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TESTIMONIANZA DA LEGGERE NELLA SEZIONE “ARTICOLI”

4 marzo 2016

Molto volentieri pubblichiamo nella sezione “Articoli” la testimonianza sofferta di un giovane alla ricerca di Dio e della Sua verità. La storia che Giuseppe ci narra, con semplicità ma ardore, descrive la situazione di tutti coloro, che, partiti dalla tradizione religiosa familiare, hanno poi scoperto il valore della Bibbia e la fede in Cristo. Difatti, «la fede viene dall’udire e l’udire viene dalla Parola di Cristo» (Romani 10:17).

Giuseppe Di Dio (Genova, 11 luglio 1986) è membro della Chiesa di Cristo in Alessandria.

 

Cercare e dare la Verità (storia di un viaggio spirituale)

4 marzo 2016

Molto volentieri pubblichiamo qui la testimonianza sofferta di un giovane alla ricerca di Dio e della Sua verità. La storia che Giuseppe ci narra, con semplicità ma ardore, descrive la situazione di tutti coloro, che, partiti dalla tradizione religiosa familiare, hanno poi scoperto il valore della Bibbia e la fede in Cristo. Difatti, «la fede viene dall’udire e l’udire viene dalla Parola di Cristo» (Romani 10:17).

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Giuseppe Di Dio (Genova, 11 luglio 1986) è membro della Chiesa di Cristo in Alessandria.

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Come la stragrande maggioranza degli Italiani, anche io provengo da una famiglia di religione “cattolica”. Dunque, la tipica famiglia cattolica italiana … I miei genitori si sono sempre professati “cattolici non praticanti”. Anch’io non mi ponevo affatto il problema del non praticare, perché crescendo in un contesto in cui non si parlava mai di Dio per me non era essenziale approfondire l’argomento. In tenera età i miei genitori mi hanno “battezzato”. Al battesimo hanno fatto seguito comunione, cresima, confessioni, catechismo, secondo il normale iter previsto dal cattolicesimo.

In casa dei miei genitori non si bestemmiava (e non si bestemmia tutt’ora) perché tutti sapevamo che era sbagliato (il prete lo ricordava continuamente). Alla fine delle elementari, il prete cercava qualche chierichetto (ne aveva parlato a catechismo) ed io mi ero proposto, non chiedendomi che cosa andassi a fare perché semplicemente “era una cosa di Chiesa”, che io ritenevo giusta. I miei genitori, ovviamente, mi lasciavano fare. Iniziai perciò il percorso in cui tutti questi bimbi aiutavano il prete nella funzione della domenica. La cosa che mi divertiva di più era indossare quella tunica bianca con strisce rosse centrali; mi piaceva sentire l’odore d’incenso. Non si pesava il perché e il come si facevano le cose: esse si facevano perché si pensava che dovessero essere fatte così. È triste pensare che, molto spesso nel cristianesimo, si pensa di fare la volontà di Dio senza esaminare ciò che si fa.

Mentre frequentavo la scuola media pian piano iniziai ad allontanarmi dai riti cattolici e a credere sempre meno in Dio. Non capivo molte cose e spesso mi ponevo molte domande. Qualche esempio: perché Gesù è morto sulla croce? Perché moriamo? Perché tanti Cattolici festeggiano solo il Natale e la Pasqua, mentre nel resto dell’anno non si curano di andare in “chiesa”?

Chiedevo queste cose o ai miei genitori o a chi pensavo capisse qualcosa, ma nessuno mi dava mai spiegazioni convincenti o esaustive. Erano tutte risposte imprecise, vaghe o “per sentito dire”. Non mi potrò mai scordare un episodio che sembra abbastanza curioso, ma poi con il passare del tempo ho capito quanto denoti l’ignoranza biblica che regna in Italia: mia mamma stava sistemando la tavola per mangiare e prima d’iniziare io chiesi a mio papà: «Papà, ringraziamo Dio perché ci ha dato il cibo; mi hanno detto che è giusto farlo». Mio papà rispose: «invece di ringraziare Dio ringrazia me, che vado a lavorare e che con i soldi compro il cibo … mangia e non dire fesserie».

Con l’inizio delle scuole superiori, mi allontanai definitivamente dalla “Chiesa”. Per un periodo non mi posi più alcuna domanda. Semplicemente ero arrivato alla conclusione che “Dio non esiste”. La mia adolescenza proseguì normalmente, come quella di molti coetanei: la prima “cotta”, la prima sigaretta, la continua voglia di trasgredire le regole e di far vedere di essere forte. Era tutto una sfida, un susseguirsi di emozioni. Purtroppo, per colpa delle compagnie e della mia voglia di fare, spesso sono finito nei guai; i miei genitori hanno sempre fatto del loro meglio. Mio papà è sempre stato un gran lavoratore e non ci ha mai fatto mancare nulla, e mia mamma era la classica donna che non lavorava e si occupava dei figli: sono stati e sono tuttora buoni genitori e da loro ho imparato molto a livello umano.

Nella mia gioventù una delle mie paure più ricorrenti era invecchiare per poi morire; non potevo credere che tutte le persone vivono la loro vita e poi muoiono: ciò non aveva senso e mi dicevo che, se le cose stavano così, non valeva neppure la pena di nascere!

Alle scuole superiori chiesi ai miei genitori di non farmi partecipare all’ora di religione, ma loro si opposero dicendomi che non era bene non partecipare a tali lezioni. Io non ho mai capito perché i miei genitori, pur non frequentando la “Chiesa” e non rispettando i dogmi cattolici, ci tenessero così tanto che io frequentassi l’ora di religione. Per me era una noia mortale, una di quelle ore interminabili. Preferivo fare fisica o chimica (materie che pure odiavo) che non l’ora di religione. Invidiavo quegli studenti i cui genitori non facevano frequentare loro l’ora di religione perché stavano in un’altra aula e facevano quello che volevano.

Ricordo ancora distintamente l’insegnante di religione: aveva i capelli ricci neri e gli occhiali con lenti abbastanza spesse ed era molto colto. Le ore di religione erano quasi sempre dedicate a dibattiti politici: era l’età degli ideali, con gli studenti di “sinistra” da un lato e quelli di “destra” dall’altro. I primi si adoperavano tantissimo in riunioni, assemblee, manifestazioni, occupazioni e altro, i secondi erano molto attaccati agli ideali della nazione e, talora, della razza. Queste due fazioni scolastiche erano spesso in conflitto e giungevano talvolta anche alle mani.

Una mattina, mentre stava finendo l’ora di religione, il professore ci disse che bisognava comprare un libro che serviva per andare avanti con le lezioni: «comprate la Bibbia, rigorosamente nella versione CEI». Io giacevo nell’ignoranza più totale: non sapevo neanche che cosa fosse la Bibbia! Sembra incredibile ma era la prima volta che sentivo nominare questo libro! Tornato a casa, riferii a mia madre la richiesta del professore. Me ne comprò una (quella Bibbia è ancora a casa dei miei genitori; ha una copertina blu con scritte dorate). Chiesi a mia mamma che cosa fosse scritto in quel libro e lei rispose che c’era la storia di Gesù e altre storie, ricordandomi che era quel libro che il prete ogni tanto apriva per leggervi qualcosa.

Questa Bibbia faceva avanti e indietro da scuola, ma alle lezioni probabilmente venne aperta una sola volta nel arco degli anni. Appena finita la mia carriera scolastica (tutto sommato deludente), riposi la Bibbia in libreria a prendere polvere, non preoccupandomi più della sua presenza.

La mia gioventù proseguì. Religiosamente parlando, ricordo i cenoni di Natale quando mia mamma si affannava a fare l’albero e il presepe e si professava che a Natale si è tutti più buoni (lo si dice anche adesso). Ho memoria anche della Pasqua, che non capivo perché si festeggiasse (penso che moltissimi ancora non capiscano la ragione di molte feste cattoliche).

Finita la scuola, andai a lavorare. Sotto l’aspetto religioso, quello fu il periodo più buio: mi dimenticai totalmente di Dio, pur ponendomi talvolta le solite domande (a cui però non davo più molto importanza). Continuavo la mia vita tra lavoro e casa (nel frattempo ero andato a vivere da solo). Un giorno al lavoro conobbi una persona diversa dalle altre: molto gentile ed educata e mai troppo nervosa. Io, in maniera molto sfacciata, gli chiesi: «Come mai sei così strano?». Egli mi rispose di essere un Testimone di Geova (d’ora innanzi: TdG). In passato li avevo sentiti nominare, ma non mi ero mai soffermato a chiedermi che cosa credessero e facessero. Gli chiesi di spiegarmi meglio, e mi informò che seguivano alla lettera ciò che era scritto nella Bibbia. A sentire questa parola, il mio interesse crebbe perché a tutte le domande che facevo mi sapeva rispondere e nominava spesso la Bibbia. Parlavamo sovente ed io lo tempestavo di domande. Un giorno mi invitò a una riunione, ma io declinai l’offerta dicendogli che non ero disposto a rinunciare a cose che a me piacevano tanto. Il giorno seguente mi portò alcuni opuscoli da leggere e iniziai a capire il movimento. Tuttavia, la cosa non mi intrigava molto e allora mi disinteressai nuovamente di tutto ciò che aveva a che fare con Dio.

Conosciuta quella che è adesso mia moglie, andammo a convivere. Io ero un acerrimo nemico del matrimonio, da me ritenuto un legame inutile che complicava le cose se un giorno non avessimo voluto più stare insieme. Quindi, per qualche anno convivemmo. Nel frattempo nacque nostro figlio. Era un bel periodo e io ero tranquillo, pensando di aver raggiunto tutto quello che si poteva conquistare.

