo di studiare la volontà del Padre e di metterla in pratica, se vogliono essere veramente discepoli del Figlio, che ha dato un mirabile esempio di ubbidienza e fedeltà al Padre, sino alla fine, sino alla morte di croce (Fil 2:5ss). Il cristianesimo ha poco da spartire con le teorie, esigendo più che altro l’applicazione pratica della Parola di Dio, cioè una testimonianza quotidiana e caritatevole della verità di Cristo: «Questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti e i suoi comandamenti non sono gravosi» (1Gv 5:3; vedi anche Mt 7:21). Il cristiano ha sempre il dovere di chiedersi quanto stia dando e dedicando al Signore Dio: gli spiccioli della vita oppure la vita stessa? A ben guardare, la differenza è tanta.

Arrigo Corazza

 

Errori dell’ecumenismo

15 marzo 2014

 

Nell’ambito del “cristianesimo”, da un po’ di tempo a questa parte, è di gran moda il parlare “positivo”, ossia incoraggiare il prossimo ad avere una visione ottimistica della vita, volta al raggiungimento degli obiettivi che ci si prefissa con una leggerezza di spirito e di attitudine che prima non si possedeva. Di solito, il parlare “positivo” inietta nell’interlocutore una straordinaria dose di coraggio e di “carica”, per la quale tutto sembra più facile di quanto effettivamente sia.

Il parlare “positivo” reca, come molti altri aspetti della vita, un lato buono ed uno negativo: il lato negativo è messo da parte, mentre quello buono viene magnificato. Ma con quale risultato? Con il risultato che, alla lunga, quando si presentano taluni problemi – di cui non si è volutamente parlato a tempo debito –, si è impreparati ad affrontarli e superarli.

Questo tipo di linguaggio è assai diffuso nel movimento ecumenico, che tende a fare del cosiddetto “cristianesimo” un’immensa famiglia, nella quale le differenze vengono sottaciute. Si tende a magnificare solo ciò che “unisce”, dimenticando quello che “disunisce”. Cerchiamo di andare più a fondo nella questione.

 

L’ECUMENISMO

L’ecumenismo è il tentativo pacifico di unire i credenti in Cristo, nonostante le loro dichiarate e marcate differenze. In altre parole, unità nella diversità dottrinale. Non è difficile capire che, in realtà, si tratta della più atroce e diffusa menzogna circolante nella cristianità, giacché la realtà è ben altra, come vedremo.

Il cristiano secondo il N.T. non può credere all’ecumenismo quale viene attualmente propugnato dai capi delle confessioni religiose che rimontano a Cristo. Per il cristiano, l’unico ecumenismo valido è quello che prevede l’unità nella verità, che porta a essere davvero uniti per mezzo della sola Parola di Dio. Non esistono altre soluzioni. Il vero problema dell’ecumenismo è individuare quale siadove stia l’autorità per il credente: basta la Bibbia, cioè la Parola di Dio, oppure occorre volgersi a ciò che Dio non ha specificato, lasciando in tal caso la porta aperta ad ogni innovazione?

 

L’INGANNEVOLE LINGUAGGIO DELL’ECUMENISMO

L’ecumenismo ha una forza propria dichiarata: ricerca dell’unità a tutti i costi. Questa è la presunta positività dell’ecumenismo, che dà di sé un’immagine irenica, come se ci trovassimo ancora nel giardino di Eden prima del peccato di Adamo ed Eva. La ricerca ossessiva dell’unità (nonostante le evidenti diversità) non vuole ostacoli o bastoni tra le ruote. Se qualcuno tenta d’impostare un discorso dottrinale, basato sulla Parola di Dio, allora si parla di “negatività”, di “atteggiamento poco costruttivo”, e così via.

