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LE FESTE CATTOLICHE COMANDATE (15 gennaio 2021)

15 gennaio 2021

LE FESTE CATTOLICHE COMANDATE

 

«La tradizione è una meravigliosa alleata di tutte quelle religioni in cui non si vuole pensare, studiare, acquisire, giudicare e decidere. Nella tradizione non bisogna affaticarsi: tutto è stato predisposto da altri ben prima di noi» (Arrigo Corazza)

 

Evviva! Grazie a Dio, il ciclo natalizio cattolico è finito. Anche questa volta la sbornia di fine anno è passata. A dire il vero, essa, a causa delle ristrettezze imposte dal Covid-19, non è stata solenne, ma ben poca cosa rispetto alle mirabolanti imprese che in proposito si compivano nel passato. Del ciclo natalizio (il più lungo periodo di festività religiose in Italia), a noi ora non interessa esaminare la sua intensità rispetto a prima, ai tempi normali, ma soltanto la sua utilità. In altre parole, vogliamo in primo luogo chiederci quale scopo abbia non solo il ciclo natalizio, ma qualsivoglia festa cattolica (lunga o breve). In secondo luogo, occorre indagare se le festività religiose comandate dagli uomini siano giuste e accettabili biblicamente. A questo secondo proposito, occorre subito precisare che la festività natalizia non è giusta, visto che nel Nuovo Testamento non se ne fa alcuna menzione (lo stesso può dirsi per ogni altra ricorrenza religiosa cattolica).

I cristiani si radunavano ogni primo giorno della settimana per ricordare la vita, la morte, la risurrezione di Gesù di Nazareth (avvenuta, per l’appunto, il primo giorno della settimana), nonché la sua ascensione al cielo e sessione alla destra del Padre, in vista della Sua manifestazione finale (parusìa) nell’ultimo giorno degli ultimi giorni (“tempi”).

Ogni primo giorno della settimana i cristiani erano “chiesa” (ekklesìa, “assemblea”) per glorificare Dio in Cristo Gesù. Essi si raccoglievano insieme per ricordare la loro Pasqua, e cioè il sacrificio di Cristo Gesù (nel memoriale che era e rimane la “Cena del Signore”, sino alla fine di questo mondo). Nell’assenza di feste comandate dal Signore, essi si distaccano totalmente da quel mondo ebraico che era la loro radice. Cristo ha riassunto in sé, nell’offerta del proprio corpo, tutto il sistema sacrificale ebraico. Cristo ha annullato per sempre l’idea di centralizzazione geografica, in un solo punto o luogo, dell’esperienza religiosa che solo a Lui fa capo. Per il cristiano si tratta di un nuovo mondo, in cui vige un modo affatto diverso di intendere la realtà spirituale, che lo rende totalmente difforme da com’era prima del suo incontro con Gesù.

Quanto allo scopo delle feste religiose comandate, bisogna dire che, secondo il Nuovo Testamento (Patto in Cristo Gesù), non esiste più alcuna frammentazione nello spirito di chi crede, tutto dedicato – ogni giorno della sua vita terrena – al servizio del Signore e del prossimo. Alla prova pratica, in generale, nessuna festività rende migliore o peggiore chi crede; ciò vale soprattutto per il cristiano, che non ha bisogno di parcellizzare la sua esistenza, che scorre giornalmente verso l’incontro con il Signore. Quindi, per il cristiano secondo il Nuovo Testamento, santificare, sotto l’aspetto religioso, uno o più giorni rispetto agli altri non ha alcun senso o importanza perché OGNI GIORNO egli festeggia il Salvatore Gesù, ricordandone la vita, la morte, la risurrezione, l’ascensione, la sessione alla destra del Padre e il ritorno all’ultimo giorno degli ultimi giorni. OGNI PRIMO GIORNO della settimana il cristiano secondo il Nuovo Testamento diventa “assemblea” insieme ai suoi fratelli e sorelle in Cristo per il memoriale che è la Cena del Signore (ovviamente, la Chiesa di Cristo è tale non soltanto il primo giorno della settimana, ma ogniqualvolta è adunanza per gli scopi voluti dal Signore stesso e adeguatamente descritti nel Nuovo Testamento).

È interessantissimo studiare il potere cattolico nel suo sviluppo storico. Esso fa capo a tre fonti di autorità: Bibbia, magistero e tradizione. A livello concreto di risultati la tradizione è sicuramente la più semplice e redditizia per due motivi di fondo.

In primo luogo, alla gente comune – per assoluta mancanza di abitudine – risulta faticoso studiare e capire la Bibbia. Difatti, nel nostro Paese pochi sanno che cosa REALMENTE la Bibbia sia, perché la Bibbia sempre assai poco ha contato nel cattolicesimo. Una tradizione umana negativa (non serve leggere la Parola di Dio) ha purtroppo distrutto, nel corso dei secoli, una tradizione biblica positiva (amate e mettete in pratica la Parola di Dio). Per questo il messaggio della Bibbia risulta oscuro ed inefficace alla stragrande maggioranza degli Italiani.

In secondo luogo, è ancora più stancante e complicato entrare nei meandri del magistero (così variabile nel corso della millenaria storia del cattolicesimo). Chi può apprendere e digerire una tale intricata successione di fatti storici e il pesante fardello di imposizioni dottrinali, talora contraddittorie, che ne scaturiscono? Lo stesso catechismo cattolico, seppure ridotto all’osso, è sempre un bel librone, sicuramente più corposo del Nuovo Testamento. Quindi, secondo le autorità cattoliche (almeno fino al Concilio Vaticano II [1962 - 1965], che ha cominciato a parlare di Bibbia in un altro modo), non servirebbe studiare direttamente i testi sacri, ma basterebbe solo apprendere l’insieme dei principi della dottrina cattolica (catechismo) e conformarsi ad esso. Anche un cieco vedrebbe che questa via non porta da nessuna parte, come in effetti è accaduto. La convinzione e l’impegno che nascono da una lettura diretta della Parola di Dio non possono affatto essere quelli determinati dalle tradizioni umane. Lo stato disastroso in cui versa il mondo cattolico italiano ne è la testimonianza più diretta. Possiamo intendere la Divina Commedia dantesca o i Promessi Sposi manzoniani prima di averli letti? Sarà sufficiente un breve riassunto (un bignamino) allo scopo?

Rispetto alla Bibbia, la tradizione va solo seguita, senza troppo scervellarsi, senza troppo chiedere, senza troppo impegnarsi. Essa è una meravigliosa alleata di tutte quelle religioni in cui non si vuole pensare, studiare, acquisire, giudicare e decidere. Nella tradizione non bisogna affaticarsi: tutto è stato predisposto da altri ben prima di noi. E quando il cattolicesimo chiama, si è più o meno pronti. Sì, perché non bisogna dimenticare che il cattolicesimo chiama e chiama SEMPRE a scadenze fisse, mediante i sacramenti e le tradizioni. Non inganni il fatto che in tempi recenti (vista la crescente secolarizzazione delle società) la Chiesa Cattolica si limiti a chiedere poco o pochissimo al credente cattolico. Si ha quasi un tacito accordo, un do ut des, tra le due parti. La Chiesa chiede e i fedeli rispondono alla bell’e meglio, come possono (a condizione, però, che, POI, ciascuno, in entrambe le parti, possa continuare indisturbato a farsi gli affari propri –  esattamente come accadeva prima). Infatti, non è un caso che, alla fin fine, molti cattolici siano quasi atei e anarchici sotto l’aspetto fideistico, cultori perfetti e appassionati della propria religione personale. La tradizione è un manto che copre diabolicamente tutte queste situazioni.