Un giorno di primavera tornai da lavorare e la mia convivente mi disse: «sai che è venuta una TdG; abbiamo parlato un po’ e quello che dice è interessante». Da lì a breve lei iniziò a studiare con i TdG, a frequentare la “commemorazione” e via dicendo. Mi raccontò che per i TdG la commemorazione è il ricordo del sacrificio di Gesù; si passano il pane e vino, ma secondo loro solo gli “unti” possono mangiare e bere (anche se ancora non ho capito chi siano questi unti; credo non lo sappiano neppure loro!).

Tempo dopo anch’io cominciai a pensare spesso a Dio e alla sua esistenza, finché un giorno dissi a me stesso: «Devo leggere questa benedetta Bibbia, così posso capire anche io!». Ricordo che una sera andai a casa di mia mamma e presi la famosa Bibbia delle superiori, quella blu. Iniziai a leggere dal Vangelo di Matteo e quanto più la leggevo, tanto più la lettura mi prendeva. Non riuscivo a fermarmi: avevo voglia di sapere e capire (anche se a dire la verità tante cose le avrei approfondite e capite solo in seguito).

Una sera d’estate accettai un incontro con un TdG: volevo un confronto per capire se erano nella verità. A casa mia parlammo per circa due ore; però, ad alcune mie domande, il mio interlocutore era in seria difficoltà e non riusciva a rispondermi. Allora mi chiesi: «Com’è possibile che leggo la Bibbia da pochissimo e già li ho messi in difficoltà? C’è qualcosa che non va!». La cosa che mi infastidiva di più era che volevano usare unicamente la loro “Bibbia”, dicendomi però allo stesso tempo che le altre andavano bene … difatti, usando la famosa Bibbia blu riuscì a metterli in difficoltà dopo pochi minuti di conversazione. Ci invitarono ad una loro riunione del giovedì sera e io accettai di buon grado, perché comunque credevo che prima di giungere a conclusioni avrei dovuto esaminare meglio il loro modo di essere e di fare il culto. Appena entrati, i presenti mi giravano attorno e, pur salutandoci con un sorriso a trentadue denti, mi guardavano in maniera diversa perché non avevo la cravatta (ma maglietta e jeans). Mi sentivo un appestato. Ci sedemmo e subito dopo iniziò a parlare un uomo sulla quarantina, tutto ben vestito e senza un filo di barba. Purtroppo fu subito una delusione; leggeva invece di parlare e si vedeva che era un discorso dettato da qualcuno. A quel punto iniziai a capire che i TdG non erano la strada giusta e anche la mia futura moglie finalmente aprì gli occhi.

Iniziai a leggere la Bibbia con un fervore inaudito, come se non ci fosse un domani, in cerca della “vera” Chiesa, ma tutte le volte che mi sembrava di aver trovato la Chiesa giusta trovavo alcuni passi biblici che erano in contrasto con tale chiesa!

Un giorno parlai con un evangelico pentecostale. Il suo parlare mi travolse e pensai di aver finalmente trovato la vera chiesa. Tornai a casa e dissi alla mia compagna che la domenica seguente saremmo andati al loro culto. Si teneva in una vecchia chiesa cattolica ormai sconsacrata. Ricordo che vi erano moltissime persone. S’iniziò a lodare il Signore con una musica assordante; l’ambiente era strano e anche un po’ tetro. La mia compagna mi sussurrò: «secondo me sono matti!». Le dissi di no, ma anch’io ero della stessa idea. Poco prima dell’inizio del culto, passò il “pastore” e ci diede un cioccolatino. Non credevo ai miei occhi: si faceva di tutto tranne che parlare del Signore! E pensai: «ma dove sono capitato?!?». Finalmente ebbe inizio una “specie” di culto; dico “specie” perché i presenti facevano cose strane: c’era chi si rotolava per terra, chi piangeva, chi sveniva, chi saltava, chi urlava; nel mentre il “pastore” urlava pure lui, nel caos totale. Noi eravamo impietriti, attoniti e non potevamo credere a quello spettacolo; ancora oggi, ripensando a quella mattinata, sorridiamo ma in quel momento eravamo veramente spaventati! Dopo quest’ultimo evento decisi di lasciar stare la Chiesa evangelica capendo che Dio non poteva volere una “Chiesa del Disordine”.

Incontrai poi un mormone, che, dopo poche parole, si trovò in seria difficoltà e non era in grado di rispondermi. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile che vi siano sedici milioni di mormoni sparsi per il mondo. Io credo e ho sempre creduto che per appartenere a una determinata religione si debba esaminare a fondo ciò che predica. Il libro di Mormon (che in seguito ho letto), oltre a non essere di provenienza divina, è pieno di errori storici, tali da essere notati anche da chi ha studiato pochino. Ma essi non lo volevano ammettere (spesso mi capita di parlare con persone che anche davanti all’evidenza più lampante si ostinano a negare!).

Dopo l’incontro con il mormone ero deluso e sconfortato. Cominciai a pensare che sì la Bibbia è vera, che Dio esiste ma che la vera Chiesa non esiste poiché tutte quelle con cui ero entrato in contatto si contraddicevano con la Bibbia stessa, fatto per me inammissibile; infatti, tutti dicevano di seguirla ma alla fine nessuno la seguiva per davvero, come veramente il Signore esige.

Ero arrivato a un punto morto, in una fase nella quale non sapevo che cosa fare. Tra me e me dicevo: «continuiamo a leggere la Bibbia; troverò prima o poi la risposta perché è impossibile che non esista la vera Chiesa di Dio!».

Leggevo la Bibbia per ore e ore, al punto di avere il mal di testa. Spesso nella Bibbia leggevo che bisogna pregare il Signore, ma io non lo facevo perché mi vergognavo e dentro di me pensavo: «come si prega? Come potrà mai ascoltarmi se convivo? Dico un sacco di parolacce! Mi arrabbio facilmente e spesso tratto male il prossimo!». Ricordo ancora la mia prima preghiera: mi misi vicino al letto come fanno i bimbi nei film, mi inginocchiai e iniziai a pregare. In quel momento uno strano sentimento mi invase, un misto tra vergogna e felicità. Mi sentivo strano perché nella mia vita non avevo mai pregato come insegna la Bibbia, ma avevo solo recitato preghiere in stile cattolico, cantilene per nulla sentite. Finita la preghiera, ero contento per una serie di motivi: avevo oltrepassato un ostacolo per me assai arduo, avevo chiesto al Signore perdono, avevo capito di essere totalmente nel peccato, chiedendogli di indicarmi il giusto cammino. Dopo poco tempo io e la mia convivente decidemmo di sposarci. Negli anni precedenti lei insisteva ma io non ne volevo sapere (mi sembrava una cosa inutile), alla fine cedetti e menomale! Ci sposammo in Comune con pochi invitati, giusto i primi parenti; fu un matrimonio molto semplice e arrangiato, dati i pochi fondi a disposizione.

Durante il congedo matrimoniale, ero come al solito alla ricerca di quella verità che non riuscivo a trovare. Ero al computer, davanti alla pagina di Google, con il cursore che lampeggiava in attesa di essere stimolato. Scrissi la frase più semplice: “la vera Chiesa di Cristo”. Apparvero un po’ di siti internet che facevano riferimento a comunità di credenti che si riunivano nel nome di Cristo e che seguivano solo il credo biblico e non i credi derivanti da filosofie umane. Pur avendo letto probabilmente tutti i siti a cura delle Chiese di Cristo in Italia, rimasi con i piedi per terra date le deludenti esperienze passate.

Esaminando i siti internet delle varie Chiese di Cristo, mi accorsi che la più vicina a casa mia (venticinque chilometri) era in Alessandria. Decisi di conoscere questa Chiesa. Subito ne parlai a mia moglie, ma lei era scettica e non volle venire perché era rimasta spaventata dall’esperienza fatta con i pentecostali.

Ricordo che il sabato sera prima di visitare per la prima volta la Chiesa di Cristo in Alessandria, guardai il meteo, che annunciava una domenica piovosa; la domenica mattina, appena uscito da casa, notai invece che non pioveva affatto ma che un bel sole risplendeva in cielo. Guidando alla volta di Alessandria, pensavo a mille cose. Arrivai al locale, piccolo e modesto, senza simboli o cose simili, ma con una semplice insegna con la scritta: “Sala riunioni della Chiesa di Cristo”. Niente di appariscente, tutto molto sobrio. Entrai un po’ imbarazzato poiché erano presenti solo cinque persone: quattro donne e un uomo, Maurizio, a cui chiesi se mi potevo sedere e ascoltare e se dopo gli avessi potuto fare qualche domanda; mi rispose che non c’era problema. La mia impressione iniziale non fu delle migliori, perché se si pensa a Dio e alla sua Potenza mai avrei potuto prendere in considerazione che quella era la Chiesa giusta, troppo semplice e poi erano pochini … non potevo credere che quel Dio così potente potesse riunirsi lì con quelle cinque persone. Per me era inconcepibile.

Maurizio è un uomo molto semplice e umile e quando si mise a parlare, dopo una preghiera e un canto, rimasi colpito chiedendomi: «ma com’è possibile che conosca così bene la Bibbia?». Appena diceva qualcosa invitava gli ascoltatori a prendere il versetto che confermava tutto quello che diceva. Non potevo credere che una persona così umile e con un lessico modesto potesse spiegarmi la Bibbia come mai avevo sentito prima, come nessun “pastore” o “prete” o chiunque altro era stato in grado di fare. Ma la cosa che mi stupiva di più era che ogni argomento veniva esaminato Scrittura alla mano e che in quello che veniva detto traspariva amore, un amore che non si vede spesso, quell’amore di parlare di un qualcosa di cui sei innamorato profondamente, quell’amore unico e incancellabile che finché non si prova non si può capire, ma solo trasmettere.