 

TRISTI EFFETTI DEL PARLARE ECUMENICO

È evidente che, con il passare del tempo, questo modo di pensare, che si riflette poi nel modo di parlare e di porgere agli altri il vangelo di Gesù Cristo, lascerà segni assai pesanti nella vita del cristiano e delle Chiese. L’identità della Chiesa di Cristo verrà meno per lasciare il passo alle filosofie e al gusto degli uomini, che adatteranno la propria vita al mondo e non al Signore. La società si rivelerà più forte della Parola, in nome di una falsa soluzione di problemi assolutamente fondamentali per arrivare al Paradiso con il Signore.

 

CATTIVI RISULTATI DELL’ECUMENISMO

Abbiamo visto quanto falso e ingannevole si riveli il modo di parlare “positivo” tipico dell’ecumenismo, quale viene attualmente impostato dai rappresentanti delle confessioni religiose aderenti a questo movimento di pensiero. Ricordiamo ancora che l’ecumenismo cerca di risolvere i numerosi e profondi problemi che dividono la cristianità in nome dell’unità nella diversità, mentre la Scrittura parla di unità nella verità. Il parlare “positivo” significa, allora, imporre il proprio punto di vista, a scapito di una valutazione globale di tutte le componenti del cristianesimo. Tale mancata valutazione generale farà sì che le gravi questioni non affrontate onde evitare di “scandalizzare” l’altro, prima o dopo emergeranno distruggendo quel che si è tentato di costruire. Il parlare “positivo” tende a distruggere il parlare nella verità. Ciò è sbagliato. Il modo di parlare “positivo” degli ecumenici si è certo infiltrato nelle Chiese di Cristo, creando guai. Vediamone alcuni.

 

L’ERRORE NON VERRÀ CONDANNATO

«Guai a parlare dei problemi!» afferma il fautore del linguaggio “positivo”. Se così fosse, chi riuscirebbe più a salvare chi cade in errore? In questo caso, si contravviene a quanto Paolo comanda a Timoteo (2Tm 2:24-26; 4:1-4).

 

IL N.T. NON SARÀ PIÙ L’UNICO MODELLO DI AUTORITÀ

Se il cristiano e la Chiesa adattano la predicazione del Vangelo ai fratelli in errore, e non viceversa, allora il modello di autorità cui rifarsi sarà rappresentato dall’uomo e non dalla Parola di Dio (Ef 4:1-6; 2Tm3:16-17). I fratelli di Gesù non parleranno più come se stessero annunciando gli oracoli di Dio (1Pt 4:11).

 

ESEMPI INDEGNI SARANNO SEGUITI

Avere un approccio positivo non significa consentire al peccato e ai cattivi esempi che esso reca nella vita del credente (cfr. Gal 2:11-14; 2Gv 9- 11). Se così facessimo, accetteremmo proprio ciò che dobbiamo condannare nel santo nome di Cristo (1Cor 5; 2Ts 3:6; Ap 2:14-16).

 

SI CREERÀ UN AMBIENTE IN CUI LE DIFFERENZE NON VERRANNO DISCUSSE

Se non dovessimo mai parlare delle differenze tra ciò che l’uomo fa e ciò che la Parola di Dio dice che l’uomo debba fare – cioè, se non parlassimo del peccato –, sarebbe affatto inutile: 1) essere cristiani; 2) parlare di ravvedimento (il quale implica la chiara differenza rispetto a quello che si era prima di conoscere il Cristo; cfr. At 8:18-22; Gc 5:19-20); 3) esortare alla perseveranza nella verità. Perché sussista vera comunione, le differenze vanno affrontate e risolte soltanto alla luce della Bibbia (At 15:1ss; 17:11-12).

 

SI SPALANCHERÀ LA PORTA AI COMPROMESSI E AD OGNI DOTTRINA

Si pensi a cosa accadrebbe se non si dovesse più parlare di differenze tra l’uomo e Dio, tra la Parola di Dio e la dottrina umana, tra la verità e le tradizioni … Le chiese diventerebbero non solo un’immensa fabbrica di nuove dottrine, ma anche una pericolosissima fonte di errore. Ma, per il cristiano secondo il Nuovo Patto, non deve essere così. Infatti, bisogna chiudere la porta ad ogni tipo di compromesso e ad ogni falsa dottrina (Gal 5:9; 2Tm 3:13). Il dono più straordinario che Dio abbia concesso al genere umano è la libertà in Cristo (Gv 8:31-32): essa esige che si diventi schiavi solo di lui, e mai di alcun uomo (Gal 1:10). Alla comunione eterna si potrà giungere non con il compromesso, ma solo attraverso la fede in Cristo e la pratica della sua Parola. Accanto al dono divino della libertà, che è poi schiavitù in Cristo, deve giacere il bellissimo segno dell’identità in lui. I cristiani secondo il N.T. devono sempre sforzarsi allo scopo di non perdere mai questa identità.