Sull’onorevole Antonio Gramsci (1891 – 1937) è possibile informarsi ovunque. A noi qui non interessa parlare del Gramsci intellettuale comunista ateo, ma del Gramsci scrittore. Le sue Lettere dal carcere, che non parlano di politica per motivi censori, sono celebri per la loro bellezza. In un brevissimo ma mirabile scritto del 1° gennaio 1916, il venticinquenne sardo Antonio Gramsci esprime il proprio disagio sul capodanno. Sostituiamo “socialismo” con “cristianesimo”, “capodanno” con “feste cattoliche” ed il gioco è fatto. Potrebbe un cristiano scrivere più incisivamente? Nell’attesa, a distanza di oltre un secolo, godiamoci questi pensieri. Tanto di cappello ad Antonio Gramsci (almeno in quest’occasione)!

Arrigo Corazza

 

«Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore … Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio? Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati».

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.

 

 

LA CHIESA E LE CARICHE POLITICHE? GRAVISSIMO ERRORE! (30 dicembre 2020)

30 dicembre 2020

LO IOR E L’APOSTOLO PAOLO. GRAVISSIMO ERRORE!

 

Per chi ama la Bibbia e intende mettere in pratica il suo messaggio ai fini della vita eterna, risulta assai difficile vivere in Italia (non giova qui soffermarsi sulla realtà di altri paesi). Non è solo arduo: è pure triste, perché non si vede uno spiraglio di speranza sul futuro. Quanto alle questioni religiose, in Italia tutto si giudica attraverso il filtro del cattolicesimo apostolico romano, e non mediante la Bibbia. È un’abitudine oramai invalsa, trasversale a tutte le classi della società italiana (dagli intellettuali all’uomo comune).

Diceva Benedetto Croce (La Storia come pensiero e azione, 1938) che «il giudizio di un libro di storia deve farsi secondo la sua storicità», seguendo cioè «un atto di comprensione e d’intelligenza», di ricerca, che risponde ad un bisogno di vita pratica; non ha importanza se tale libro sia scritto bene o male, commuovendo o annoiando, se sia abbondante di notizie (in tal caso entreremmo nella cronaca e non nella storia, che è esame del passato nel tempo e nello spazio). Se volessimo fare nostra quest’analogia, allora potremmo dire che il cattolicesimo apostolico romano deve essere giudicato soltanto per l’aspetto spirituale (che pretende di avere), per il suo essere – in altre parole – aderente o no a Dio, a Cristo per la salvezza del genere umano. Qualunque realtà religiosa che pretenda di trarre origine da Gesù di Nazareth, detto il “Cristo”, va sottoposta al vaglio della Parola di Dio, che per i cristiani è la Bibbia (in specie il Nuovo Testamento). E qui casca l’asino: alla gente non interessa granché di esaminare la propria religiosità acquisita per tradizione e non per conquista e adesione personale. Difatti, è solo in presenza di un interesse concreto, di un bisogno ineludibile circa la nostra salvezza eterna, che prendiamo la Sacra Scrittura in mano esaminandola tutti i giorni per vedere se le cose insegnateci corrispondano o no alla verità biblica (Atti 17:11). Senza questo concreto interesse nei confronti della vita futura, la Bibbia è davvero lettera morta (potrà però interessarci per altri aspetti). Si accetterà tutto e tutti con estrema noncuranza e facilità, credendo che, alla fin fine, e comunque, il Signore salverà (semmai ci fosse un’altra vita …), dal momento che le Sue vie sono infinite. No, la via del Signore è una sola: la Nuova Via basata sulla Sua parola (vedi Atti 9:2; 14:16; 16:17; 18:25,16; 19:9,23; 24:14,22; Ebrei 10:20; 2Pietro 2:2,15,21; Giuda 1:11). Sarebbe forse meglio dire che possono esservi diverse vie che portano all’unica Via, facendo il massimo per evitare di lasciarsi andare a quella sorta di fatalismo (che sembra piagare molti italiani) inspiegabile da un punto di vista biblico e che rappresenta, purtroppo, la risposta più semplice ad un problema complesso.

Nel cattolicesimo romano la questione del giudizio spirituale si complica dannatamente perché il Papa, che ne rappresenta il vertice, è anche (e soprattutto oggi) una personalità politica. Dunque, in lui si materiano due componenti, quella del potere umano e quella del potere spirituale, che il Signore Gesù aveva invece voluto precisamente distinguere: «Restituite a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Matteo 22:21).

È stata una grave disgrazia (iattura) che ciò sia avvenuto nel corso della storia, quando le due vie parallele tracciate da Gesù si sono incontrate (a partire dal IV secolo d.C.). Anzi, a dire il vero, è stata la cosa peggiore che potesse accadere alla Chiesa di Cristo. Storicamente si assiste ad una precisa, lenta ma pure costante differenziazione della “chiesa” rispetto a quella Chiesa di Cristo sottoposta al controllo degli apostoli, controllo voluto da Cristo stesso (di questa Chiesa parla il Nuovo Testamento; perciò, essa può definirsi giustamente la Chiesa del / secondo / descritta nel Nuovo Testamento).

Abbiamo detto che l’inizio di questo incardinamento tra chiesa e Stato (e viceversa) è nel IV secolo d.C. (da Costantino in poi) e continua gradualmente ma durevolmente nel corso dei secoli finché, nel Medioevo, si realizza appieno la fusione tra i due poli. La Roma cattolica ha preso il posto della Roma imperiale. Solo dal 20 settembre del 1870, con la conquista di Roma da parte del neonato sabaudo Regno d’Italia comincia una nuova differenziazione. Anche se dal 1984 la chiesa cattolica apostolica romana non è più la religione ufficiale della Repubblica Italiana, essa è pur sempre al centro della società italiana ed è innegabilmente favorita rispetto a tutte le altre confessioni religiose presenti nel nostro Paese. A ciò si aggiunga che la mentalità imperante in Italia è di stampo tipicamente cattolico. Talora essa si sposa con un ateismo da battaglia, di piccolo taglio, di ottima convenienza, buono per tutte le occasioni. Ne risulta, alla fine, un ibrido micidiale che tritura, nel corso del tempo, ogni possibile alternativa. Non è raro trovare cattolici atei, del tutto secolarizzati. Questo è il vero potere del cattolicesimo, che richiama SEMPRE all’ordine quando occorre. Nel corso della vita del credente cattolico, esso chiede poco o addirittura pochissimo per conservare saldo il proprio potere radicato nella tradizione (peraltro, una delle componenti dell’autorità vigente nel cattolicesimo insieme con la Sacra Scrittura e il magistero della chiesa stessa). La tradizione è una meravigliosa alleata di tutte le religioni in cui non si vuole pensare, studiare, acquisire, giudicare e decidere. Nella tradizione non bisogna durare fatica: tutto è stato predisposto da altri ben prima di noi.