Sentivo dentro di me che quelle poche persone avevano un “qualcosa” che le teneva dentro un locale semplice umile; finito il sermone cantarono, pregarono e poi presero il pane e il vino. Abituato al cattolicesimo, credevo che solo Maurizio avrebbe preso il pane e il vino e invece notai che tutti loro che si definivano solo CRISTIANI mangiarono pane e vino. Prima della colletta fu specificato che non chiedevano soldi a chi non era della loro comunità. Fui colpito al punto tale di pensare: «ma come? Ovunque vada, tutti chiedono soldi e questi invece non lo fanno? Non è possibile! Mi sa che questi ci credono veramente!».

Finito il culto mi avvicinai a Maurizio per porgli molte domande; confesso che un po’ lo feci per metterlo in difficoltà, ma invano: rispose ad ogni mia domanda senza esitazione e senza incertezze e con i passi biblici che attestavano quello che diceva. Non credevo alle mie orecchie! Uscii di lì contento perché “forse” avevo trovato la Chiesa di Dio, ma allo stesso provavo vergogna perché erano pochini. Che cosa avrei detto alle persone? Come avrei potuto spiegare che avevo trovato la Chiesa di Cristo e poi dire che erano cinque? Ero felice sì ma allo stesso tempo provavo vergogna e paura.

Iniziai a frequentare la Chiesa di Alessandria, senza dirlo a nessuno se non a mia moglie, che non approvava il fatto che mi assentassi ogni domenica e mercoledì sera. Ma per me, in quel momento, il suo dissenso non contava. Sentivo che era troppo importante per me, sentivo che avrei dovuto continuare ad approfondire ed esaminare. Non scorderò mai un episodio: un mercoledì sera andai al locale per seguire lo studio. Ero partito molto presto e così arrivai davanti al locale che era ancora chiuso. Mentre aspettavo vidi in lontananza alcuni miei amici che percorrevano il marciapiede in mia direzione. La paura mi assalì e mi nascosi, dato che non volevo farmi vedere lì. E se mi avessero deriso? E se lo avessero detto in giro? Adesso provo molta vergogna per quell’episodio, e chiedo ancora perdono al Signore.

Continuavo a frequentare la comunità di Cristo in Alessandria e ad ogni mia domanda, come per magia, mi veniva data risposta! Ero stupito positivamente dal fatto che si comportavano come una famiglia. Non era il semplice radunarsi per studiare: quelle persone si volevano veramente bene! Era tutto strano, ma pure tutto molto bello. Nessuno mi fece mai pressione per battezzarmi, ma dopo circa tre mesi, sentendone una forte necessità, chiesi il battesimo. Rinascere in Cristo consapevolmente è una sensazione unica fantastica che spesso noi cristiani tendiamo a dimenticare: quello è stato il nostro grande giorno! Si tratta di emozioni uniche che vanno custodite dentro di noi, e in ogni momento di difficoltà andrebbero tirate fuori come una bandiera, perché sono emozioni che recano gioia e portano testimonianza! Iniziai un cammino, un nuovo cammino, anzi IL CAMMINO, quello che ti porta alla salvezza e che nella vita ti dona quella speranza unica. Spesso noi cristiani sottovalutiamo il fatto di essere tali. Il cristiano fa parte di un Regno unico ed essere aggiunto dal Signore a questo regno (Atti 2:47) è qualcosa di unico e insostituibile che porta benefici stupendi.

Dopo un anno dal mio battesimo, anche mia moglie decise di battezzarsi e rinascere in Cristo. Una considerazione necessaria, a questo punto: quando in famiglia si hanno persone che non sono cristiane e noi diciamo di amarle, le amiamo abbastanza da parlare loro del Vangelo? Noi parliamo di dottrina ed esaminiamo le Scritture a fondo (e ciò è sacrosanto!), ma quando parliamo con le persone riusciamo a trasmettere loro l’amore unico per la Parola di Dio? Non dobbiamo essere soltanto insegnanti della Parola perché la gente, guardandoci negli occhi, deve incrociare quella passione e quell’ardore che ci devono contraddistinguere rispetto al semplice leggere / scrivere / parlare. Essere cristiani è soprattutto l’aiutarsi vicendevolmente per giungere all’altezza del Cristo: ecco il motivo per cui cristiani crescono e non si “siedono” …

«E il regno e il dominio e la grandezza dei regni che sono sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo; il suo regno è un regno eterno, e tutti i domini lo serviranno e gli ubbidiranno» (Daniele 7:27)

Giuseppe Di Dio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Vaticano e gli omosessuali: la grande beffa!

21 luglio 2014 

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Queste riflessioni furono scritte nel 2003 da Valerio Marchi (Chiesa di Cristo, Udine). Attendiamo con estrema curiosità i nuovi orientamenti del Vaticano sulle cosiddette “situazioni irregolari” (prossimo Sinodo sulla Famiglia, ottobre 2014).

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Recentemente, il Vaticano ha esortato ad opporsi alla legalizzazione delle coppie omosessuali. In un documento divulgato il 7 agosto 2003 (Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali), le autorità cattoliche hanno ribadito la propria ferrea posizione sull’argomento e si sono appellate ai politici affinché non si macchino del peccato di legalizzare in alcun modo le coppie gay, ribadendo che alle stesse non può essere consentito di adottare bambini, perché ciò «sarebbe un atto di violenza contro i minori, una pratica immorale», contraria fra l’altro alla Convenzione internazionale dell’ONU sui diritti dei bambini.

Il documento ricorda passaggi della Bibbia nei quali le inclinazioni omosessuali sono condannate come gravi depravazioni e afferma che, se è giusto porsi «con rispetto, compassione e delicatezza» nei confronti degli omosessuali, costoro vanno esortati alla castità e le loro unioni non possono essere incoraggiate, né tollerate, né tanto meno legalizzate, in quanto «nocive per il retto sviluppo della società umana», e sarebbe ingiusto «approvare un comportamento deviante».

Molte, ovviamente (e dico “ovviamente” visto il tipo di società in cui viviamo, così libertina e distante dalla Parola di Dio), le reazioni negative, e non solo da parte degli omosessuali (il che è scontato: un gruppo di “gay cattolici”, ad esempio, ha dichiarato che l’istituzione ecclesiastica «ha perso ancora una volta l’occasione di riconciliarsi con le persone omosessuali»). Tanto per fare pochi fra i molti esempi possibili, l’ex ministro Livia Turco, dicendo di parlare «da credente», ha dichiarato di essere rimasta colpita dalla «veemenza» e dal «dogmatismo» del Vaticano, capace di «contraddire il messaggio evangelico» (al quale verrebbe in questo modo tolta «forza ed efficacia»), di dimostrare «assenza di amore» e di «brandire l’arma ideologica», evidenziando un atteggiamento «da crociata» nel sostenere che l’omosessualità è «male» e «devianza». Antonio Di Pietro, da parte sua, si è rammaricato per una «chiusura che si pone come antistorica e al di fuori delle norme del diritto internazionale»; i giovani comunisti, poi, hanno parlato di «nuova caccia alle streghe», mentre i radicali hanno addirittura depositato presso la Procura della Repubblica di Roma un esposto contro lo Stato della Città del Vaticano.

Sia chiaro che non voglio inserirmi in un dibattito di tipo politico, né fare proposte di tipo sociale o legale, o sostenere le idee di uno schieramento umano piuttosto che di un altro; si tratta solo di mettere in luce ciò che la Parola di Dio sancisce e di mostrare come, quelle pochissime volte che la Chiesa cattolica prende una posizione biblica, essa viene fortemente (e paradossalmente) criticata e attaccata anche da moltissimi fra i credenti e gli stessi cattolici praticanti. In poche parole, in un Paese che ama sottolineare la propria identità cristiana, le poche volte che si dice qualcosa di davvero aderente al Vangelo si viene accusati da varie parti di oscurantismo, di mancanza di carità, di fondamentalismo, di integralismo. In fondo, che ciò avvenga alla Chiesa cattolica mi sta bene: la stragrande parte delle sue dottrine e pratiche, infatti, hanno poco o nulla a che fare col Vangelo, eppure quasi sempre essa viene lodata o quanto meno rispettata per tali cose. In casi come quello in oggetto, invece, il Vaticano può rendersi conto di che cosa voglia dire essere osteggiati per difendere ciò che Dio davvero sostiene (il che ai veri discepoli di Cristo capita continuamente).

 

OMOSESSUALI E CREDENTI IN CRISTO?

L’A.T. afferma che la gente di Sodoma e Gomorra era «grandemente depravata e peccatrice contro l’Eterno» (Gn 13:13). Abramo non vi riuscì a trovare neppure un manipolo di persone rette, che giustificassero la pazienza e la misericordia di Dio. E Dio decise di sterminare tutti, fatta eccezione per il giusto Lot e per i suoi figli.

La punizione divina rimase per sempre l’emblema dell’ira e della giustizia di Dio sui peccatori impenitenti. L’autore sacro Giuda (non l’apostolo traditore, ovviamente, bensì uno dei fratelli carnali di Gesù) ha affermato che «Sodoma e Gomorra e le città vicine, che come loro si erano abbandonate alla fornicazione e si erano date a perversioni sessuali contro natura, sono state poste davanti come esempio, subendo la pena di un fuoco eterno …» (Gd 7).

