Aequitas Romana. La giustizia dei pagani e dei cristiani (14 settembre 2018)

Pisa, 14 settembre 2018

Talora i pagani si rivelano più giusti e avveduti dei cristiani (Luca 16:8), e questo è un fatto assai grave, indegno della Chiesa di Cristo (1Corinzi 6:1-7). Infatti, può capitare che nel Regno non si ami la giustizia di Dio sopra ogni altra cosa (Matteo 6:33). I maldicenti e gli oltraggiatori riescono spesso a farla franca, nelle Chiese di Cristo. La maldicenza genera il pregiudizio, e il pregiudizio, a sua volta, produce ogni sorta d’iniquità perché non si applicherà più la mentalità voluta da Cristo (1Corinzi 2:16). Non bisogna avere comunione con i maldicenti, con gli oltraggiatori (1Corinzi 5:11; 6:10). Occorre solo pregare perché si ravvedano biblicamente, se Dio concede loro il tempo per farlo. Le vie del Signore sono infinite, ma anche Satana ne conosce molte … e quella della maldicenza e dell’oltraggio è una di queste.

 

INTRODUZIONE

Chiamati dal Vangelo (2Tessalonicersi 2:14) a far parte del Regno, entrati nel Regno stesso (Colossesi 1:13) per mezzo della fede e del battesimo (Giovanni 3:5), a noi cristiani viene richiesto di comportarci secondo i requisiti del Regno (Filippesi 1:27), essendo la nostra cittadinanza nei cieli, da dove aspettiamo il Signore Gesù (Filippesi 3:20). In Cristo abbiamo dunque vita nuova. Se davvero la nostra cittadinanza è nei cieli, allora bisogna guardare alle cose di lassù, e non più a quelle di quaggiù, dominate da una logica che non deve più appartenerci (Colossesi 3:1ss). Sulla disposizione mentale e pratica del cristiano (redento dal sangue del suo Signore), la parte finale della parabola degli invitati a nozze è esemplare: nessuno che si presenti al Banchetto celeste può sperare di scampare al giudizio dell’Onnipotente senza indossare l’abito adatto, quello dello sposalizio (Matteo 22:1-14).

Teoricamente, non appare difficile comportarsi da cittadini del Regno dell’amore: difatti, basterebbe vivere secondo la carità di cui Paolo tesse il celebre elogio in 1Corinzi 13. In pratica, però, le cose stanno messe in modo assai diverso: i nostri comportamenti nel Regno lasciano spesso a desiderare, e non solo per mancanza di conoscenza, ma anche e soprattutto perché continuiamo a portare la veste del peccato. Insomma: siamo cittadini bensì del Regno splendido, nuovo e maturo nel contempo, portato da Cristo negli ultimi giorni (Ebrei 1:1), ma continuiamo a vivere sospinti da una mentalità molto vecchia e inquinata dal criterio del mondo (mondo dal quale siamo stati strappati grazie all’opera redentrice e gratuita di nostro Signore: Galati 1:4). Dovremmo vergognarci e pentirci dei nostri indegni comportamenti, specie quando i pagani si dimostrano più giusti, saggi e avveduti di noi (cfr. Luca 16:8). Non dobbiamo sottovalutare mai l’uomo, che reca nella propria vita il paradosso del male e del bene mischiati assieme. E per l’appunto, i cristiani possono storicamente notare che l’uomo non redento dalla Parola di Dio sa talora comportarsi come si deve e conviene.

Tre sono gli ambiti dai quali possiamo imparare a combattere la maldicenza e l’oltraggio: 1) la giustizia degli uomini (Aequitas Romana), 2) la legge mosaica; 3) il Vangelo di Gesù Cristo.

 

LA GIUSTIZIA DEGLI UOMINI (AEQUITAS ROMANA)

Un esempio famoso e convincente di giustizia umana è stato sicuramente costituito dal sistema giuridico di Roma, che resta tuttora alla base del mondo occidentale. Vediamo un caso descritto negli Atti degli Apostoli

