Lo stile di Gesù (Mc 10:17-22)

16 novembre 2013

 

Nelle Chiese di Cristo si discute assai spesso sull’evangelizzazione, che è il vero obiettivo dell’esistenza individuale e collettiva dei cristiani (1Cor 1:23). Si discute perché pare che non si sia ancora capito come predicare e, soprattutto, quale stile adottare nel portare la Parola di Dio. Disgraziatamente, sembra che, in proposito, diversi cristiani abbiano davvero perso la bussola, dandosi allegramente al liberalismo più sfrenato e consentendo l’immissione di dottrine e modi di fare umani e non scritturali. Questa è una gravissima disgrazia, che annienterà la Chiesa, sempre che non s’intervenga per tempo, Bibbia alla mano, e con estrema decisione al fine di sistemare le cose. Purtroppo, un buon numero di cristiani si è dato al liberalismo per il semplice motivo che la sana, santa e decisa predicazione del Vangelo né paga, né soddisfa. Non paga, sia chiaro, da un punto di vista meramente umano. Infatti, i risultati (il grande numero) non sembrano arrivare. La gente è più interessata ai modi e ai sistemi degli uomini piuttosto che ai modi e ai sistemi di Dio. Si pensa che, essere pochi ma buoni, non sia più sufficiente. Allora si fa qualunque cosa pur di riempire le sale di riunione, vantando poi un grandissimo risultato. Che poi non è tale. Si tratta solo di gloria umana, né più né meno. Con il tempo, la gloria dell’uomo si affloscerà, e i cristiani si troveranno soli, senza il Signore, assai indignato per il loro comportamento ambiguo e poco fedele.

Dobbiamo ben guardarci dall’uniformare al mondo il modo di essere e di porgere il Vangelo, seguendo piuttosto lo stile di Cristo. Il quale, predicando forse per tre anni tra la sua gente, ha certamente e solamente operato per il bene di ciascun ascoltatore, ma senza forzature, senza obblighi, soprattutto senza cedimenti nei confronti della verità divina, di cui egli è unico e definitivo portatore. E altrettanto dovremmo fare noi. L’episodio del giovane ricco descritto in Mc10:17-22 ci fa davvero capire molte cose. È un episodio che va decifrato nelle sue sfumature, anche le più sottili. Guardiamo al giovane che corre verso Gesù pieno di buona volontà, inginocchiandosi dinanzi a lui per porgli la fondamentale domanda: «Che cosa bisogna fare per essere salvati, per ottenere la vita eterna?». È un giovane Ebreo che parla a un altro Ebreo, Gesù, che gli risponde esattamente come un Ebreo avrebbe dovuto: «Rispetta la legge mosaica». Ma il giovane, quasi sorpreso e annoiato, replica di averlo già fatto. E forse conclude dentro di sé che il Nazareno, tutto sommato, non gli ha detto proprio nulla di nuovo.

Gesù il Nazareno, allora, gli chiede di dare via il proprio tesoro. Qual è il tesoro del giovane? Dio, per caso? Nient’affatto: le ricchezze. Il giovane abbandona la scena, assai amareggiato. Egli non torna indietro, né Gesù lo cerca, lo rincorre, lo abbranca. In questo caso non opera miracoli, il Nazareno; non obbliga nessuno, il Nazareno; non si piega dinanzi all’incredulità dell’uomo, il Nazareno. Chi non vuole ubbidire di tutto cuore e pienamente al Padre, non ha cittadinanza nel Regno. C’è ben poco da fare. È una pianta che non reggerà: prima o dopo sarà sradicata. Pertanto, si rivela inutile inserirla in un campo riservato agli spiriti buoni ed eletti che desiderano ardentemente ereditare la salvezza.

In questo brano contano le sfumature, come abbiamo detto. Guarda al verso 21: Gesù, in procinto di dare la stoccata al cuore del giovane ricco, lo scruta nel profondo, l’ama e gli parla. Tre atti in sequenza; tre atti fondamentali. Gesù guarda il viso di tutti noi e capisce esattamente che cosa alberghi in noi; Gesù ci ama, sebbene siamo quel che siamo; Gesù ci annuncia la Parola di Dio, la verità eterna (Gv 17:17). Allora, questa è la maniera di fare, questo è lo stile di nostro Signore, il quale chiede al ricco di: 1) agire («Va’»; 2) cedere il suo tesoro; 3) conseguire un tesoro celeste; 4) andare a lui; 5) seguirlo. Purtroppo, il giovane rimane rattristato da quella parola. Quale errore! Noi cristiani, piuttosto, nel predicare il Vangelo preoccupiamoci sempre di seguire unicamente il modo e lo stile di Gesù, senza guardare se saremo pochi o tanti. Quel che conta è essere sempre e solo con lui.

Arrigo Corazza