Oltre a varie specie di idolatrie, disonestà ed immoralità, quale fu il tipo di peccato che più d’ogni altro caratterizzò quelle popolazioni degne di tanto atroce condanna? Lo abbiamo già letto: fornicazione e perversioni sessuali contro natura, cioè disordine sessuale in generale e omosessualità in particolare. Non a caso, il termine “sodomia” è entrato nel nostro vocabolario a significare l’omosessualità tra persone di sesso maschile (ma ciò non toglie che fu presente e condannata, ovviamente, anche l’analoga trasgressione femminile, il “lesbismo”).

Si noti dunque che l’espressione contro natura, usata dal Vaticano, è perfettamente biblica ed evangelica: la usa anche l’apostolo Paolo nel descrivere tali peccaminose condizioni: «Dichiarandosi di essere saggi, sono diventati stolti, e hanno mutato la gloria dell’incorruttibile Dio in un’immagine simile a quella di un uomo corruttibile, di uccelli, di bestie quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità nelle concupiscenze dei loro cuori, sì da vituperare i loro corpi tra loro stessi. Essi che hanno cambiato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura, al posto del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami, poiché anche le loro donne hanno mutato la relazione naturale in quella che è contro natura. Nello stesso tempo gli uomini, lasciata la relazione naturale con la donna, si sono accesi nella loro libidine gli uni verso gli altri, commettendo atti indecenti uomini con uomini, ricevendo in se stessi la ricompensa dovuta al loro traviamento» (Rm 1:22-27).

Ai tempi di Paolo, circa 1800 anni dopo gli avvenimenti di Sodoma e Gomorra, e poco oltre la metà del I sec. d.C., in pieno annuncio del messaggio d’amore di Gesù che si propagava ovunque, l’omosessualità era ancora ritenuta dagli araldi del Vangelo un peccato contro la natura stabilita da Dio (e la natura non cambia!), una violazione da porsi allo stesso livello dell’idolatria: chi se ne macchiava o la giustificava, infatti, era accusato di voler cambiare la verità di Dio in menzogna! (Cfr. Rm 1:32). La legge di natura, d’altronde, è evidente: così come nessuno cercherebbe mai di unire due viti o due bulloni assieme, ma sempre un bullone con una vite (perché va da sé che questi ultimi s’incastrano), è altrettanto palese – già a livello fisico, ma ovviamente non solo – che solo uomo e donna (e non uomo e uomo, o donna e donna) sono stati fatti per completarsi l’uno con l’altro (Gn 2:23: «Questa finalmente è ossa delle mie ossa e carne della mia carne!», disse infatti Adamo riguardo ad Eva). Dunque, chi non vuole comprendere ciò è –  secondo l’insegnamento biblico – inescusabile (Rm 1:20).

Non a caso la legge di Mosè prevedeva la pena di morte per il peccato di omosessualità, esattamente come per l’adulterio, l’incesto e gli accoppiamenti con bestie (Lv 20:10-16); se oggi l’omosessualità dev’essere concessa ai cristiani, allora dovrebbe valere lo stesso anche per questi altri traviamenti. Ma, prima o poi, si giungerà anche a pretendere di essere cristianipedofili! Non c’entrano nulla la storia, il diritto internazionale, né la Procura della Repubblica, e non hanno alcuna rilevanza i cambiamenti dei costumi dei popoli: adulterio, fornicazione, omosessualità e pedofilia saranno sempre, agli occhi di Dio, peccati che potranno essere perdonati soltanto con il ravvedimento e con il cambiamento che ne deve conseguire.

 

PARLIAMO DI … CONVERSIONE!

Ancora Paolo, autore –  senza contraddizione – del meraviglioso inno alla carità di 1Cor 13, ha scritto: «Non sapete voi che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non vi ingannate: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né gli omosessuali, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori erediteranno il regno di Dio» (1Cor 6:9-10). Stava usando “armi ideologiche”, Paolo? Erano integralisti, fondamentalisti, mancanti d’amore lui, Mosè, Gesù, Giuda fratello di Gesù e tutti gli altri scrittori sacri? No, non vi ingannate –  dice Paolo –  e non ingannate: Dio non cambia di certo idea su queste cose, anche se tutto il mondo si illudesse del contrario!

Dio stesso ha posto l’omosessualità in una lista di peccati quali il furto, l’idolatria, l’adulterio; parlare di omosessuali cristiani è allora un assurdo, perché la condizione di omosessuale impedisce di diventare cristiani, al pari di quella di fornicatore, di ladro, di adultero, di idolatra ed altri stati di vita peccaminosi. Salvo, ovviamente, la conversione: l’apostolo Paolo ha detto che la legge mosaica (la quale ha avuto lo scopo di istruire l’uomo sul peccato e sulla giustizia di Dio, al fine di farci comprendere la grazia di Cristo) ha condannato empietà, ribellione, malvagità, scelleratezza, profanità, omicidio, fornicazione, omosessualità, rapimenti, falsità, spergiuro ed ogni altra condizione contraria alla sana dottrina di Dio (1Tm 1:8-11).

Possono, allora, diventare cristiani coloro i quali si sono macchiati di tali infamie? Certamente sì, ma, come già accennato, solo tramite la conversione. Non posso, ad esempio, avere l’amante, o andare a prostitute, o essere incredulo o idolatra, o bestemmiatore, e non essermi ravveduto … e contemporaneamente dirmi cristiano! Mai sentito parlare dei «frutti degni di ravvedimento»? (Mt 3:8; Lc 3:8; At 26:20; ecc.). «Va’ e non peccare più», disse Gesù all’adultera perdonata nel contesto di Gv 8:11. Il problema della riconciliazione, di cui parlano i “gay cattolici”, esiste non fra gli omosessuali e la Chiesa cattolica o un’altra istituzione umana, ma fra gli omosessuali (al pari di tutti i peccatori) e Dio.

Essere davvero amorevoli e comprensivi con tutti, secondo la verità del Vangelo, significa predicare la verità, dire che solo lo spogliamento dei propri peccati e l’inizio di uno stile di vita realmente evangelico (= secondo il Vangelo) consente di dirsi legittimamente discepoli di Cristo. Dopo aver detto ai fratelli di Corinto che fornicatori, idolatri, adulteri e omosessuali non entreranno mai nel regno di Dio, Paolo aggiunge: «Ora tali eravate già alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù e mediante lo Spirito del nostro Dio» (1Cor 6:11) … «perché, come un tempo prestaste le vostre membra per essere serve dell’impurità e dell’iniquità per commettere l’iniquità, così ora prestate le vostre membra per essere serve della giustizia, per la santificazione». Infatti, il fine del peccato e di ogni perversione sessuale, «è la morte» (Rm 6:12.19-23).

Accogliere i peccatori, secondo il Vangelo, non significa lasciarli persistere nei loro peccati, di qualunque specie essi siano. I1 Signore ha il potere (ma dobbiamo consentirgli di agire in noi) di cambiarci, di rimodellarci e trasformare le nostre vite. Chi vive nel peccato e/o contro natura può, grazie alla parola ed allo Spirito di Dio, trasformarsi, rientrare nei binari di Dio: nulla è impossibile al Creatore. L’unica cosa impossibile è essere salvati rimanendo nel peccato.

 

CONCLUSIONI

Chi scrive quest’articolo non propugna alcuna “caccia alle streghe”, ma semplicemente desidera dire che, per poter essere discepoli del Signore e giungere alla vita eterna, ogni stile di vita contrario alla volontà di Dio dev’essere modificato. Certo, a volte ciò non è semplice. Occorre pertanto nutrire profondo rispetto e comprensione per tutte le difficoltà che le persone incontrano nel convincersi della propria posizione peccaminosa e nel cambiarla, cosa che spesso non può avvenire senza notevoli sofferenze interiori. Chiunque sia diventato veramente cristiano, d’altronde, conosce bene, per. un aspetto o per un altro, il travaglio della conversione.

La Chiesa Cattolica Romana è lontana mille miglia dalla Parola di Dio. Eppure, proprio alla luce della Bibbia, questa volta il Vaticano ha ragione. Beffa delle beffe, è proprio su questo punto che viene criticato. Auguriamoci che voglia e sappia anche coerentemente combattere le piaghe della fornicazione, dell’omosessualità e della pedofilia che affliggono una parte non piccola del clero cattolico.

