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L’ASINA DI BALAAM E IL PAPA (24 dicembre 2020)

24 dicembre 2020

L’ASINA DI BALAAM E IL PAPA

Il vocabolo “papa” ha origine dal greco pàpas o pàppas, «padre».

Nella lingua italiana “papà” è appellativo familiare ed affettuoso del padre (meno diffuso è “babbo”, che si restringe ormai all’uso toscano. Peraltro, in taluni dialetti, “babbo” significa invece “babbeo”, “sciocco”, “semplicione”). È invalso l’uso di appellare «padre» anche personaggi che né lo sono né lo meritano. Si tratta di personaggi, è chiaro, ritenuti “importanti in religione”. Gesù, che è Dio e che conosce assai bene gli uomini, ha inferto un colpo mortale alle ambizioni di costoro dicendo: «Non vi fate chiamare “Maestro”, perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. E non vi fate chiamare guide, perché uno solo è la vostra guida, il Cristo: ma il maggiore fra voi sia vostro servitore. Chiunque s’innalzerà sarà abbassato, e chiunque s’abbasserà sarà innalzato» (Matteo 23:8-12).

È ovvio che il Signore non si riferisce qui né ai maestri di cultura o di scuola (che possono essere chiamati maestri), né ai padri naturali (che possono essere chiamati padri, papà o babbo, perché ne hanno diritto), né alle guide turistiche, ma piuttosto a uomini che vogliono essere considerati e maestri e padri e guide nelle questioni religiose. Diamo uno sguardo attorno a noi e notiamo quanti maestri, padri e guide spirituali esistono in religione, nonostante le nitide parole profferite dal Signore Gesù, vero Maestro e vera guida spirituale!

Proprio mentre ferveva la lotta tra Martin Lutero e la Chiesa Cattolica Romana (dal 1517 in avanti), il riformatore tedesco (ancora agostiniano) espresse un concetto molto serio, volto da un lato a distruggere il monopolio papale nell’interpretare la Scrittura e, dall’altro, a ribadire il diritto dei laici a comprendere il pensiero di Cristo senza interposta persona. Lutero disse: «L’asina di Balaam fu più savia del profeta, e, se Dio parlò per bocca di un’asina contro il profeta, perché non potrebbe anche oggi parlare per bocca di un uomo onesto contro il papa?» (Citato da R. H. Bainton, Lutero, trad. it., Einaudi, Torino, 1960, p. 124). Su Balaam e la sua asina, vedi Numeri 22; 2Pietro 2:15-16.

Arrigo Corazza

 

Solo due chiese

23 febbraio 2016

 

Ai cristiani viene spesso richiesto di chiarire “quante chiese” ci siano oggi nel mondo. C’è chi risponde trecento, chi settecento, chi trentamila. Sarebbe del resto impossibile conteggiare tutti i movimenti esistenti nei cinque continenti che in un modo o nell’altro si rifanno al Cristianesimo. In fondo, si tratterebbe soltanto di appagare una curiosità statistica. E se a quella domanda rispondessimo che ci sono solo due chiese, quella del Signore e quella di Satana? Ciascuno di noi è convinto di far parte della Chiesa vera, buona e in piena rispondenza con la volontà divina. Non sarebbe neppure concepibile che uno continuasse a restare in una chiesa “falsa”, quando ne fosse ovviamente persuaso! Eppure potremmo far parte del Regno di Satana, anche nostro malgrado o anche a nostra insaputa. Quello che è certo è che il Signore non necessariamente riconoscerà come Sua qualunque chiesa che porti il Suo nome. Lo ha detto chiaramente («Non chiunque mi dice ‘Signore’… »: Matteo 7:21) ed è anche giusto che almeno a Lui si riconosca il buon diritto di autenticare quelle persone e quelle comunità che si prodigano per appartenerGli e servirLo con vera umiltà.

Per essere Chiesa di Cristo non è sufficiente figurare sulle Pagine Gialle oppure esporre una targa fuori di un locale di culto. Né la patente di agibilità si può ottenere dalle autorità umane poiché l’esame di idoneità una chiesa lo deve affrontare con il Signore e non con la pubblica opinione.