Ciò premesso, occorre protestare contro il comportamento di taluni intellettuali che non tengono in debito conto i valori spirituali propri dell’idea di “chiesa” e “religione”. Vogliamo citare un paio di esempi, uno dei tempi andati, ed uno attualissimo. Il primo riguarda Benedetto Croce (1866-1952), celebre filosofo, autore dello scritto Perché non possiamo non dirci cristiani (1942), il secondo Ernesto Galli della Loggia (nato nel 1942), storico e accademico italiano, editorialista del Corriere della Sera.

Sul pensiero di Croce circa il cristianesimo, rimando al contributo di Francesco Postorino, Croce, la “croce” e il senso della cristianità, Diacritica, Anno VI, fascicolo 4 (34), 25 agosto 2020) in https://diacritica.it/letture-critiche/croce-la-croce-e-il-senso-della-cristianita.html

[preciso che non ho la competenza per giudicare il pensiero né di Croce né di Francesco Postorino. Possibilmente questo rimando potrà risultare utile a qualche lettore più esperto].

Pur essendo stato uno studioso eccezionale, benemerito della cultura italiana, che contribuì a svecchiare e ad elevare a livelli europei, come tutti anche Benedetto Croce prese qualche grave abbaglio in vari ambiti (in politica, forse non intravide i pericoli del nascente fascismo, che pure avversò fieramente in seguito divenendo un campione dell’antifascismo). Basti qui ricordarne uno di indole religiosa. Nel 1947, dopo l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale e il ben noto tentativo nazista di sterminio degli Ebrei (tentativo che costò milioni di vittime innocenti), Croce invitò proprio gli Ebrei, con i quali solidarizzò sempre e comunque, a «cancellare quella distinzione e divisione nella quale hanno persistito nei secoli» per evitare persecuzioni (quasi che gli Ebrei non avessero il sacrosanto diritto a rimanere tali). Secondo Croce, che cosa avrebbero dovuto fare gli Ebrei perseguitati per evitare guai? Convertirsi al cattolicesimo o protestantesimo (le religioni dei loro persecutori)? No, perché – come ci dimostra il passato – chi li vuole togliere dal mondo lo fa anche se si sono convertiti. Questa fondamentale mancanza di comprensione del dramma ebraico da parte di Croce la dice lunga su come da noi certi problemi vengano trattati.

Ernesto Galli della Loggia ritiene che la via intrapresa da papa Francesco (Bergoglio) non porti lontano (I grandi temi che la Chiesa ha pensato di non vedere, Corriere della Sera, 30 dicembre 2020). Non è il solo a pensarla così (in un futuro più o meno lontano, Bergoglio sarà considerato eretico?). Il pontificato di Francesco di tutto si è occupato tranne che di raddrizzare la schiena dei cattolici da un punto di vista spirituale (anzi da un punto di vista biblico, il che è più corretto). Ernesto Galli della Loggia è romano, e come tutti i romani sa che morto un Papa se ne fa un altro, ad indicare lo scorrere millenario del cattolicesimo. I Papi passano, la chiesa cattolica apostolica romana permane. Nel nostro Paese, essa gode di un fortissimo ascendente che, nel corso del tempo, le consente di disciplinare la mentalità delle masse. Nell’articolo citato, il professor Galli della Loggia prende di mira due situazioni che Francesco non vede (volente o nolente): i problemi di scarsa democrazia interna e l’esclusivo monopolio maschile del governo nella chiesa cattolica romana. Ovviamente, Galli della Loggia ben argomenta il suo discorso nell’un caso e nell’altro, sicché bisogna leggere in dettaglio l’articolo per capire il suo pensiero. Lasciando da parte la scarsa democrazia interna al cattolicesimo, colpiscono davvero le seguenti frasi che estrapoliamo dal contesto relative al monopolio maschile. Galli della Loggia intende esaminare

«la questione del ruolo delle donne all’interno dell’istituzione ecclesiastica. O per dire meglio la questione della loro assoluta, continua, esclusione da qualsiasi ruolo significativo. Non mi riferisco al sacerdozio femminile. Mi riferisco al potere, alle cariche, che so, di presidente dello Ior, di governatore dello Stato, di nunzio o di segretario di Stato: CHE A MIA CONOSCENZA NESSUN PASSO DEI VANGELI PRESCRIVE DEBBANO ESSERE AFFIDATE A UOMINI ANZICHÉ A DONNE. Ma che la Chiesa invece continua imperterrita a credere un esclusivo monopolio maschile. Mi chiedo come possa immaginare di avere un qualsiasi futuro un’istituzione che nel mondo oggi si muove in questo modo».

È uno scherzo da parte del professor Galli della Loggia o dobbiamo davvero pensare, con fervida immaginazione, agli apostoli Paolo e Pietro alle prese con problemi di questo tipo (presidenza dello Ior, governatore di Stato, nunzio o segretario di Stato)? Certamente no. Come la mettiamo con la ricostruzione storica relativa alla “chiesa” di quel tempo? Allora non esisteva nulla di tutto questo, anzi non esisteva proprio il cattolicesimo romano.

Io ritengo che il professor Ernesto Galli della Loggia sia al corrente che la Chiesa descritta nei Vangeli (meglio sarebbe stato dire: nel Nuovo Testamento) ha poco o nulla da spartire con la chiesa cattolica apostolica romana, chiesa che è il prodotto di una lenta ma costante degenerazione rispetto alla Chiesa di Cristo descritta nel Nuovo Testamento stesso. Anzi, spero vivamente che lo sappia. Allora, perché non dire più semplicemente che nei Vangeli (come scrive lui) non v’è alcuna nozione di quel cattolicesimo che contesta e che vede senza futuro perché lede i diritti delle donne, accentrando tutto il potere in mano maschile? Perché non dire che la Bibbia va lasciata da parte quando si parla del cattolicesimo nella sua forma storica, considerato che poco o nulla il cattolicesimo spartisce – a livello pratico – con la Chiesa di Cristo di cui parla il Nuovo Testamento? Perché continuare ad alimentare la mentalità che vede nel Papa una personalità religiosa importantissima? Perché non affermare, al contrario, con chiarezza e una volta per tutte, che il cattolicesimo è una formazione politica e come tale va unicamente considerata?

Rispettiamo i Vangeli (secondo la limitazione del professor Ernesto Galli della Loggia) e annotiamo la presenza storica del cattolicesimo, ma distinguiamoli sempre perché sono entrambi portatori di idee e comportamenti che sono agli antipodi, in pieno e preciso contrasto tra di loro. Solo facendo chiarezza sulla storia di entrambi si potrà avere una giusta visione delle cose.

Lasciamo in pace i Vangeli (secondo la limitazione del professor Ernesto Galli della Loggia) e non usiamoli mai a supporto di tesi che non sono storicizzate a sufficienza.

Usiamo, invece, la Bibbia e il Nuovo Testamento (come dicono più correttamente i cristiani) per mostrare che ciò che era all’inizio della predicazione del Vangelo (la Chiesa di Cristo descritta nel Nuovo Testamento) è totalmente, compiutamente, chiaramente e definitivamente distante dal cattolicesimo apostolico romano.