Valerio Marchi (2003)

 

Il Papa e il vangelo in autobus, quando non si difendono le tasche

17 marzo 2014

 

Domenica 16 marzo 2014, alle ore 16, il Papa si reca in visita alla Parrocchia di Santa Maria dell’Orazione a Setteville di Guidonia (zona periferica piuttosto disastrata a nord di Roma). La gente sale persino sui tetti per salutarlo (come al tempo delle acrobazie di Zaccheo per vedere il Signore Gesù: Lc 19). C’è poi il solito contorno fatto di disabili (e familiari), di circa trecento bambini (e familiari), con la loro vampa colorata di magliette, rosari, foulard … C’è poi il solito resoconto sui mezzi di comunicazione, che approfittano persino di ogni respiro del Papa per scrivere di lui. Riportiamo ora alcune affermazioni del Papa, che ha detto qualcosa che fa molto piacere a chi ama la Bibbia:

«bisogna chiedere la grazia per non avere vergogna della fede»;

«Gesù ti chiedo di mandarmi lo Spirito Santo perché mi faccia coraggioso in modo da non avere paura» (la preghiera dei bimbi secondo il Papa);

«mettetevi in cammino» perché «Dio ha voluto salvare un popolo che cammina»;

«chi si ferma è come l’acqua che ristagna, si corrompe»;

attenzione a non «errare invece di camminare, cioè fare turismo»;

«le persone che non sono in cammino si corrompono»;

attenzione a «fare il cammino giusto, non sbagliare strada peccando. E allora abbiamo bisogno di chiedere perdono al Signore per continuare a camminare» per «essere sempre in cammino con Lui che ci difende dalle trappole di questo andare in cammino»;

«certo nel bus siamo costretti a mantenere l’equilibrio ma anche a difendere le tasche. Ma se sei seduto puoi leggere qualche parolina del Vangelo»;

«quali sono i compiti principali del cristiano? La messa domenicale? Il digiuno? L’astinenza? No, il primo compito è ascoltare la Parola di Dio che fa più forte e robusta la nostra fede»;

colloquio con un penitente fittizio: «Ma padre, io ascolto tanto. Ascolti, sì, ma cosa? Le chiacchiere delle persone, la tv, la radio»;

«prendiamo ogni giorno un po’ di tempo per ascoltare la parola di Gesù, a casa abbiamo il Vangelo per nutrirci: è il pasto più forte per l’anima. Dobbiamo prendere ogni giorno alcuni minuti per nutrirci della Parola del Vangelo. Il Vangelo sia sempre con noi. I martiri come santa Cecilia portavano sempre il Vangelo».

 

A chi vuole essere cristiano seguendo unicamente la Bibbia, fa molto piacere sentire che il Papa esorti ad ascoltare la Parola di Dio, che rende più forte e robusta la nostra fede, a leggere il Vangelo, che sta sempre con noi, quel Vangelo che è il nutrimento più robusto per l’anima.

Tuttavia, occorre chiedersi come mai il Papa oggi dica di leggere e mettere in pratica il Vangelo quando, dalla seconda metà del Cinquecento, la Bibbia in lingua volgare fu messa all’Indice dei libri proibiti, causando una gravissima crisi culturale che spiega nel lungo periodo l’analfabetismo dilagante per molti secoli nel nostro Paese. A quel tempo le autorità vaticane erano assai sospettose verso chiunque leggesse la Bibbia in proprio, senza l’intermediazione della Chiesa Cattolica e dei preti (tutto, ovviamente, veniva fatto in latino, con buona pace della comprensione da parte delle masse). L’occhiuto controllo della Chiesa Cattolica derivava dal dramma della Riforma protestante, che aveva scosso fin dalle fondamenta la Chiesa stessa. I protestanti, in nome della sola Scrittura, della sola fede e della sola grazia, stavano mettendo a serio repentaglio quel mondo religioso che aveva dominato l’Occidente e per così tanto tempo. I protestanti (tutti d’origine cattolica) tentavano di battere in breccia il cattolicesimo.

Ora, siccome secondo la teologia cattolica il Papa è infallibile (Concilio Vaticano I, 1870), bisogna chiedersi – per non fare la solita figura degli sciocchi – come mai, dal Concilio Vaticano II (1962-1965, peraltro l’ultimo nel cattolicesimo), la Chiesa Cattolica promuova la lettura della Bibbia … I Papi del Cinquecento e quelli contemporanei vanno d’accordo oppure no? Chi sono i Papi infallibili? Quelli del Cinquecento o quelli di oggi? Ma non sono stati tutti eletti dallo Spirito Santo? Perché si contraddicono spesso?

Domandiamoci: il Papa non rischia chiedendo ai giovani di leggere il Vangelo mentre, guardinghi come le faine, viaggiano in autobus nella periferia a nord di Roma? Potrebbe darsi che questi giovani, in un futuro più o meno prossimo, reclamino il conto, e cioè perché mai ci debba essere un Papa che incita a leggere la Bibbia quando nella Bibbia stessa non esiste l’idea del papato o della Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Non è una palese contraddizione? Assai probabilmente, il Papa sa che pochi andranno a leggere il Vangelo e che la sua posizione non sarà mai smossa, cosa che invece non accadde dal 1517 in poi, quando anche l’autorità politica cominciò a mettere in dubbio il potere del cattolicesimo, consentendo la diffusione delle dottrine protestanti. Oggi l’acquiescenza delle masse, dei mezzi di comunicazione e della politica verso la Chiesa Cattolica è palese. Dicendo ai giovani di leggere il Vangelo, il Papa assomiglia al dottore che invita i pazienti di una certa età a fare prevenzione (i maschietti controllino la prostata e le femminucce facciano la mammografia …). Figuriamoci! Pur sapendo come andrà a finire, il dottore è tenuto a dirlo (ma pochissimi lo fanno).

Nonostante le proibizioni, la Bibbia è stata sempre oggetto di lettura e pratica; altrettanto spesso, però, non è (stata) letta, nonostante la libertà di cui alla fine, e giustamente, tutti godiamo. I tempi cambiano. Oggi non siamo più all’epoca della Riforma (o di ogni altra riforma tesa a tornare al cristianesimo descritto nel N.T.); siamo nell’età di Internet, dei mezzi di comunicazione spiccioli, e via dicendo; siamo ai tempi della propaganda per la quale è assai più importante apparire che essere.

Comunque, bene ha fatto il Papa, che conosce i suoi fedeli, a invitare a leggere e a praticare la Parola di Dio. Meglio sarebbe stato, però, se si fosse spogliato, pubblicamente e per sempre, come fece il suo caro Francesco d’Assisi, delle sue prerogative, basate non sulla Bibbia ma sulla forza della tradizione storica.

La Parola di Dio permane in eterno, mentre i Papi passano, più o meno lentamente, uno alla volta, o forse, addirittura, due insieme …

Arrigo Corazza

Maniglie del cattolicesimo: concili e Lourdes

10 marzo 2014

IL CONCILIO VATICANO II: BUSSOLA PER LA FEDE?

Esattamente mezzo secolo fa (11 ottobre 1965) aveva inizio il Concilio Vaticano II, sorprendentemente voluto e annunciato alla fine del 1959 da un Papa, Giovanni XXIII (il cosiddetto “Papa buono”), oramai ottuagenario, e pertanto ritenuto dai più fuorigioco (insomma: un Papa di transizione). Il Concilio Vaticano II, il ventunesimo e ultimo nella storia della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, si chiuse tre anni più tardi, il 7 dicembre 1965, durante il pontificato di Paolo VI. Vi parteciparono circa duemilacinquecento tra cardinali, patriarchi, vescovi di tutto il mondo, che, in totale, promulgarono quattro Costituzioni, tre dichiarazioni e nove decreti.

Per i cattolici, nel bene o nel male – secondo i punti di vista –, il Concilio Vaticano II ha segnato di sé, e per sempre, la storia del cattolicesimo romano, dando origine a una serie infinita di discussioni, che non si sono ancora placate.

In occasione del cinquantenario, uno dei due Papi del cattolicesimo, il tedesco Joseph Ratzinger, che vi partecipò quale giovane teologo e consulente del cardinale Josef Frings, ha affermato che «bisogna ritornare ai documenti del Concilio» e «liberarli da un massa di pubblicazioni che spesso invece di farli conoscere li hanno nascosti», perché «sono una bussola pure oggi, in un tempo che continua a essere segnato da dimenticanza e sordità nei confronti di Dio».

Qualche legittima riflessione sorge in chi ama la Parola di Dio (la Bibbia) e intende metterla in pratica nella propria vita quale unica fonte di fede. Se è vero che, secondo i teologi cattolici, le decisioni conciliari sono il prodotto dello Spirito Santo, allora come mai finora sono stati necessari ventuno concili (da studiare criticamente sul volume di Denzinger, insieme con altri documenti del cattolicesimo)? È possibile che lo Spirito Santo, che ci ha dato la Bibbia, abbia bisogno di esprimersi nei Concili del cattolicesimo? Forse i Concili si fanno per aumentare la confusione o per placarla? Perché a distanza di mezzo secolo il Papa invoca il ritorno ai documenti conciliari? Che cosa è successo nel frattempo? Perché invocare la disincrostazione dalle interpretazioni del Concilio Vaticano II? A ben guardare, la richiesta è alquanto sorprendente e bizzarra (è il bue che dice cornuto all’asino …), perché i Concili non sono altro che evidenti e pesanti incrostazioni storiche depositate sulla Bibbia.

La realtà è che ogni tempo (lo insegna la Bibbia, da cui tutto nasce, religiosamente parlando) è dimentico del Signore e sordo ai Suoi richiami. L’unica bussola che porti orientamento e guida nella vita di chi crede in Dio tramite Cristo Gesù è la Bibbia, opera dello Spirito Santo. La Bibbia non ha bisogno di concili per essere interpretata.

I Concili cattolici (e compagnia bella nel protestantesimo) non portano da nessuna parte, specie alla salvezza eterna: essi sono solo il risultato dell’intromissione umana nelle cose di Dio.

La realtà è che il cattolicesimo, come si vedrà più sotto, è ancorato a tutto tranne che alla Parola di Dio, quella vera, eterna. Se la bussola sono i Concili, allora siamo messi male; se un perno fondamentale del cattolicesimo è Lourdes, allora siamo veramente disperati. Cristo è morto invano.

 

UN LIBRO SU LOURDES

La storia delle presunte apparizioni della Madonna al Lourdes è vecchia e risaputa. In proposito è uscito lo scorso anno l’ennesimo libro a cura di Vittorio Messori, noto giornalista cattolico, autore di vari contributi d’indole religiosa spalmati nell’arco di alcune decadi e presenza costante nelle trasmissioni televisive dedicate ai temi del cattolicesimo. Il titolo è indicativo: Bernadette non ci ha ingannati. Un’indagine storica sulla verità di Lourdes, Mondadori, pp. 294, € 18,50.