«Non è abitudine dei Romani consegnare un accusato prima che abbia avuto gli accusatori di fronte e gli sia stato dato modo di difendersi dall’accusa» (At 25:16). Così si esprime Porcio Festo, neo procuratore della Giudea, a proposito di Paolo, di cui i sommi sacerdoti e gli anziani di Gerusalemme avevano chiesto la condanna. Per principio morale (non codificato da alcuna norma scritta, a quanto se ne sa), i Romani non consentivano che si accusasse e/o condannasse qualcuno prima che i suoi accusatori si fossero presentati con le prove, pena lo scadimento dell’addebito stesso. Che poi questo non sia sempre avvenuto, che vi siano stati abusi, è vero, ma è tutt’altro discorso. Nel caso della battitura di Paolo e Sila a Filippi (Atti 16:22) si è calpestata la legge Porcia del 248 a.C., che impediva la fustigazione dei cittadini romani: Paolo e Sila, essendo cittadini romani, non dovevano essere frustati. Nondimeno, la giustizia di Dio e degli uomini ha il suo corso: l’apostolo, autore di brani quali Romani 12:18 e 1Corinzi 6:7, esigerà le scuse da parte delle autorità umane prima di lasciare Filippi (cfr. Atti 16:35-40): non bisogna ledere o calpestare i diritti altrui. Del resto, il civis Romanus (cittadino romano) Paolo di Tarso vedrà riconosciuti i suoi diritti dalle autorità romane a Filippi, a Corinto, a Gerusalemme (cfr. Atti 16:20-39; 18:13; 23:29).

Il governatore Felice così dice a Paolo tradotto a Cesarea da Gerusalemme: «Ti ascolterò meglio quando saranno giunti anche i tuoi accusatori» (Atti 23:35). Felice sospende quindi il giudizio nell’attesa di udire entrambe le parti in causa. Claudio Lisia, il tribuno che aveva salvato Paolo dal linciaggio nel Tempio, dopo essersi informato sulla questione e non averne ricavato nulla di soddisfacente, scrive a Felice in questi termini: «L’ho subito inviato a te, ordinando anche ai suoi accusatori di dire davanti a te quello che hanno contro di lui» (Atti 23:30). Dunque, Claudio Lisia, Felice, Festo, rappresentanti il governo e la giustizia di Roma, ribadiscono tutti senza esitazione il medesimo principio.

Intorno al 111 d.C., nella corrispondenza tra Plinio il Giovane, governatore in Bitinia, e Traiano circa il trattamento da riservare ai cristiani, l’imperatore risponde in questo modo a Plinio: «Tu hai seguito, o mio Secondo, la procedura che dovevi, nell’investigazione dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come cristiani. Non si può, infatti, stabilire una forma generale che abbia forma per così dire fissa. Non devono essere ricercati; se sono denunciati e convinti [cioè riconosciuti colpevoli], debbono essere puniti ma secondo questo criterio: chi avrà negato di essere cristiano e lo avrà provato con i fatti, venerando cioè i nostri dei, anche se per il passato è stato sospetto, ottenga il perdono a seguito del suo pentimento. Ma le denunce anonime non devono avere valore in nessun tipo di accusa. Sarebbe di pessimo esempio e non degno del nostro tempo» (Plinio Cecilio Secondo, Epistularum Libri, X, 96, 97). Esattamente quel che noi oggi nella nostra società in genere, e anche nella Chiesa di Cristo, non facciamo …

Che lezione ci ha impartito il pagano Traiano! Se duemila anni fa quell’“esempio” era ritenuto pessimo e indegno dei tempi, allora che cosa dovremmo dire oggi? Non abbiamo dunque imparato proprio niente dalla Parola di Dio, dalla storia e dalla natura delle cose?

 

LA LEGGE MOSAICA

Anche la legge mosaica conteneva una norma precisa in materia, che si accorda con il diritto romano fin qui visto: Deuteronomio 1:16-17; 17:4ss (cfr. Ebrei 10:28). Tale norma viene ripresa da Nicodemo in Giovanni 7:51: «La nostra legge giudica un uomo prima che sia stato udito e che si sappia quel che ha fatto?» (si ricordino, inoltre, Matteo 18:16; Deuteronomio 19:15; 2Corinzi 13:1; 1Timoteo 5:19).

 

E LA GIUSTIZIA DEI CRISTIANI?

Da quanto si è fin qui esaminato, abbiamo capito un punto fondamentale: il diritto romano, quello mosaico e il diritto naturale sono esattamente il contrario del diritto della giungla, dove vige la legge del più forte e astuto. Il più debole va sempre difeso. Nessuno, in ogni tempo e luogo, deve essere accusato e condannato se non lo merita, se non lo comprova la più nutrita schiera di prove schiaccianti (cfr. bene Giovanni 18:23 e 8:46). Certo, a nessuno piacerebbe essere messo in queste condizioni. Eppure questo è quel che succede spesso tra gli uomini.

