Gesù e il divorzio (Matteo 19:3-12)

23 aprile 2014

 

Spesso a Gesù erano poste domande. Tranne casi rarissimi (Mc 11:27-33), il Signore si è sempre preoccupato di rispondere per istruire e per far comprendere la volontà del Padre. Anche noi, oggi, possiamo ricevere risposta dal Signore a quesiti (ovviamente, leciti da un punto di vista biblico) che sorgono nel nostro cammino spirituale. Se Gesù ci porta in cielo, allora faremmo bene ad ascoltarlo. Se invece non ci interessa la vita eterna, che possiamo rischiare di perdere con un comportamento peccaminoso (cioè, antibiblico), allora preoccupiamoci di altro e non parliamo di cristianesimo. Facciamo quel che ci pare e aspettiamo la nostra morte fisica e il giorno del giudizio finale.

Taluni Farisei gli chiesero, per metterlo alla prova: «è lecito mandare via la propria moglie per un motivo qualsiasi?» (Mt 19:3). Alla fine della risposta (Mt 19:10), i discepoli di Gesù (e non i Farisei che avevano formulato la domanda) esclamarono: «Se tale è la situazione dell’uomo rispetto alla moglie, non conviene prendere moglie». In mezzo (vv. 4-9) la risposta di Gesù.

Matteo 19:3-12 è un brano biblico solido, semplice, che tutti possono capire – in ogni tempo e luogo – senza l’ausilio di chissà quale preparazione “teologica” e, soprattutto, senza la mediazione di qualsivoglia funzionario religioso (prete, pastore, evangelista e via dicendo). Infatti, dal vivo i discepoli capiscono subito che non solo non è possibile mandare via la propria moglie per un motivo qualsiasi, ma che la volontà del Signore in proposito del matrimonio è chiarissima, indiscutibile e che, pertanto, la responsabilità nel vincolo matrimoniale è così pesante da far balenare l’idea che starsene da soli è meglio che sposarsi, visto che il Signore condanna il divorzio (in Mc 10:12 lo stesso dicasi per la moglie che voglia divorziare dal marito).

Non a caso moltissimi preferiscono convivere che sposarsi, perché sanno bene in che tipo di vincolo si caccino. E di questi moltissimi, molti propugnano l’assai poco credibile idea che l’amore non sia vincolato “a un pezzo di carta”. La realtà è che sposarsi (e poi, eventualmente, divorziare) non è come convivere. Lasciamo stare, a questo punto, che la legislazione si stia indirizzando verso la parità matrimonio – convivenza. Ci vorrà tempo, per quello. Intanto, pensiamo alla possibile perdita della nostra anima. Difatti, gli adulteri non entreranno nel Regno di Dio (1Cor 6:9-11). Quindi, se io credo in Cristo con tutta la mia forza, seguendo l’unica Parola di Dio (la Bibbia), certo che Gesù è il mio Signore, che può salvarmi nel momento del giudizio finale, allora devo assolutamente stare attento a quello che combino con il mio matrimonio, devo cioè attenermi appieno a quanto comandato da Cristo.

La regola che Gesù stabilisce è che l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito. È inutile (e fa sorridere il tentativo sa parte dell’uomo di) metterlo alla prova (volevano fargli fare la medesima fine di Giovanni Battista? metterlo contro Mosè? farlo schierare dalla parte di Hillel o di Shammai, che incarnavano due scuole di pensiero?): Gesù rimonta alle origini, all’unione tra l’uomo e la donna, a ciò che Dio ha disposto quando non c’erano né la legge di Mosé né Hillel né Shammai né la marea di teologi (che hanno sempre cercato di chiarire il pensiero di Gesù, che non ha bisogno di spiegazioni, tanto è semplice).

A questa regola (ciò che Dio ha unito, l’uomo non lo separi), esiste una sola eccezione: l’infedeltà (greco: pornèia). Solo in presenza di pornèia, la parte tradita – se lo desidera – può divorziare, ed eventualmente risposarsi. Questa è la volontà di Dio, che nessuno può cambiare. Chiunque, poi, può fare quel che ritiene giusto: ne risponderà a Dio in proprio, finendo con il Signore nella gioia eterna o nella gehenna. Dal vivo, i discepoli colsero perfettamente il tenore della risposta di Gesù. Sorprende che oggi molti non siano in grado di fare altrettanto.

 

Arrigo Corazza