Arrigo Corazza

 

Come il profeta Giona

15 marzo 2014

 

Per moltissimi aspetti la storia di Giona è simile alla storia di molti predicatori che, pur sapendo di essere al servizio di Dio, troppe volte contestano i suoi piani, pensando di essere più saggi di lui e di antivedere in modo infallibile taluni eventi: «L’avevo previsto, io!». La storia di Giona narra di un uomo al servizio del Signore, che viene inviato ad annunciare alla grande città (Ninive) l’imminente punizione celeste, previo ravvedimento dei suoi abitanti. Di tale missione Giona non solo non menava vanto ma si sentiva oltremodo appesantito, per le pessime figure che spesso era chiamato ad affrontare ogni volta che i ripensamenti divini modificavano i destini: «Sapevo che sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all’ira, di gran benignità, e che ti penti del male minacciato» (Gio 4:2). Non erano le stesse parole usate da Gioele (2:13)? E come mai adesso disapprovava i voltafaccia del Signore, solo per difendere un proprio prestigio che non veniva di certo contestato per una catastrofe evitata? Chi era poco serio tra i due: Dio o Giona?

Sappiamo tutti come la storia di Giona finì, e come l’Eterno – con immensa pazienza – lo riconducesse alla ragione. Era verissimo che Dio spesso minaccia e raramente concretizza, ma non possiamo certo pensare al bluff. Dio minaccia, ma condizionando ogni volta l’applicazione della severità all’eventualità che, mutate le circostanze, possano anche modificarsi i termini stessi del giudizio.

Quando il Signore preannunciò ad Abramo la distruzione di Sodoma, al patriarca sembrò quanto meno esagerato che si colpisse un’intera città dove forse vivevano tanti giusti. Piano piano, però, Abramo si convinse che tutti quei giusti da lui ipotizzati, non erano di certo tanti (Gn 18:16-34).

Non si deve mai pensare che Dio faccia di tutt’erba un fascio, colpendo indiscriminatamente buoni e cattivi. L’Eterno conosce molto bene, e molto meglio di tutti noi, quello che va detto e fatto per la nostra salvezza. E se c’è chi lo fa, il processo s’arresta. Giona, perlomeno, ambiva a ritirarsi e fuggire lontano, anziché andare a raccontare alla gente che Dio abbaia ma non morde. Tanti predicatori, invece, fanno proprio questo parlando dell’amore di Dio, incondizionato, illudendo così la gente, quasi che la severità del Signore non sia altrettanto scritturale quanto lo è la Sua benignità. Ecco, sarebbe preferibile ritirarsi e fuggire lontano, piuttosto che turlupinare le persone dicendo che Dio si contenta di pochissimo, che “basta credere” … e la garanzia della vita eterna sarà assicurata.

Che Dio abbia dato il suo unigenito Figlio per la salvezza di tutti i peccatori, è innegabile (Gv 3:16); altrettanto innegabile è che Dio vuole che tutti siano salvati e vengano a conoscenza della verità (1Tm 2:4). Grandissimo è dunque il dono divino in Cristo Gesù nostro Signore. Ma questo dono divino va visto come un incentivo a mutare rotta, cioè a quella conversione che caratterizzò anche il mutamento della decisione contro Ninive la grande: «Ognuno si converta dalla sua via malvagia, e dalla violenza perpetrata dalle sue mani. Chissà che Dio non si volga, non si penta, e non acquieti l’ardente sua ira, sicché noi non periamo?». Queste parole non furono pronunciate da Giona, ma dal re di Ninive (Gio3:8-9). Secondo la logica di quel monarca, se si fossero pentiti … anche Dio si sarebbe pentito. Il pentimento divino, visto da Giona e visto dal re di Ninive, assumeva significati paradossali per il primo (Giona) e, apportatori di grandi speranze per il secondo (il re assiro).