Sarà sicuramente assai interessante, per farsi un’idea della questione, leggere il libro, che si annuncia corposo e ben documentato. Qui nulla si può dire finora (del resto, nessun libro può essere giudicato senza che sia stato dapprima letto). Nell’attesa, sempre per rispondere al quesito su che cosa veramente conti nel cattolicesimo, è molto utile leggere le affermazioni di chi ha recensito il libro, perché sono eloquenti su come girino certe cose nel nostro Paese quando si parla di cattolicesimo. Il noto scrittore Armando Torno (Milano, 1953) ha dedicato all’opera di Messori sul Lourdes un articolo su “Il Corriere della Sera” del 8 ottobre 2012 (http://www2.italialaica.it/news/rassegnastampa/37920).

Chi ama il Signore e la Bibbia, la Sua Parola, si prepari a rabbrividire, leggendo talune affermazioni sia di Torno sia di Messori. E si consoli pensando alla gloria di Dio in Cristo Gesù e alla grandezza della Bibbia, che è la Parola di Dio.

Torno dice: «Lourdes non ha bisogno di spiegazioni, perché da oltre un secolo e mezzo è al centro della fede cattolica».

Però! Che dire? Si rimane senza fiato dinanzi a siffatte asserzioni: in primo luogo, perché fenomeni del genere richiedono molte spiegazioni, eccome! dato ch’è in gioco la vita eterna, e, in secondo luogo, perché è preoccupante ritenere che Lourdes sia il centro della fede cattolica da un secolo e mezzo! Ma la fede del cattolico non dovrebbe essere incentrata su Gesù il Cristo? Allora: che cosa si sono persi i cattolici vissuti prima di Lourdes? Evidentemente poco o niente: avranno avuto qualche altra cosa simile (le solite nuove rivelazioni, i soliti miracoli ricorrenti nella tradizione cattolica).

D’autorità, Pio XI beatificò nel 1925 e canonizzò nel 1933 Bernadette Soubirous, la quattordicenne analfabeta che nella nicchia della roccia di Massabielle, dall’11 febbraio al 16 luglio del 1858, vide una figura di biancovestita, che le disse … Da allora, il mondo cattolico non è stato più lo stesso; fiumi d’inchiostro sono stati versati, milioni e milioni di credenti si sono recati in pellegrinaggio a Lourdes (e continuano a farlo, nella misura di cinque milioni ogni anno, più che a La Mecca).

Torno riporta una confidenza di Messori, e chiosa «Come Ratzinger sono nato il 16 aprile e questo giorno è quello della morte di Bernadette e quindi la data della sua festa liturgica. Ma a parte tale aspetto, la chiave del libro va cercata in una convinzione che è salda in me: non è semplicismo apologetico, ma mera logica, affermare: “Se Lourdes è vera, allora tutto è vero”». Un sillogismo speciale, perché se Lourdes è «vera», il Credo della tradizione cattolica è «vero»: Dio esiste, Gesù è il Cristo, la Chiesa guidata dal Papa è custode e garante di tali verità».

Ancora una volta: che dire? Come si fanno a pensare e a scrivere cose del genere? Il cristiano ha tutt’altra convinzione, basata sulla testimonianza della Parola di Dio; e cioè che, indipendentemente da Lourdes, Dio esiste, che Gesù è il Cristo, che la Chiesa è guidata dall’unico Capo, il Cristo, e che essa è colonna e base della verità (1Timoteo 3:15). Lourdes non ha niente a che spartire con la fede. La fede dei cristiani non deriva da Lourdes, non è mai dipesa né da Lourdes né da altre cose simili. Come dice l’apostolo Paolo, «la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla Parola di Cristo». (Romani 10:17). E l’apostolo Paolo è certamente assai più di Ratzinger, di Torno, di Messori, di Bernadette Soubirous … Se vogliamo giocare o scherzare, bene; altrimenti, siamo seri!

Torno continua: «Non c’è nulla di più cattolico di Lourdes e i pontefici hanno costantemente amato e privilegiato questo luogo». Amen! Grazie a Dio, Torno ha specificato che è roba cattolica, non dei cristiani.

Torno riporta che «Messori definisce Lourdes una “maniglia”, ovvero un appoggio a cui aggrapparsi quando la fede entra in crisi». Il cristiano, oramai allo stremo, rabbrividisce ancora dopo tale lettura. È possibile che, biblicamente parlando, si pensino queste cose (con tutto il rispetto per la libertà d’opinione)?

La fine della recensione è micidiale per il cristiano che segue la Bibbia: «Bernadette resta un paradosso vivente. Alta un metro e quaranta, soffre d’asma, ha un padre disoccupato, anzi fallito, incriminato e poi assolto per insufficienza di prove dall’accusa di aver rubato due sacchi di farina. Su di lei grava la burocrazia imperiale francese durante i giorni di Napoleone III. Ma nessuno, ribadisce Messori, riesce a soffocare la sua testimonianza. È il niente che alla fine vince il tutto; la sua grandezza va cercata nella piccolezza. Non aveva nulla. Tiene a bada il mondo». Grazie a Dio, Bernadette era alta solo un metro e quaranta! Che cosa sarebbe accaduto se fosse stata alta un metro e ottanta? Che cosa significa che Bernadette tiene a bada il mondo? Piacerebbe capirlo.

Leggendo questa recensione non si può che apprezzare vieppiù la Bibbia. Occorre ringraziare sempre lo Spirito Santo che l’ha data in dono a tutti gli esseri umani. Il resto è acqua che scorre sotto i ponti … anche se è acqua che scorre da migliaia di anni. Alla fine non scorrerà più, e solo la gloria di Dio permarrà.

Arrigo Corazza

 

 

I santi nella Parola

6 novembre 2013

La venerazione dei santi, quale fenomeno straordinariamente importante ed efficace nel cattolicesimo, non esisteva al tempo di Gesù Cristo e dei suoi apostoli. Al contrario, tale venerazione si è sviluppata nel corso dei secoli. Nel N.T. non ricorre l’idea che qualcuno, né da vivo né da morto, possa mediare tra Dio e gli uomini: difatti, l’unico mediatore è Gesù Cristo (1Timoteo 2:5), Dio incarnato (Giovanni 1:1; 1:14), morto sulla croce per redimere il genere umano.

Nel Nuovo Testamento i “santi” sono i cristiani, cioè tutti coloro che hanno conosciuto il vangelo di Cristo, lo hanno accettato e lo praticano mentre vivono su questa terra.

Essere “santo” significa essere “separato”. Essendo Cristo l’unico Santo di Dio (Giovanni 6:69; Marco 1:24), tutti i suoi discepoli (i cristiani) sono santi perché separati dal mondo e perché parte del Regno di Dio. La santificazione, allora, è la vita stessa del cristiano che persegue la gloria di Dio (Ebrei 12:14; 1Pietro 1:15-16).

Nel N.T. il termine “santo” è applicato ai cristiani per indicare sia la loro separazione spirituale dal modo di pensare tipico del mondo, sia la loro conseguente consacrazione a Gesù mediante una vita guidata dalla fede.

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Il crocifisso nel Paese della cuccagna

4 novembre 2013

L’Italia è un paese unico, e non solo per la sua forma geografica (“lo stivale”): lo dicono soprattutto la sua bellezza naturale, la sua storia straordinaria, le sue tradizioni apprezzate ovunque. Per questo, l’Italia è solitamente definita “il Bel Paese”. Da un punto di vista religioso, però, il giudizio sulla questione della specificità italiana cambia in modo drastico: mentre per alcuni l’Italia è il Paese della cuccagna, per altri è un Paese ingiusto, che non riconosce la parità di tutte le forme religiose.

Bisogna chiedersi che cosa significhi “Paese della cuccagna”. È il nome di un luogo immaginario in cui tutto è abbondanza, vita facile e godereccia. Sinonimi ne sono “Paese della pacchia”, “Paese di bengodi”. Nelle sagre paesane l’albero della cuccagna è un palo liscio e insaponato recante in cima, appesi a un cerchio, premi vari (perlopiù generi alimentari: “cuccagna” proviene da una voce germanica indicante dolciumi) che sono appannaggio di chi riesce a raggiungerli arrampicandosi.

Per il cattolicesimo, l’Italia è il Paese della cuccagna. Una data può assurgere a simbolo di questo fatto: l’11 febbraio 1929, in cui giunsero a piena maturazione legale le secolari pretese del cattolicesimo romano sul Paese, grazie ai Patti Lateranensi tra la Santa Sede e lo Stato italiano. Essi posero fine alla “questione romana” apertasi il 20 settembre del 1870 (occupazione di Roma da parte del giovanissimo Regno d’Italia). I Patti Lateranensi constano di tre atti distinti: un trattato, un concordato e una convenzione finanziaria. Non è nostro scopo entrare qui nei particolari. Ci basterà ricordare che, quale conseguenza primaria dei Patti Lateranensi, l’Italia ribadì ufficialmente il carattere cattolico dello Stato. La Chiesa Cattolica ne ebbe ogni sorta di beneficio – in primo luogo l’obbligo dell’insegnamento cattolico nelle scuole. Sappiamo che i Patti Lateranensi furono il risultato di una lunga e laboriosa trattativa tra la Santa Sede e Mussolini, che ne ricavò un indubbio prestigio personale. Ma anche nella Costituzione repubblicana i Patti non potevano mancare (articolo 7). Il che la dice lunga sull’importanza del cattolicesimo nel nostro Paese, quale che sia il regime imperante.