Arrigo Corazza

IL CICLO NATALIZIO: CONSIDERAZIONI STORICHE (25 dicembre 2020)

25 dicembre 2020

Chi festeggia il ciclo natalizio, lo fa sulla base della più pura tradizione umana e non secondo la Parola di Dio, come dimostra la ricostruzione storica dello stesso.

 

IL CICLO NATALIZIO

Per ciclo natalizio s’intende il periodo di dodici giorni compreso tra Natale (25 dicembre) e l’Epifania (6 gennaio).

A. DATA DELLA NASCITA DI GESÙ CRISTO

Diversamente da quanto propugnato nel secolo scorso dai critici più radicali, oggigiorno nessuno studioso onesto e degno di tal qualifica è incline a negare la storicità di Gesù di Nazareth. Tuttavia, allo stato attuale della documentazione in nostro possesso, non è possibile determinare né l’anno, né il mese, né il giorno della nascita di nostro Signore. È appena il caso di ricordare che i documenti («fonti») più importanti ai quali bisogna attingere in siffatta ricerca storica sono (e rimangono, fino a prova contraria) gli scritti del Nuovo Testamento (in special modo i primi tre Vangeli), dato che gli autori pagani ci hanno tramandato scarsissime e niente affatto accurate notizie intorno a Gesù.

In conclusione, dobbiamo affermare che il Nuovo Testamento risulta assai avaro di notizie cronologiche concernenti non solo Gesù, il cui anno di morte ci è del pari impossibile precisare, ma anche Maria Sua madre (che permane costantemente nell’ombra e addirittura scompare dopo Atti 1:14) o gli apostoli o qualunque altro personaggio di rilievo.

B. IL NATALE

Il termine natale deriva dal latino natalis (dies) e designa il giorno della nascita. Secondo la Chiesa Cattolica è la «festa della nascita del Signore, che si celebra il 25 dicembre … Circa la data storica della nascita di Gesù una tradizione apostolica manca del tutto … L’antichità cristiana era incerta sul giorno della nascita di Cristo… Clemente Alessandrino: 20 maggio, 10 gennaio o 6 gennaio; quest’ultima data, secondo lui, era accettata dai più» (Enciclopedia Cattolica [d’ora in avanti: EC], vol. VIII, Città del Vaticano, 1952, coll. 1667-1668). Altre date proposte: 28 marzo, 2 aprile. Esistendo dunque tale disparità di giudizi all’interno del mondo cristiano più antico (Clemente Alessandrino morì d’intorno al 215 d.C.) in merito al giorno di nascita di Gesù, bisogna chiedersi perché, come, dove e quando si giunse a determinare la tradizionale data del 25 dicembre.

Nel IV sec. d.C., nel quadro della gestione costantiniana delle questioni religiose nell’Impero romano (che vedeva la religione andare a braccetto con lo Stato stesso), è probabile che essa fu scelta per celebrare la festa della natività di Cristo in opposizione alla festa pagana della nascita di Mitra (solis invictus), celebrata in ambito pagano del III e IV secolo d.C. per l’appunto il 25 dicembre. Ciò si deduce in special modo dal Cronografo del 354 d.C., primo documento occidentale riferentesi al Natale. «Considerazioni di carattere astronomico-profetico scritturistico di una certa natura simbolica, e l’esistenza di una festa civile, pagana, del sole, alla data del 25 dicembre, avrebbero quindi contribuito ad assegnare la nascita di Cristo, sole e luce, appunto in questa data … L’origine prettamente romana della celebrazione liturgica del Natale è fuori dubbio; ma resta alquanto indeterminato il preciso momento in cui essa iniziò» (EC, vol. VIII, col. 1668); comunque, tra il III e il IV secolo d.C., come detto. È da notare, però, che in Oriente, nel IV secolo, il Natale era celebrato il 6 gennaio.

Il Natale è costellato di importanti e diffuse manifestazioni popolari (folklore). Queste si pongono in connessione con altre feste d’inizio d’anno, sicché si spiega la costumanza di scambiarsi doni in quanto segni augurali di prosperità per l’intero anno. Babbo Natale ne è la maschera più nota, che peraltro va accomunata alla Befana (vedi appresso). In questo quadro è da collocare l’uso dell’albero di Natale, destinato ad accogliere i doni, la cui origine rimonterebbe al XVII secolo, nell’Alsazia. Da ultimo andrà citato il presepe o presepio (dal latino praesepe = «stalla»), ossia la raffigurazione, per lo più plastica, della nascita di Gesù. Secondo la testimonianza di Bonaventura, Francesco d’Assisi (1182-1226) avrebbe per primo ricostruito la scena a Greccio (Rieti), nel 1223.

C. L’EPIFANIA

“Epifania” (dal greco epiphàneia) significa «manifestazione». Nel Cattolicesimo rappresenta «la festa commemorativa delle manifestazioni di Gesù Cristo» (EC, vol. V, col. 419). In Oriente «la prima notizia della sua celebrazione è fornita da Clemente Alessandrino (circa 215) … in Occidente la prima testimonianza occidentale della festa è del pagano Ammiano Marcellino [circa 330 - 400 d.C.]» (EC, vol. V, col. 419). Propagandosi la festa del Natale, nella zona occidentale l’oggetto principale dell’Epifania, specialmente nella devozione popolare, divenne l’adorazione dei Magi. In Oriente, all’opposto, permasero il battesimo e le altre manifestazioni di Cristo.

A proposito dei Magi, così cari al folklore, l’Enciclopedia Cattolica afferma che «il loro numero … è incerto. Nelle pitture delle catacombe romane appaiono ora 2, ora 4, ora 6 (anche 12 presso i Siri e gli Armeni), ma nella maggior parte dei monumenti e dei documenti predomina il numero di 3 (nato forse da quello dei doni). I nomi popolari (Gaspare, Melchiorre, Baldassarre), con varianti, appaiono verso il secolo IX … Il titolo di re è attribuito ai Magi, sembra per la prima volta, da S. Cesario di Arles (ca 470-542 d.C.) e da alcuni apocrifi» (EC, vol. VII, col. 1825).

Il Nuovo Testamento si riferisce ai Magi in questi semplici termini: «Ora, essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai giorni del re Erode, ecco alcuni Magi d’Oriente arrivarono in Gerusalemme dicendo: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo” … Essi dunque… partirono; ed ecco, la stella che avevano veduta in Oriente andava innanzi a loro finché, giunta al luogo dov’era il fanciullino, vi si fermò sopra. . . Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria Sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono alcuni doni: oro, incenso e mirra. Poi essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese» (Matteo 2). Quindi, i magi non erano né tre né re né si chiamavano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.

All’Epifania si accompagnano diverse manifestazioni folkloristiche, tra cui risalta il personaggio della Befana, una benefica vecchietta che visita le case nella notte dal 5 al 6 gennaio, depositando doni per i bambini buoni e pezzi di carbone per gli altri.

Arrigo Corazza

L’ASINA DI BALAAM E IL PAPA (24 dicembre 2020)

24 dicembre 2020

L’ASINA DI BALAAM E IL PAPA

Il vocabolo “papa” ha origine dal greco pàpas o pàppas, «padre».

