Il tempo raccorciato (1Corinzi 7:29-31)

26 novembre 2013

 

Il cristiano è chiamato a interrogarsi sul valore di questo celebre brano paolino: «Ma questo dichiaro, fratelli; che il tempo è ormai abbreviato; d’ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non l’usassero, perché la figura di questo mondo passa» (1Cor 7:29-31).

Per intendere il brano, occorre inserirlo nel contesto più ampio del capitolo 7, che risponde in modo preciso ad alcune domande rivolte dai Corinzi a Paolo (cfr. 7:1). Non abbiamo a che fare, quindi, con un trattato specifico redatto da Paolo sulla questione del matrimonio. Questo concetto è da tenere bene a mente, se non si vuole cadere in grotteschi errori interpretativi. Il punto capitale del discorso paolino è racchiuso nelle seguenti parole (v. 19): «L’osservanza dei comandamenti di Dio è tutto». L’apostolo vuole intendere che quel che conta non è tanto la circoncisione o l’incirconcisione (o altri stati nei quali possa trovarsi chi crede), quanto piuttosto l’osservanza dei comandamenti di Dio. In caso contrario, il cristiano rischia seriamente di diventare schiavo degli uomini, gettando alle ortiche il supremo e preziosissimo sacrificio di Cristo per mezzo del quale egli è stato acquistato a Dio (cfr. v. 23). Accanto a questo principio fondamentale affermato da Paolo, bisogna collocare anche la «imminente distretta» di cui al v. 26.

Insomma: l’osservanza dei comandamenti di Dio unita all’imminente distretta fa sì che le prospettive di vita del credente siano ben definite, nel senso di non accordare importanza assoluta al mondo e ai suoi valori temporali, tutti parziali, tutti destinati a perire. Tuttavia, non è certo facile capire che cosa abbia voluto significare esattamente Paolo parlando dell’imminente distretta (peraltro, l’originale greco presenta qualche problema di traduzione). Varie ipotesi sono state formulate, tutte interessanti. Si pensa alle persecuzioni cui sarebbero stati sottoposti i credenti, oppure all’angoscia generale che accompagna la vita, oppure alla vita matrimoniale in genere (se si accoglie un’altra traduzione del brano), e via di questo passo.

Cerchiamo di capire i fondamenti generali della frase di Paolo sul tempo raccorciato. Come indica l’originale kairòs, non si tratta del tempo cronologico (chrònos), ma del tempo stabilito da Dio per portare a compimento il suo piano, tempo computato in maniera diversa rispetto al tempo fisico. Questo tempo stabilito da Dio è contratto, ristretto. Ci affrettiamo alla fine, senza che per questo l’apostolo o il cristiano in genere possano permettersi di fornire impossibili indicazioni cronologiche (peraltro riservate solo all’Onnipotente: Mt 24:36). Duemila anni fa, proprio nel brano di 1Cor 7, Paolo diceva che il tempo (kairòs, non chrònos!) è accorciato. Eppure la fine non è ancora giunta, segno che Dio computa in modo diverso da noi. Questo tempo contratto può essere visto negli ultimi tempi di cui il N.T. parla in diverse occasioni (cfr. su tutti Eb 1:1). Dunque, il tempo raccorciato è segno della fine a venire.

Tale fine è di due tipi: individuale e totale, ossia la morte nostra e il giudizio universale alla fine dei tempi, dopo la risurrezione dei corpi. Quale che sia, in previsione il credente non può fare altro che impegnarsi a osservare i comandamenti di Dio, ponendoli al di sopra e di là da ogni altra preoccupazione terrena (stesso concetto di Mt 6:33). In attesa della conclusione dei tempi, il credente non deve attaccarsi in modo assoluto a nessuna cosa di questo mondo transeunte, ossia passeggero, perché l’assoluto del cristiano è Dio e il suo Regno. Solo il Signore può conferire al cristiano la dimora celeste, mentre lo schema o figura di questo mondo (in altri termini: il mondostesso) passa inesorabilmente. Sarebbe assai sbagliato considerare le parole di Paolo come giustificanti il completo disinteresse delle faccende umane, quasi si dovesse vivere in modo innaturale (difatti, la nostra vita è intessuta di gioie e di dolori, di affetti, di relazioni …). Il distacco di cui Paolo parla qui si confronta solo al (mortale) valore assoluto accordato dall’uomo ai beni terreni (vedi Gesù in Lc 17:26-37).

L’affermazione di Paolo in 1Cor 7:29-31 è di capitale importanza per la vita spirituale, a patto però d’intenderla pienamente e biblicamente, raccordandola cioè con tutto il resto della Sacra Scrittura. Noi uomini siamo avvinti dalle mortali spire del peccato. La forza di Satana, principe del presente sistema di cose, risiede in questo: la creatura umana riconosce i valori prominenti della vita non in Dio ma in se stesso, vale a dire in ciò che ha saputo costruire senza Dio. Tale situazione fa sì che ci si inganni circa due cose: i fondamenti della presente vita e la realtà della vita ultraterrena. Noi dobbiamo usare di tutto con il distacco richiesto dalla fede in Cristo Gesù. Infatti, la nostra patria è nei cieli (Fil 3:20), dai quali aspettiamo il Signore. Amiamo sì questa vita, ma cerchiamo piuttosto l’altra, quella definitiva, con lui.

Arrigo Corazza