Per essere Chiesa di Cristo non occorrono sostanziosi patrimoni né speciali concessioni. Chiesa di Cristo è un insieme di convertiti decisi a lasciarsi guidare da Lui e dalla Sua Parola, con vera umiltà e genuino desiderio di affidamento. Senza grandi ambizioni, se non di giungere alla mèta agognata; senza tante storie e tante discussioni, confidando nella presenza trainante del Signore e nell’orientamento sicuro delle Scritture. Cercando, in esse Scritture, ciò che il Signore dice e rispettando solennemente il silenzio divino, che non va ritenuto permissivo e consenziente a ogni nostra invenzione, bensì limitativo della rivelazione stessa.

È Chiesa di Cristo quella che cerca di piacere a Lui, non già agli uomini. Essa è ben ubicata nella Parola, rintracciabile e ripetibile in modo perfetto. Non è il risultato di baratti, di fusioni, di unificazioni o di riforme. Non richiede consistenti maggioranze né scatta in vita al raggiungimento di quorum ben quantizzati.

La chiesa di Satana non ha schemi, non modelli, non presenta caratteristiche distintive di identificazione; però esiste, ed è forte, diffusa, spontanea nella riproduzione quanto imprevedibile nell’adattamento. Quelli che ne fanno parte non lo sanno, e ignorano che sono proprio loro che la fanno ricca e numerosa, organizzata nella sua confusione, che la finanziano e la propagandano in mille modi, con tante parole e tanti fatti!

La via che porta alla chiesa di Satana è larga e son molti quelli che la percorrono. Sono pochi invece quelli che “trovano” la via della Chiesa del Signore, ma lo smarrimento, a differenza di come accade di solito, sta con la massa, cieca e colpevole!

Alessandro Corazza (1977)

Priorità

22 febbraio 2016

 

Noi differiamo da Cristo in molte cose, ma soprattutto nell’ordine da dare ai valori di quaggiù. Se da cristiani seguissimo il nostro istinto, allora saremmo portati piuttosto a valutare le cose come fanno gli altri, dando un ordine logico e concretamente rispondente alla realtà: lavoro, denaro, salute, serenità, comodità, amicizie, successo, popolarità e via dicendo. Conosciamo la solfa, perché fin da bambini siamo stati abituati a dare il “giusto” rilievo alle diverse cose. Non è così per Cristo. Quando il Signore ha abitato quaggiù “per un tempo”, ha ripetutamente insegnato a dare alle diverse realtà l’importanza che meritano. Evidentemente l’unità di misura adoperata da Gesù è diversa dalla nostra; il metodo de1 Maestro però dev’essere il primo dei parametri da impiegare se vogliamo veramente essere cristiani.

 

PRIMA IL REGNO (Matteo 6:33).

La creatura umana giustamente si preoccupa delle cose “necessarie”: il pane, il vestito. Si tratta di grossi problemi, essenziali alla sopravvivenza. Ci sono milioni di persone che non sanno cosa sia “un vestito”. Sono quindi aspetti terribilmente reali della triste miseria di quaggiù per molti. Ebbene, a quei molti che “giustamente” si preoccupano per il cibo quotidiano e per qualcosa da mettersi addosso, il Signore offre la Sua strategia: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia»! Prima del pane, prima del vestito, prima di morire di fame o di freddo! L’atroce “incomprensibilità” di quanto Gesù dice viene suffragata però da evidenze a portata di chiunque: gli uccelli del cielo e i gigli dei campi. Anche queste sono creature del Signore a cui il Padre quotidianamente pensa. Egli li ciba e li riveste con splendore. Quanto di più lo farà con i Suoi diletti figliuoli? Il ragionamento non fa una grinza. Se crediamo che Dio è il Padre nostro, se crediamo che Egli c’è e può, se diciamo di «essere pronti a fare la Sua volontà», allora nessuna preoccupazione e nessun problema. Lasciamone a Lui tutta la gravità e la responsabilità del caso. Lo so, sono tutte belle parole. La realtà è che anche i credenti, anche i figliuoli di Dio temono un’improvvisa assenza del Signore, una sempre possibile sua trascuratezza … e allora giù, diamoci a preoccuparci del vestito e del mangiare di oggi e di domani e di dopodomani!

Metri diversi, dicevamo; Gesù è rimasto ancora col “Suo” metro, a ripeterci da venti secoli: «Cercate prima il regno di Dio», cercate prima di mettervi a posto con Lui, cercate prima la città di Dio quaggiù e lassù, cercate prima il cibo e il vestito spirituali. Il resto conta poco o nulla, davanti al destino eterno dell’anima.