Nella lingua italiana “papà” è appellativo familiare ed affettuoso del padre (meno diffuso è “babbo”, che si restringe ormai all’uso toscano. Peraltro, in taluni dialetti, “babbo” significa invece “babbeo”, “sciocco”, “semplicione”). È invalso l’uso di appellare «padre» anche personaggi che né lo sono né lo meritano. Si tratta di personaggi, è chiaro, ritenuti “importanti in religione”. Gesù, che è Dio e che conosce assai bene gli uomini, ha inferto un colpo mortale alle ambizioni di costoro dicendo: «Non vi fate chiamare “Maestro”, perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. E non vi fate chiamare guide, perché uno solo è la vostra guida, il Cristo: ma il maggiore fra voi sia vostro servitore. Chiunque s’innalzerà sarà abbassato, e chiunque s’abbasserà sarà innalzato» (Matteo 23:8-12).

È ovvio che il Signore non si riferisce qui né ai maestri di cultura o di scuola (che possono essere chiamati maestri), né ai padri naturali (che possono essere chiamati padri, papà o babbo, perché ne hanno diritto), né alle guide turistiche, ma piuttosto a uomini che vogliono essere considerati e maestri e padri e guide nelle questioni religiose. Diamo uno sguardo attorno a noi e notiamo quanti maestri, padri e guide spirituali esistono in religione, nonostante le nitide parole profferite dal Signore Gesù, vero Maestro e vera guida spirituale!

Proprio mentre ferveva la lotta tra Martin Lutero e la Chiesa Cattolica Romana (dal 1517 in avanti), il riformatore tedesco (ancora agostiniano) espresse un concetto molto serio, volto da un lato a distruggere il monopolio papale nell’interpretare la Scrittura e, dall’altro, a ribadire il diritto dei laici a comprendere il pensiero di Cristo senza interposta persona. Lutero disse: «L’asina di Balaam fu più savia del profeta, e, se Dio parlò per bocca di un’asina contro il profeta, perché non potrebbe anche oggi parlare per bocca di un uomo onesto contro il papa?» (Citato da R. H. Bainton, Lutero, trad. it., Einaudi, Torino, 1960, p. 124). Su Balaam e la sua asina, vedi Numeri 22; 2Pietro 2:15-16.

Arrigo Corazza

 

IL PAESE DELLA CUCCAGNA E IL CROCIFISSO (24 dicembre 2020)

24 dicembre 2020

Riprendo, a distanza di sedici anni, qualche mia considerazione sul crocifisso nel nostro Paese. Mi sembra di poter dire che, sostanzialmente, nulla è cambiato. Qui le cose, sotto l’aspetto religioso, si muovono lentissimamente (seppure si muovono). La Parola di Dio, però, permane. E così la Chiesa di Cristo, che non morirà mai (Matteo 16:18) perché Cristo stesso è eterno (Ebrei 13:8)

Arrigo Corazza

 

IL PAESE DELLA CUCCAGNA

L’Italia è un paese unico. Non l’attesta soltanto la sua forma geografica (“lo stivale”): lo dicono soprattutto la sua bellezza naturale, la sua storia straordinaria, le sue tradizioni apprezzate ovunque. Per questo, l’Italia è solitamente definita “il Bel Paese”. Da un punto di vista religioso, però, il giudizio sulla questione della specificità italiana cambia in modo drastico: mentre per alcuni l’Italia è il Paese della cuccagna, per altri è un Paese ingiusto, che non riconosce la parità di tutte le forme religiose.

Bisogna chiedersi che cosa significhi “Paese della cuccagna”. È il nome di un luogo immaginario in cui tutto è abbondanza, vita facile e godereccia. Sinonimi ne sono “Paese della pacchia”, “Paese di bengodi”. Nelle sagre paesane l’albero della cuccagna è un palo liscio e insaponato recante in cima, appesi ad un cerchio, premi vari (perlopiù generi alimentari: “cuccagna” proviene da una voce germanica indicante dolciumi) che sono appannaggio di chi riesce a raggiungerli arrampicandosi.

Per il cattolicesimo, l’Italia è il Paese della cuccagna. Una data può assurgere a simbolo di questo fatto: l’11 febbraio 1929, in cui giunsero a piena maturazione legale le secolari pretese del cattolicesimo romano sul Paese. L’11 febbraio 1929 vennero stipulati i Patti Lateranensi tra la Santa Sede e lo Stato italiano. Essi posero fine alla “questione romana” apertasi il 20 settembre del 1870 (occupazione di Roma da parte del giovanissimo Regno d’Italia). I Patti Lateranensi constano di tre atti distinti: un trattato, un concordato e una convenzione finanziaria. Non è nostro scopo entrare qui nei particolari. Ci basterà ricordare che, quale conseguenza primaria dei Patti Lateranensi, l’Italia ribadì ufficialmente il carattere cattolico dello Stato. La Chiesa Cattolica ne ebbe ogni sorta di beneficio – in primo luogo l’obbligo dell’insegnamento cattolico nelle scuole. Sappiamo che i Patti Lateranensi furono il risultato di una lunga e laboriosa trattativa tra la Santa Sede e Mussolini, che ne ricavò un indubbio prestigio personale. Ma anche nella Costituzione repubblicana i Patti non potevano mancare (articolo 7). Il che la dice lunga sull’importanza del cattolicesimo nel nostro Paese, quale che sia il regime imperante.

In data 20 marzo 1985, sotto il governo Craxi, la Camera approvò definitivamente il nuovo Concordato, in virtù del quale il cattolicesimo non è più religione di Stato e l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo nelle scuole pubbliche italiane. Di fatto, però, non è cambiato niente. Il cattolicesimo rimane la religione dominante soprattutto grazie ad una legislazione compiacente. Dunque, l’unicità dell’Italia in materia di potere cattolico è chiara, anche perché solo in Italia, nella fattispecie a Roma, ha sede il papato.

Inscritta in questa cornice storica, la questione del crocifisso acquisisce un significato più chiaro. È inutile che di tanto in tanto, nel Paese di bengodi, vi sia qualche tentativo di ribellione (“rigurgito”) contro il potere cattolico: la situazione è quella che è, non cambia e, verosimilmente, non cambierà in tempi brevi. Per chi crede secondo il N.T., occorre mettersi il cuore in pace e vivere la propria vita nella fede del Figlio di Dio, l’unico Signore e capo della Chiesa. Questo è quel che davvero conta.

Ciò detto, è giusto che qualcuno protesti ancora contro l’affissione del crocifisso nelle scuole? Alla luce della libertà di coscienza in materia religiosa, che dovrebbe essere garantita a tutti sempre e comunque, è giusto, mentre, come abbiamo appena detto, alla luce della tradizione religiosa italiana è inutile. Spiace per i vari rigurgiti che di tanto in tanto si hanno nel Paese della cuccagna (siano essi prodotti da cristiani secondo il Nuovo Testamento, atei, Ebrei, protestanti, musulmani …).