Nelle Chiese di Cristo ha spesso regnato la chiacchiera, la maldicenza. Pertanto, a tutti noi può capitare di essere malvisti e/o accusati senza alcun motivo. E quando, cascando dalle nuvole, rispondiamo: «Di che cosa parli? Io non ne so niente! Come puoi accusarmi e condannarmi senza la benché minima prova, senza che io addirittura sapessi che girava questa voce sul mio conto? Chi ti ha detto questo? Chiariamo immediatamente!», allora è certo che il nostro fratello interlocutore dirà di non ricordare, di non sapere, di aver sentito dire in modo vago, ma di non essere in grado di specificare ulteriormente … e non si verrà a capo di nulla (è come correre nel campo dietro ad una lepre o ad una lucertola).

Questa tecnica, propria del mondo, è sempre stata usata e continuerà ad esserlo. Quale tristezza e vergogna! Il principio, veramente demoniaco, che regola questa maniera di pensare è che «se gira la voce, allora significa che deve essere vero o perlomeno deve esserci qualcosa sotto!». Nella mentalità collettiva, è più facile chiedere di discolparsi piuttosto che chiedere di provare le accuse.

È interessante notare come in Atti 25:16 siano gli accusatori a comparire di fronte a Paolo; ossia, essi si trovano a confronto diretto con Paolo, che, in qualità di accusato, viene protetto nella sua difesa. In sintesi: la legge mosaica divina, i Romani e il buon senso ci avrebbero dovuto insegnare che non si è colpevoli finché non vi siano prove chiare, sicure, incontrovertibili.

Si è spesso parlato male di molti fratelli senza che questi sapessero minimamente di essere oggetto di tale non proprio benevola attenzione. Si è spesso condannato il fratello senza che questo avesse la benché minima possibilità di difesa. Si è condannato perché piaceva farlo, forse perché si doveva fare per screditare e tacitare gli altri, gli avversari. Noi tutti abbiamo sempre qualche avversario da abbattere ed allora usiamo ogni arma, lecita o illecita. Eppure, siamo un alito di fronte all’eternità del Sovrano del cosmo, l’unico vero giudice a cui spetta la vendetta (Romani 12:19).

La sottile trama delle chiacchiere si sviluppa a dismisura solo per un motivo; c’è il maldicente e c’è chi ascolta il maldicente. Come paragone, potremmo dire che le prostitute ci sono perché esistono coloro che le pagano, che vanno con loro. Dunque, il male è alla radice, nel cuore dei cristiani. Tutti quanti noi dovremmo fare molta attenzione a quel che diciamo e a quando lo diciamo. Dovremmo pensare esattamente a ciò che le nostre parole potrebbero produrre, se non adeguatamente comprovate dalla realtà dei fatti.

È una vera e propria vergogna che simili cose siano accadute, continuino ad accadere e sicuramente accadranno nel Regno di Dio, dove, al contrario, dovrebbero vigere il «sì, sì, no no» (Matteo 5:37; Giacomo 5:12; 2Corinzi 1:17-18), la pace, la gioia, la pulizia mentale e spirituale, la fanciullezza quanto al male e la vecchiaia quanto alla maturità (1Corinzi 14:20).

 

CONCLUSIONE

Nelle Chiese dobbiamo abbattere la brutta abitudine di sparlare degli altri senza la minima prova. I risultati si vedranno: Chiese più pulite, pronte ad accogliere i peccatori ravveduti; migliore e più proficuo servizio nel Regno di Dio, perché il pregiudizio, l’accusa infondata, l’odio premeditato e la vendetta umana non operano la giustizia divina, ma quella di Satana. Quante energie abbiamo sprecato, nel Regno, a causa di questa maniera di fare? Non avremmo lavorato di più, tutti assieme, per la glorificazione del Vangelo nel mondo preda del peccato? Di quanta gioia (quella di stare assieme nella fratellanza) ci siamo privati? E quanta pace abbiamo perso (Romani 8:6; 12:18; 14:17,19)?

Al fine di distruggere la triste consuetudine di volersi fare giustizia individuale, sommaria, senza difesa biblica per l’accusato, occorre avere una nuova mentalità, quella del Regno, che ci impedisce di fare il male, di ascoltarlo e di propagarlo a cuor leggero. Nel giorno del giudizio, dove cercheremo scampo? Nel ventre del gran pesce, come Giona? Le vie del Signore sono infinite, ma anche Satana ne conosce molte (2Corinzi 2:11; 2Tessalonicesi 2:9; 1Pietro 5:8-9) … e quella della maldicenza/oltraggio è sicuramente e diabolicamente una di queste.

Ad ogni modo, per comporre problemi tra fratelli, esiste sempre la via giudiziale stabilita dal Signore Gesù (Matteo 18:15-18). Seguiamola con esattezza e con fiducia!

 Arrigo Corazza