In data 20 marzo 1985, sotto il governo Craxi, la Camera approvò definitivamente il nuovo Concordato, in virtù del quale il cattolicesimo non è più religione di Stato e l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo nelle scuole pubbliche italiane. Di fatto, però, non è cambiato niente. Il cattolicesimo rimane la religione dominante soprattutto grazie ad una legislazione compiacente. Dunque, l’unicità dell’Italia in materia di potere cattolico è chiara, anche perché solo in Italia, nella fattispecie a Roma, ha sede il papato.

Inscritta in questa cornice storica, la questione del crocifisso acquisisce un significato più chiaro. È inutile che di tanto in tanto, nel Paese di bengodi, vi sia qualche tentativo di ribellione (“rigurgito”) contro il potere cattolico: la situazione è quella che è, non cambia e, verosimilmente, non muterà in tempi brevi. Chi crede in Dio tramite Gesù, seguendo unicamente il N.T., deve mettersi il cuore in pace e vivere la propria vita nella fede del Figlio di Dio, l’unico Signore e capo della Chiesa. Questo è quel che davvero conta.

Ciò detto, è giusto che qualcuno protesti ancora contro l’affissione del crocifisso nelle scuole? Alla luce della libertà di coscienza in materia religiosa, che dovrebbe essere garantita a tutti sempre e comunque, è giusto, mentre, come abbiamo appena detto, alla luce della tradizione religiosa italiana è inutile. Spiace per i vari rigurgiti che di tanto in tanto si hanno nel Paese della cuccagna da parte di atei, Ebrei, protestanti, non cattolici, musulmani….

La questione del crocifisso è regolata da una legge del 1924, dunque addirittura antecedente i Patti. E quel che conta, sino a prova contraria, è la legge. Se il crocifisso deve legalmente stare, che stia. Se non deve legalmente stare, che non stia. Tuttavia, l’impressione è che, seppure legalmente non dovesse stare, si troverà un modo di farcelo stare. Sì, perché in questa diatriba recente si sono pericolosamente toccate le corde del sentimento, invocando concetti quali “simbolo dei valori” dell’Italia. La storia insegna quali pericoli si annidino nelle ideologie, specie in ambito religioso. Per chi crede, in realtà, le ideologie stesse hanno valore solo quando siano seguite da atti rispondenti alla Bibbia.

Il crocifisso, che i primi cristiani non conoscevano, sarebbe il “simbolo dei valori” religiosi (e non soltanto) dell’Italia, e quindi non va rimosso. A questo punto occorre chiedersi quali siano i valori tirati in ballo. Forse quelli delle bestemmie imperanti, della corruzione morale diffusa un po’ dovunque, dei divorzi in aumento, delle “coppie di fatto” eterosessuali e omosessuali, della più crassa ignoranza biblica, e via dicendo? Non si può affatto credere che il crocifisso rappresenti questi valori. Il cristianesimo è tutt’altro affare: è fede in Cristo e ubbidienza al Padre; è speranza, è carità, è comportamento etico irreprensibile, è un conformarsi alla figura del Cristo, che tutto ha detto e tutto dimostrato nella sua breve vita, lasciando un esempio imperituro.

Abbiamo detto sopra che nel Paese di bengodi, ovviamente in tempi e modi diversi, i rigurgiti circa il crocifisso sono ricorrenti. Sorprende notare come negli schieramenti a favore del crocifisso non manchi mai il medesimo appiattimento mentale e la medesima ignoranza storico-religiosa. Addirittura, anche presso eminenti personalità della cultura italiana sembra che non si voglia andare in fondo (per non aizzare il cane che dorme?). Vediamo un esempio significativo in proposito: Natalia Ginzburg (1916-1991), in un articolo pubblicato su “L’Unità”del 25 marzo 1988, difese il crocifisso che una professoressa di Cuneo aveva tolto dall’aula della sua classe, chiedendone nello stesso tempo la rimozione da tutte le aule scolastiche italiane. La richiesta aveva sollevato, di conseguenza e al solito, un gran polverone (subito sopito).

Ma non appare strano che la Ginzburg, di solida tradizione ebraica (figlia di Giuseppe Levi, noto professore di anatomia all’Università di Torino, moglie di quel Leone Ginzburg che fu critico letterario e professore all’Università di Torino, tra i primi collaboratori della celebre casa editrice Einaudi, torturato e ucciso dai nazisti a Regina Coeli [Roma] nel 1944, madre di Carlo Ginzburg, insigne storico), prenda le difese del crocifisso? No, non è affatto strano, se l’ebraismo di Natalia Ginzburg è pari a quello di suo figlio Carlo: «Sono un ebreo nato e cresciuto in un paese cattolico; non ho mai avuto un’educazione religiosa; la mia identità ebraica è in gran parte il frutto della persecuzione» (C. Ginzburg, Occhiacci di legno, Feltrinelli, Milano 1998, p. 12). Insomma: Ebrei alla cattolica, che si ricordano di essere Ebrei solo quando sono perseguitati, così come i Cattolici si ricordano di essere tali quando è toccato il loro crocifisso.

Nell’articolo citato sopra – che lascia dispiaciuti per la genericità di talune affermazioni e per la totale mancanza di prospettiva biblica –, la signora Ginzburg afferma sorprendentemente: «A me dispiace che il crocifisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita … Il crocifisso non insegna nulla. Tace … Il crocifisso non genera alcuna discriminazione. È là muto e silenzioso. C’è stato sempre … Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsi offesi gli Ebrei? Cristo non era forse un Ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, com’è accaduto a milioni di Ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano». Gli Ebrei dovrebbero sentirsi offesi perché la Bibbia ebraica sostiene che farsi immagini è proibito: è scritto nei Dieci comandamenti (Es 20:4). È universalmente noto come la mancanza d’immagini costituisca uno dei principi più solidi e importanti dell’ebraismo. Viene il sospetto che alla signora Ginzburg o non interessasse niente della Bibbia o non la conoscesse. A differenza di ciò che la signora Ginzburg sostiene, il crocifisso non è per nulla muto: invece parla, eccome! Non parlerebbe se non ci fosse, e non ci sarebbe se qualcuno non ce lo avesse messo.

Bisogna ora chiedersi: perché il caso recente ha creato tanto scalpore? Perché a promuoverlo è stato un cittadino italiano musulmano, Adel Smith, famoso per le maniere spicce che lo contraddistinguono, un tipo antipatico a pelle, tosto, rognoso, che non molla l’osso. Si teme che dopo la rimozione del crocifisso si vogliano imporre tradizioni musulmane. Si teme che questo accada in breve tempo, visto che noi Italiani non facciamo più figli e che altri li fanno al posto nostro: questi “altri”, che vivono secondo tradizioni e maniere diverse dalle “nostre”, un giorno prenderanno il sopravvento grazie al loro numero …

Personalmente non credo che tutto ciò avverrà così presto e così facilmente. Se Adel Smith non molla l’osso, tanto più il prete. Figuriamoci! Dopo aver durato millenni di fatica per acquisire il potere, il prete non mollerà l’osso manco morto. Così come non lo molleranno gli Ortodossi. Vi siete chiesti come mai il Papa del cattolicesimo, che ha girato in lungo e in largo il mondo, compiendo più di cento viaggi (se non erro), non possa andare a Mosca, la “terza Roma”? Perché le autorità della Chiesa Ortodossa, divisa dal 1054 da Roma, non lo vogliono, temendo il proselitismo cattolico, di cui in realtà si sono già lamentati da tempo. Né molleranno l’osso i musulmani laddove sono tradizionalmente collocati. Insomma: per ciò che riguarda la religione, uno statu quo mondiale? Credo di sì perché il guaio è stato fatto e, una volta fatto, è difficile ripararlo. Il guaio è che si è mischiato il fatto religioso, che è individuale, con il fatto politico, che è collettivo. E se è vero che il matrimonio tra Stato e religione si riscontra nella maggioranza delle culture storiche, è altrettanto vero che nel cristianesimo questo non sarebbe mai dovuto accadere: le parole di Gesù circa la distinzione tra Stato e religione non possono essere dimenticate (Mt 22:21).

Nella diatriba sul crocifisso, parecchi sono intervenuti, e tutti a difesa del crocifisso. Addirittura, Carlo Azeglio Ciampi ha citato il celebre scritto (1942) di Benedetto Croce, Perché non possiamo non dirci cristiani, scritto che riemerge fuori sempre a tempo debito, come se fosse il Vangelo. Però, se l’ha detto Croce, sarà pur vero – dice la massa che di Croce oggi non sa più nulla: difatti, per moltissimi, oggi, Croce (1866-1952) appartiene a un contesto culturale, quello dei primi cinquant’anni del Novecento, oramai morto e sepolto.

Mi chiedo se questo scritto di Croce sia mai stato letto, se si sappia o no che Croce, in sostanza, non era credente, o che cosa egli volesse intendere per “cristiano” (che non è lo stesso di “cattolico”: Croce usa “cristianesimo”, “chiesa cristiana cattolica” e via dicendo); infine se si capisca o no che Croce non può essere preso a sostegno di una prassi che nel Vangelo non ricorre. Infatti, Croce non è il Vangelo (peraltro, Croce nel suo articolo non cita mai la Bibbia). Pur essendo stato uno studioso eccezionale, benemerito della cultura italiana, che contribuì a svecchiare e a elevare a livelli europei, come tutti anche Croce ha preso qualche grave abbaglio in vari ambiti. Basti qui ricordarne uno d’indole religiosa. Nel 1947, dopo l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale e il ben noto tentativo nazista di sterminio degli Ebrei (tentativo che costò milioni di vittime innocenti), Croce invitò proprio gli Ebrei, con i quali solidarizzò comunque, a «cancellare quella distinzione e divisione nella quale hanno persistito nei secoli» onde evitare persecuzioni (quasi che gli Ebrei non avessero il sacrosanto diritto a rimanere tali). Questa fondamentale mancanza di comprensione del problema ebraico da parte di Croce la dice lunga su come da noi certi problemi siano trattati.