La questione del crocifisso è regolata da una legge del 1924, dunque addirittura antecedente i Patti. E quel che conta, sino a prova contraria, è la legge. Se il crocifisso deve legalmente stare, che stia. Se non deve legalmente stare, che non stia. Tuttavia, l’impressione è che, seppure legalmente non dovesse stare, si troverà un modo di farcelo stare. Sì, perché in questa diatriba recente si sono pericolosamente toccate le corde del sentimento, invocando concetti quali “simbolo dei valori” dell’Italia. La storia insegna quali pericoli si annidino nelle ideologie, specie in ambito religioso. Per chi crede, in realtà, esse hanno valore solo quando siano seguite da atti rispondenti alla Bibbia.

Il crocifisso, che i primi cristiani non conoscevano affatto, sarebbe il “simbolo dei valori” religiosi (e non soltanto) dell’Italia, e quindi non va rimosso. A questo punto occorre chiedersi quali siano i valori tirati in ballo. Lasciando perdere i riconoscimenti che l’uomo conferisce (riconoscimenti frutto del consenso politico e dalla pressione delle masse), e limitandoci ai valori biblici, i valori sono forse quelli delle bestemmie imperanti, della corruzione morale diffusa un po’ dovunque, dei divorzi in aumento, delle “coppie di fatto” eterosessuali ed omosessuali, della più crassa ignoranza biblica, e via dicendo? Non si può credere che il crocifisso rappresenti questi valori. Il cristianesimo è tutt’altro affare: è fede in Cristo e ubbidienza al Padre; è speranza, è carità, è comportamento etico ineccepibile, è un conformarsi alla figura del Cristo, che tutto ha detto e tutto dimostrato nella sua breve vita, lasciando un esempio imperituro.

Abbiamo detto sopra che nel Paese di bengodi, ovviamente in tempi e modi diversi, i rigurgiti circa il crocifisso sono ricorrenti. Sorprende notare come negli schieramenti a favore del crocifisso non manchi mai il medesimo appiattimento mentale e la medesima ignoranza storico-religiosa. Addirittura, anche presso eminenti personalità della cultura italiana non si vuole andare in fondo (per non aizzare il cane che dorme?). Un esempio significativo? Natalia Ginzburg (1916-1991), in un articolo pubblicato su “L’Unità” del 25 marzo 1988, difese il crocifisso che una professoressa di Cuneo aveva tolto dall’aula della sua classe, chiedendone nello stesso tempo la rimozione da tutte le aule scolastiche italiane. La richiesta aveva sollevato, di conseguenza e al solito, un gran polverone (subito sopito).

Ma non appare strano che la Ginzburg, di solida tradizione ebraica (figlia di Giuseppe Levi, noto professore di anatomia all’Università di Torino, moglie di quel Leone Ginzburg che fu critico letterario e professore all’Università di Torino, tra i primi collaboratori della celebre casa editrice Einaudi, torturato e ucciso dai nazisti a Regina Coeli [Roma] nel 1944, madre di Carlo Ginzburg, insigne storico ora alla UCLA di Los Angeles – dunque, una delle menti “emigrate” dal Paese della cuccagna), prenda le difese del crocifisso? No, non è affatto strano, se l’ebraismo della Ginzburg è pari a quello di suo figlio Carlo: «Sono un ebreo nato e cresciuto in un paese cattolico; non ho mai avuto un’educazione religiosa; la mia identità ebraica è in gran parte il frutto della persecuzione» (C. Ginzburg, Occhiacci di legno, Feltrinelli, Milano 1998, p. 12). Insomma: Ebrei alla cattolica, che si ricordano di essere Ebrei solo quando sono perseguitati, così come i Cattolici si ricordano di essere tali quando viene loro toccato il loro crocifisso.

Nell’articolo citato sopra – che lascia dispiaciuti per la genericità di talune affermazioni e per la totale mancanza di prospettiva biblica –, la signora Ginzburg afferma sorprendentemente: «A me dispiace che il crocifisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita … Il crocifisso non insegna nulla. Tace … Il crocifisso non genera alcuna discriminazione. È là muto e silenzioso. C’è stato sempre … Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsi offesi gli Ebrei? Cristo non era forse un Ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di Ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano». Gli Ebrei dovrebbero sentirsi offesi perché la Bibbia ebraica sostiene che farsi immagini è proibito: è scritto nei Dieci comandamenti (Esodo 20:4). È universalmente noto come la mancanza di immagini costituisca uno dei principi più solidi e importanti dell’ebraismo. Viene il sospetto che alla signora Ginzburg o non interessasse niente della Bibbia o non la conoscesse. A differenza di ciò che la signora Ginzburg sostiene, il crocifisso non è muto: invece parla, eccome! Non parlerebbe se non ci fosse, e non ci sarebbe se qualcuno non ce lo avesse messo.

Bisogna ora chiedersi: perché il caso recente ha creato tanto scalpore? Perché a promuoverlo è stato un cittadino italiano musulmano, Adel Smith, famoso per le maniere spicce che lo contraddistinguono, un tipo antipatico a pelle, tosto, rognoso, che non molla l’osso. Si teme che dopo la rimozione del crocifisso si vogliano imporre tradizioni musulmane. Si teme che questo accada in breve tempo, visto che noi Italiani non facciamo più figli e che altri li fanno al posto nostro: questi “altri”, che vivono secondo tradizioni e maniere diverse dalle “nostre”, un giorno prenderanno il sopravvento grazie al loro numero …

Mettendo da parte la questione demografica (che, comunque, richiede pure i suoi tempi), personalmente non credo che ciò avverrà così presto e così facilmente. Se Adel Smith non molla l’osso, tanto più il prete. Figuriamoci! Dopo aver durato millenni di fatica per acquisire il potere, il prete non mollerà l’osso manco morto. Così come non lo molleranno gli Ortodossi. Vi siete chiesti come mai il Papa, che ha girato in lungo e in largo il mondo, compiendo più di cento viaggi (se non erro), non possa andare a Mosca, la “terza Roma”? Perché le autorità della Chiesa Ortodossa, divisa dal 1054 da Roma, non ce lo vogliono, temendo il proselitismo cattolico, di cui in realtà si sono già lamentati da tempo. Né molleranno l’osso i musulmani laddove sono tradizionalmente collocati. Insomma: per ciò che riguarda la religione, uno statu quo mondiale? Credo di sì perché il guaio è stato fatto e, una volta fatto, è difficile ripararlo. Il guaio è che si è mischiato il fatto religioso, che è individuale, con il fatto politico, che è collettivo. E se è vero che il matrimonio tra Stato e religione si riscontra nella maggioranza delle culture storiche, è altrettanto vero che nel cristianesimo questo non sarebbe mai dovuto accadere: le parole di Gesù circa la distinzione tra Stato e religione non possono essere dimenticate (Matteo 22:21).

Nella recente diatriba sul crocifisso, parecchi sono intervenuti, e tutti a difesa del crocifisso. Addirittura, il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, ha citato il celebre scritto (1942) di Benedetto Croce, Perché non possiamo non dirci cristiani, scritto che riemerge fuori sempre a tempo debito, come se fosse il Vangelo. Però, se l’ha detto Croce, sarà pur vero – dice la massa che di Croce oggi non sa più nulla: difatti, per moltissimi, oggi, Croce (1866-1952) appartiene ad un contesto culturale, quello dei primi cinquant’anni del Novecento, oramai morto e sepolto.