La parabola degli operai dell’ultima ora (Mt 20:1-16) insegna che se Dio vuole essere buono con chi si ravvede, non dobbiamo disturbarcene. Il che non vuole certo dire che si debba andare in giro a convincere la gente che tutto finirà a tarallucci e vino, come accade fra i buontemponi. Come Giona, anche noi siamo inviati a predicare, sotto l’aspetto spirituale, cataclismi, distruzioni e perdizione eterna, ma anche che la cosa si potrebbe rivedere, e la decisione addirittura ribaltarsi, mediante il mutamento di percorso netto e definitivo, con la morte al peccato, per vivere in Cristo come persone nuove. Questo dev’essere l’oggetto della predicazione dei moderni Giona.

Alessandro Corazza (Roma)

 

Il costo del cristianesimo (Luca 14:26-33)

15 marzo 2014

 

«Uno degli scribi … si avvicinò a Gesù e gli domandò: “Qual è il più importante di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele, il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua» (Marco 12:28-29).

«Sono stato crocifisso con Cristo; e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me … Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Galati 2:20; 5:24).

«Così, dunque, ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo» (Luca 14:33).

«Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato» (Matteo 10:22).

«Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me» (Matteo 10:38).

 

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Porsi al seguito di Gesù non è fatto indifferente nella vita di chi crede, ma implica – al contrario – una serie assai notevole di responsabilità. Essere discepoli del Signore esige un prezzo da pagare e una croce da portare, come del resto accade in molti aspetti della vita quotidiana, dove pressappoco nulla ci è regalato e occorre spesso durare molta fatica per tirare avanti.

Come spesso gli accadeva, il Signore descrisse i termini della questione facendo uso di parole crude, di netto stampo semitico, e molto espressive: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, e la moglie, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14:26-27). Qui “odiare” vale “amare meno”. Allora, il senso della frase è: “chi non mi preferisce a” suo padre, a sua madre …

L’amore di un cristiano per il Signore ha assoluta priorità nella vita (Mc 12:29-30), al punto tale che, rimanendo nell’ambito semitico che predilige le forti contrapposizioni e poco conosce le sfumature, gli sembra di dover “odiare” tutto e tutti per amor suo. Portare la propria croce è tipico del discepolo di Gesù, giacché il Maestro ha portato la sua – certo assai più pesante di qualunque altra croce. Ora, per il credente, portare la croce rappresenta il tentativo di sacrificarsi in toto per il Regno di Dio e per il prossimo. Seguire Gesù è, allora, sinonimo di crocifiggere ogni altra cosa o persona per identificarsi in lui, con lui e per lui (vedi Gal 2:20; 5:24). Per spiegare compiutamente il costo della sequela, Gesù usa due chiare illustrazioni: da un lato, quella del costruttore di una casa (Lc14:28-30), dall’altro quella della preparazione in vista della battaglia (Lc 14:31-32).

Nel primo caso, l’idea è che per essere produttivi e costruttivi bisogna calcolare i costi prima di accingersi ad edificare. Ciò fatto, bisogna andare in fondo per finire la costruzione intrapresa, costi quel che costi. Nel secondo caso, la pratica militare insegna che, prima di entrare in guerra, è necessario calcolare con accuratezza tutti i possibili scenari e costi, dal momento che non si può vincere senza averne la forza. La qual cosa significa, per il cristiano, capire anzitempo che lo aspetta una dura battaglia.

Il Signore termina descrivendo la triste condizione di chi non ha calcolato i costi (Lc 14:33). Dio non è secondo a niente e nessuno. Per averlo, occorre pagare il prezzo più alto, assoluto: la nostra esistenza.

Arrigo Corazza