In Perché non possiamo non dirci cristiani l’articolazione del pensiero di Croce – insolitamente farraginosa – sembra concentrarsi unicamente sul “cristianesimo” visto nella sua valenza storica. In futuro si potrebbe esaminare più attentamente, da un punto di vista biblico e storico, questo saggio, perché in esso compaiono da un lato cose interessanti (come spesso in Croce) e, dall’altro, cose che non stanno né in cielo né in terra da un punto di vista scritturale. In attesa di procedere in tal senso, piace ricordare qui una bella affermazione che vi compare: «Noi, nella vita morale e nel pensiero, ci sentiamo direttamente figli del cristianesimo». Ed è proprio quello che nel “cristianesimo” di molti Italiani è spesso mancato e manca tuttora: morale e pensiero basati sul cristianesimo (per “cristianesimo” intendo qui quello prodotto dalla Parola di Dio). Il che, a ben guardare, non è poco.

Il titolo del saggio crociano (Perché non possiamo non dirci cristiani) a me piace tantissimo. Magari fosse così; disgraziatamente, però, così non è. Lo sarebbe se si leggesse, amasse e applicasse il Vangelo; se, in altre parole, si diventasse “discepoli di Cristo”, ossia cristiani (At 11:26). Purtroppo, ben sappiamo quale importanza (intellettuale e pratica) rivesta la Bibbia in Italia: nessuna. Dunque: come possiamo dirci cristiani senza avere conoscenza della Parola di Cristo, l’unica in grado di portarci alla fede (Rm 10:17)? “Battezzare” un bimbo non significa farne un cristiano: cristiani, piuttosto, si diventa grazie a un processo serio e delicato: dall’ascolto del Vangelo, attraverso il battesimo, si giunge alla perseveranza quotidiana nella fede del Signore Gesù. E ciò solo e sempre mediante la Parola di Dio.

Si sa che, tradizionalmente, noi Italiani non abbiamo mai avuto dimestichezza con la Bibbia: perciò, ci troviamo spesso in difficoltà a perseverare nella fede biblica senza il consueto supporto delle tradizioni umane, rappresentate dall’oculato controllo della Chiesa Cattolica. Insomma: dinanzi ai problemi della fede siamo come bambini sperduti. Da un lato, ci mancano una chiara coscienza critica in materia e il coraggio di prendere decisioni conseguenti; dall’altro, abbonda il desiderio che ci spinge a fare cose che non si devono, pensando che, tutto sommato, alla fine, qualcuno sistemerà i guai, ci perdonerà i peccati, avrà pietà … La morale è scesa a livelli bassissimi, nell’Italia che non ama la Bibbia. E nel Bel Paese non ci sono prospettive di miglioramento per la lettura della Bibbia; anzi, le cose si complicano: in base ad una recente statistica, il 39 per cento degli Italiani è vittima del cosiddetto “analfabetismo di ritorno” (a malapena sa leggere, scrivere e far di conto). La gente, avvezza ai mezzi di comunicazione di massa, ha perso il contatto con la cultura. Un’altra statistica dice che, in Europa, gli Italiani sono quelli che leggono di meno. E figuriamoci se gli Italiani leggono la Bibbia …

La nostra storia spiega perché questo accade. Massimo D’Azeglio (1797-1866), scrittore e uomo politico piemontese (peraltro genero di Manzoni), disse all’indomani dell’unità d’Italia: «Ora che l’Italia è fatta, bisogna fare gli Italiani». Al che, di rimando, altri pensarono: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri», e «tutto cambia perché non cambi nulla». La Chiesa Cattolica, senza fare cristiani, si è fatta piuttosto gli affari propri per far sì che, tutto sommato, in religione, nel Paese della cuccagna, pur cambiando all’apparenza molte cose, non cambiasse (e non cambi) mai davvero nulla. Ma ora è giunto il momento di fare, secondo il N.T., sia la Chiesa – quella vera – sia i cristiani, che recano il Crocifisso sempre impresso nei loro cuori e nelle loro menti.

Arrigo Corazza

 

LA CROCE E IL CROCIFISSO: RILIEVI STORICI E BIBLICI

La parola “croce” deriva dal sanscrito krugga (“bastone pastorale”); in greco è stauròs (“palo”) o xýlon (“legno”); in ebraico è ‘es (“albero”). Questa terminologia indica che, in origine, la croce era un albero / palo cui i condannati venivano confitti con chiodi o impalati.

Fin dalla preistoria, la croce fu simbolo diffuso per indicare la vita, la divinità, il sole … Il processo attraverso cui la croce giunse ad avere valore universale, soppiantando tutti gli altri simboli cattolici, si compì abbastanza tardi (IV secolo), dopo l’epoca costantiniana.

Pare che i Romani ereditassero la crocifissione dai Persiani, tramite i Greci e i Fenici. Non praticata su cittadini romani, fu abolita da Costantino (313-337). Le fonti antiche (soprattutto letterarie e archeologiche) parlano della croce specie a cominciare dal 325-335, in occasione della inventio crucis (“ritrovamento della croce”) avvenuta in Gerusalemme durante la dedicazione di due basiliche (Santo Sepolcro e Calvario). Prima d’allora la croce ha minima rilevanza presso i cristiani: è assente nei Padri Apostolici (vicinissimi al tempo degli Apostoli) e ha un ruolo secondario nei Padri Apologisti (subito dopo i Padri Apostolici). Da allora in poi, a circa tre secoli dalla morte del Cristo, si sviluppa il culto della croce, che diventa il segno della vittoria (signum victoriae), la croce invincibile (crux invicta). Si diffonde il segno della croce (signum crucis), usato prima d’ogni azione ed assurto a valore rituale di efficacia. Rarissime (e talora discusse) sono le raffigurazioni della croce prima del IV secolo, mentre le più antiche attestazioni della rappresentazione del crocifisso sono il graffito del Palatino (III secolo, di mano pagana), il Cristo nudo sulla croce (420 d.C.) e il pannello ligneo della porta della Chiesa di S. Sabina a Roma (450 d.C.).

I cristiani del N.T. non facevano uso né della croce né del crocifisso (AC).

 

RIQUADRO (G. B. Guerri, Gli Italiani sotto la Chiesa, Mondadori 1992)

«Ogni santo ha una specializzazione, spesso attribuitagli dalla Chiesa stessa, a volte dalla credenza popolare: c’è chi protegge i viaggiatori, chi i medici, chi gli animali, chi gli occhi, chi i marinai, chi gli innamorati, chi fa ritrovare gli oggetti perduti e chi fa passare il mal di testa. La casistica è sterminata, non c’è evento della vita che non possa essere messo sotto la protezione di un santo.

È una forma di paganesimo legalizzato, che ha il suo sbocco più clamoroso nella religione cattolico-magica dei brasiliani, ma anche parecchi italiani, spesso senza rendersene conto e senza dare importanza alla cosa, integrano il cattolicesimo con pratiche magiche: il corno e il santino convivono; la fede e la fiducia nell’astrologia e nella reincarnazione non sembrano contraddittorie; chi ha un crocifisso o un’immagine della madonna sopra la spalliera del letto si guarderà ugualmente dall’appoggiare sul letto un cappello, che porta morte; il gesto automatico di farsi il segno della croce prima di una prova difficile, o anche di tuffarsi in mare, ha perso il significato originario per diventare un gesto scaramantico … Gli italiani sono un popolo di cattolici pagani che, oggi, dà lavoro abbondante a 200.000 religiosi, a 150.000 maghi professionisti e a poche decine di santi: gli altri vengono ignorati in quanto scarsi produttori di grazie».

I mediatori nel cattolicesimo

8 novembre 2013

 

In generale, il problema della mediazione è sempre stato rilevante e di difficile soluzione. Nella sfera della religiosità, invece, esso costituisce, a ben guardare, il problema per eccellenza.

La Chiesa Cattolica attribuisce straordinaria importanza alla mediazione: mediatori sono Cristo, Maria, i santi, i sacerdoti. La stessa Chiesa Cattolica viene considerata mediatrice tra il mondo divino e quello umano (ad esempio, nell’amministrazione dei cosiddetti “sacramenti”), con tutte le conseguenze che ne scaturiscono (quali quella della Chiesa docente, e via dicendo).

Occorre porsi questa domanda fondamentale: «Per essere in relazione con Dio quaggiù e ottenere la salvezza dell’anima lassù, nell’aldilà, che cosa devo fare? Ho forse bisogno di uno o più mediatori che intervengano a mio favore? Se no, basta la mia buona volontà, il non aver fatto del male a nessuno per giungere in paradiso? Se sì, chi devo interpellare e come? A chi mi devo affidare? A Gesù, a Maria, ad uno degli innumerevoli santi, oppure al Budda? L’uno vale l’altro, purché si faccia qualcosa e si chieda il conforto di qualcuno?».

Per liberarsi da questo quesito e volgersi con completa serenità ad affrontare la vita di tutti i giorni, occorre andare alla Bibbia, la Parola di Dio.

 

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