Mi chiedo se questo scritto di Croce sia mai stato letto, se si sappia o no che Croce, in sostanza, non era credente, o cosa egli volesse intendere per “cristiano” (che non è lo stesso di “cattolico”: Croce usa “cristianesimo”, “chiesa cristiana cattolica” e via dicendo); infine se si capisca che Croce non può essere preso a sostegno di una prassi che nel Vangelo non ricorre. Infatti, Croce non è il Vangelo (peraltro, Croce nel suo articolo non cita mai la Bibbia). Pur essendo stato uno studioso eccezionale, benemerito della cultura italiana, che contribuì a svecchiare e ad elevare a livelli europei, come tutti anche Croce ha preso qualche grave abbaglio in vari ambiti. Basti qui ricordarne uno di indole religiosa. Nel 1947, dopo l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale e il ben noto tentativo nazista di sterminio degli Ebrei (tentativo che costò milioni di vittime innocenti), Croce invitò proprio gli Ebrei, con i quali solidarizzò sempre e comunque, a «cancellare quella distinzione e divisione nella quale hanno persistito nei secoli» onde evitare persecuzioni (quasi che gli Ebrei non avessero il sacrosanto diritto a rimanere tali). Questa fondamentale mancanza di comprensione del problema ebraico da parte di Croce la dice lunga su come da noi certi problemi vengano trattati.

In Perché non possiamo non dirci cristiani l’articolazione del pensiero di Croce – insolitamente farraginosa – sembra concentrarsi unicamente sul “cristianesimo” visto nella sua valenza storica. In futuro si potrebbe esaminare più attentamente, da un punto di vista biblico e storico, questo saggio, perché in esso compaiono da un lato cose interessanti (come spesso in Croce) e, dall’altro, cose che non stanno né in cielo né in terra da un punto di vista scritturale. In attesa di procedere in tal senso, mi piace ricordare qui una bella affermazione che vi compare: «Noi, nella vita morale e nel pensiero, ci sentiamo direttamente figli del cristianesimo». Ed è proprio quello che nel “cristianesimo” di molti Italiani è spesso mancato e manca tuttora: morale e pensiero basati sul cristianesimo (per “cristianesimo” intendo qui quello prodotto dalla Parola di Dio). Il che, a ben guardare, non è affatto poco.

Il titolo del saggio crociano (Perché non possiamo non dirci cristiani) a me piace tantissimo. Magari fosse così; disgraziatamente, però, così non è. Lo sarebbe se si leggesse, amasse e applicasse il Vangelo; se, in altre parole, si diventasse “discepoli di Cristo”, ossia cristiani (Atti 11:26). Ben sappiamo quale importanza (intellettuale e pratica) rivesta la Bibbia in Italia: nessuna. Dunque: come possiamo dirci cristiani senza avere conoscenza della Parola di Cristo, l’unica in grado di portarci alla fede (Romani 10:17)? “Battezzare” un bimbo non significa farne un cristiano: cristiani, piuttosto, si diventa. Diventare cristiani è un processo serio e delicato: dall’ascolto del Vangelo, attraverso il battesimo, si giunge alla perseveranza quotidiana nella fede del Signore Gesù. E ciò solo e sempre attraverso la Parola di Dio.

Si sa che, tradizionalmente, noi Italiani non abbiamo mai avuto dimestichezza con la Bibbia: perciò, ci troviamo spesso in difficoltà a perseverare nella fede biblica senza il consueto supporto delle tradizioni umane, rappresentate dall’oculato controllo della Chiesa Cattolica. Insomma: dinanzi ai problemi della fede siamo come bambini sperduti. Da un lato, ci mancano una chiara coscienza critica in materia e il coraggio di prendere decisioni conseguenti; dall’altro, abbonda il desiderio che ci spinge a fare cose che non si devono, pensando che, alla fine, qualcuno sistemerà i guai, ci perdonerà i peccati, avrà pietà …

La morale è scesa a livelli bassissimi, nell’Italia che non ama la Bibbia. E nel Bel Paese non ci sono prospettive di miglioramento per la lettura della Bibbia; anzi, le cose si complicano: in base ad una recente statistica, il 39 per cento degli Italiani è vittima del cosiddetto “analfabetismo di ritorno” (a malapena sa leggere, scrivere e far di conto). La gente, avvezza ai mezzi di comunicazione di massa, ha perso il contatto con la cultura. Un’altra statistica dice che, in Europa, gli Italiani sono quelli che leggono di meno. E figuriamoci se gli Italiani leggono la Bibbia …

La nostra storia spiega perché questo accade. Massimo D’Azeglio (1797-1866), scrittore e uomo politico piemontese (peraltro genero di Alessandro Manzoni), disse all’indomani dell’unità d’Italia: «Ora che l’Italia è fatta, bisogna fare gli Italiani». Al che, di rimando, altri pensarono: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri», e «tutto cambia perché non cambi nulla». La Chiesa Cattolica, senza fare cristiani, si è fatta piuttosto gli affari propri per far sì che, tutto sommato, in religione, nel Paese della cuccagna, pur cambiando all’apparenza molte cose, non cambiasse (e non cambi) mai davvero nulla. Ma ora è giunto il momento di fare, secondo il N.T., sia la Chiesa – quella vera – sia i cristiani, che recano il Crocifisso sempre impresso nei loro cuori e nelle loro menti.

Arrigo Corazza (2004)

LA CROCE E IL CROCIFISSO (24 dicembre 2020)

24 dicembre 2020

LA CROCE E IL CROCIFISSO: RILIEVI STORICI E BIBLICI

La parola “croce” deriva dal sanscrito krugga (“bastone pastorale”); in greco è stauròs (“palo”) o xýlon (“legno”); in ebraico è ‘es (“albero”). Questa terminologia indica che, in origine, la croce era un albero/palo cui i condannati venivano confitti con chiodi o impalati.

Fin dalla preistoria, la croce fu simbolo diffuso per indicare la vita, la divinità, il sole … Il processo attraverso cui la croce giunse ad avere valore universale, soppiantando tutti gli altri simboli cattolici, si compì abbastanza tardi (IV secolo), dopo l’epoca di Costantino (che muore nel 337 d.C.).

Pare che i Romani ereditassero la crocifissione dai Persiani, tramite i Greci e i Fenici. Non praticata su cittadini romani, fu abolita da Costantino. Le fonti antiche (soprattutto letterarie e archeologiche) parlano della croce specie a cominciare dal 325-335, in occasione della inventio crucis (“ritrovamento della croce”) avvenuta in Gerusalemme durante la dedicazione di due basiliche (Santo Sepolcro e Calvario). Prima d’allora la croce ha minima rilevanza presso i cristiani: è assente nei Padri Apostolici (vicinissimi al tempo degli Apostoli) e ha un ruolo secondario nei Padri Apologisti (subito dopo i Padri Apostolici). Da allora in poi, a circa tre secoli dalla morte del Cristo, si sviluppa il culto della croce, che diventa il segno della vittoria (signum victoriae), la croce invincibile (crux invicta). Si diffonde il segno della croce (signum crucis), usato prima d’ogni azione ed assurto a valore rituale di efficacia.

Rarissime (e talora discusse) risultano le raffigurazioni della croce prima del IV secolo, mentre le più antiche attestazioni della rappresentazione del crocifisso sono il graffito del Palatino (III secolo, di mano pagana), il Cristo nudo sulla croce (420 d.C.) e il pannello ligneo della porta della Chiesa di S. Sabina a Roma (450 d.C.).

I cristiani del N.T. non facevano uso né della croce né del crocifisso.

Arrigo Corazza 

LANTERNE

23 dicembre 2020

LANTERNE (1983)

Una notte un’automobile venne investita da un treno a un passaggio a livello custodito da un vecchio sorvegliante. Alla causa che ne seguì, il vecchio – interrogato se avesse fatto uso della lanterna segnaletica – rispose di aver agitato a più riprese la lanterna.

Il giorno dopo, il direttore della Ferrovia disse al vecchio sorvegliante: «Temevo proprio che ieri saresti caduto in contraddizione; invece sei stato proprio bravo!». Il vecchio rispose: «Io, invece, temevo che il giudice mi chiedesse se la lanterna fosse accesa o no».

Ognuno di noi è come quel sorvegliante. Tutti recitiamo bene la nostra parte; solo c’è da rispondere a questa domanda: brilla la luce che ci è stata affidata (Matteo 5:14)?

Alessandro Corazza [1926 - 2017]

 

 

FEDELTÀ COERENTE

23 dicembre 2020

FEDELTÀ COERENTE (1983)

La Chiesa del Signore, quella che scaturisce dalla ubbidiente materializzazione dei princìpi dottrinali contenuti nel Nuovo Testamento, non può lasciarsi confondere con le istituzioni umane, quelle cioè che gli uomini hanno edificato o inventato. La Chiesa di Cristo, per essere e rimanere il popolo che Dio si è acquistato con il sangue del Suo Figlio, non può indulgere a compromessi che snaturino l’organizzazione o la missione stessa che il Signore stabilì per essa già prima della creazione dei mondi.

Gli uomini cambiano, e fanno prestissimo a cambiare anche le cose più sacre in cui credono. Lo fanno non per amore di novità, quasi si stancassero della perfezione, ma lo fanno perché hanno abbassato la loro guardia e si sono lasciati trascinare dall’Avversario, il quale ha come scopo ultimo il dirottamento dei figliuoli di Dio, allontanandoli il più possibile, anche se a lentissimi spostamenti, dai binari predisposti dall’Eterno.

Il tempo cambia le persone, incredibilmente. Nell’anno 60 d.C. il grande apostolo Paolo scrisse ai Romani, parlando di quei fratelli che ancora non conosceva direttamente, non essendosi ancora recato nella capitale dell’impero, in termini altamente elogiativi: «Rendo grazie all’Iddio mio … per tutti voi, perché la vostra fede è pubblicata per tutto il mondo» (1:8). Alla fine dell’epistola, nel salutare per nome tantissime persone, uomini e donne, collaboratori e parenti, aggiunge una nota di entusiastico apprezzamento: «Quanto a voi, la vostra ubbidienza è giunta a conoscenza di tutti» (16:19). Una chiesa perciò salda, sana, fedele, forte; una chiesa che poteva ben venire additata ad esempio e a modello per tutti i credenti di allora. Ma non per i credenti di oggi, se è vero che solo pochi anni più tardi, esattamente sette, l’apostolo doveva amaramente scrivere: «Nella mia prima difesa nessuno si è trovato al mio fianco, ma tutti mi hanno abbandonato: non sia loro imputato!» (2Timoteo 4:16). Eppure Paolo si trovava probabilmente a Roma, in quella stessa città tanto esaltata e in quella stessa chiesa tanto vantata! Se così fosse, in pochi anni, in soli sette anni, la fede e l’ubbidienza di quei credenti erano scomparse come nebbia al sole! Dov’erano quei bravi fratelli e quelle sante sorelle? Dove si trovavano i forti e i fedeli di qualche anno prima? Di tutti quei nomi ricordati in Romani 16 possiamo salvare solo Aquila e Priscilla, perché proprio nell’ultima lettera di Paolo, la 2Timoteo, i due coniugi ricompaiono come destinatari dei saluti dell’apostolo, e perciò lontani dalla capitale (cfr. 2Timoteo 4:19).

In pochi anni i fedeli erano diventati infedeli, e gli ubbidienti erano diventati ribelli. Se la cosa fu possibile a quelli, che vivevano i tempi eroici degli apostoli, immaginiamoci quale non debba e possa essere il pericolo per noi, che siamo lontani in tutti i sensi da quei santi momenti storici! Per la qual ragione, ogni invito a tener salda la guardia, a stare continuamente attenti, a non lasciarci né intimorire dai potenti di oggi, né distrarre dai sottili seduttori che si sono introdotti nelle nostre adunanze, vanno tenuti in seria e grave considerazione.

La Chiesa del Signore non ha nulla a che spartire con il Cattolicesimo, frutto dell’umana invenzione che riuscì a dominare gli ingenui e gli ignoranti, ma non ha neppure nulla a che spartire con il Protestantesimo che diventa addirittura maggiormente colpevole quando con abiti diversi ma con i vecchi spartiti passa a riutilizzare la vecchia musica ingannatoria.

In pochissimi anni le chiese di Cristo in Italia sono passate dalla fede alla credulità, dall’ubbidienza alla ribellione, lasciandosi prendere la mano da giganteschi sogni di gloria, da un vangelo sociale che appunto per questo è un altro vangelo! Scuole, ospizi, ospedali, campeggi, sono solo e sempre istituzioni umane, quale che sia il volto da perbenismo che si voglia dar loro; sono opere degli uomini per avvalorare un volto benefico della Chiesa che ha invece lo scopo preminente e peculiare di predicare la Verità che salva. Il valzer dei soldi, il conteggio delle presenze, lasciamoli a chi è solito sguazzarci dentro!

Dov’è più la conoscenza della Parola di Dio, di tutta la Parola di Dio? Non si accorgono, gli ingenui di oggi, che la citazione di alcuni versetti, di pochi versetti, tende a generalizzare anziché a specificare? Perché non si esamina tutto il messaggio neotestamentario? Dire che dobbiamo amare Dio, e il prossimo, è cosa facile e risaputa. Dire che dobbiamo amare la verità potrebbe invece non essere cosa tanto nota, ma caratterizza una vita, una militanza, una chiesa! Per quanto riguarda i cristiani che seguono il Nuovo Testamento, essi tenderanno a prendere sempre di più le distanze dagli apostati, che – pur esibendosi con un nome comune che non ci risparmia l’equivoco ma neppure ci coinvolge – continueremo a usare la Parola di Dio – TUTTA – per approfondire l’immenso tesoro di verità che il Signore ci dispensa. Continueremo a predicare il non oltre quel che è scritto (1Corinzi 4:6), ad esaltare il modello della Chiesa neotestamentaria, già potenzialmente perfetta al suo tempo e quindi non perfettibile, a pretendere il libro, capitolo e versetto per tutto ciò che si pensa, si dice e si fa in religione (Colossesi 3:17). Sempre pronti a metterci attorno a un tavolo, non per stilare compromessi ma per studiare la volontà del Signore che volle donarsi per illuminarci e salvarci!

Alessandro Corazza [1926 - 2017]