 

PRIMA LA TRAVE (Matteo 7:5).

Gli uomini solitamente si affannano ad “aiutare” gli altri. E pensano di aiutarli quando scorgono la pagliuzza nell’occhio del fratello. «Lascia ch’io ti aiuti a togliere la pagliuzza!». Segui il mio consiglio, senti bene che cosa ti dico, fa’ quello che ti suggerisco! Tutte pagliuzze che vorremmo togliere agli altri. Tu dovresti parlare così, agire così, fare questo e quello e bla bla bla … Tutte pagliuzze che ci sollecitano al pronto intervento. La verità è che siamo noi ad aver bisogno di aiuto, perché abbiamo una “trave” dentro l’occhio che non solo c’impedisce di vedere bene quando ci accingiamo a togliere le pagliuzze altrui, ma soprattutto ci dovrebbe convincere che siamo noi ad aver bisogno dell’altrui suggerimento e consiglio. Gesù dice: «Trai prima la trave dall’occhio tuo» e poi ci vedrai bene e potrai aiutare il tuo fratello. Il metro di Gesù è diverso dal nostro, indubbiamente. Noi siamo anche disposti a cambiare; ma devono “prima” farlo gli altri. Quante volte nella nostra giornata promettiamo qualcosa «se prima lo fa lui» … Ma Gesù è ancora là a dirci e ad assicurarci che se faremo come dice Lui, ci vedremo bene!

 

PRIMA LA RICONCILIAZIONE! (Matteo 5:24).

I credenti di solito sono i più stimolati a predicare l’efficacia del perdono e quella del ravvedimento. L’uomo tende a riconoscere il proprio dovere solo nei confronti di Dio. Ed è tanto vero questo errato concetto di vita, che ha trovato buon gioco quel “sacramento” che permette a chiunque di confessare le proprie mancanze a un estraneo, che permette così di evitare – molto spesso, troppo spesso – la riconciliazione. «Va’ prima a riconciliarti col tuo fratello», prima di entrare al tempio, prima di fare la tua offerta sull’altare, prima di dire a Dio, ipocritamente, «rimettimi il mio debito, com’io l’ho rimesso al mio debitore».

 

PRIMA A SEDERE (Luca 14:28,31).

Certo, il costruttore in procinto di edificare qualcosa, si mette a tavolino e fa i propri conti con estrema attenzione; il re che vuole muovere guerra a un altro re, fa tutti i debiti calcoli degli armamenti e degli uomini di cui dispone lui e anche di cui dispone l’altro. Sarebbe da sciocchi fare altrimenti. È proprio quello che dice Gesù. Sarebbe da stolti mettersi a fare i cristiani senza “prima” mettersi a sedere a fare tutti i conti del caso. Il cristianesimo è responsabilizzazione assoluta. «Se uno vuol venire dietro a me» diceva il Signore, «rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Evidentemente la rinunzia e la croce sono prioritarie alla presenza militante. Non si mette la mano all’aratro e poi si riguarda indietro; chi lo facesse, non sarebbe adatto ad arare. Uno le cose le deve sapere “PRIMA”; prima di decidere, prima di scegliere, prima di trovarsi davanti a fortezze apparentemente inespugnabili, prima della solitudine, prima del dolore, prima della testimonianza, prima della morte, «prima che vengano i cattivi giorni» (Ecclesiaste 12:3).

Alessandro Corazza (1977)

A chi ubbidire e come

17 novembre 2013

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«Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini» (At 5:29).

«Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio» (At 4:19).

«Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere; vita eterna a quelli che, con perseveranza nel fare il bene, cercano gloria, onore e immortalità; ma ira e indignazione a quelli che, per spirito di contesa, invece di ubbidire alla verità, piuttosto ubbidiscono all’ingiustizia» (Rm 2:6-8).

«Non regni dunque il peccato nel vostro mortale per ubbidire alle sue concupiscenze, e non prestate le vostre membra al peccato, come strumenti di iniquità, ma presentate voi stessi a Dio, come di morti fatti viventi, e le vostre membra come strumenti di giustizia a Dio» (Rm 6:12-13).

«Eletti secondo la prescienza di Dio mediante la santificazione dello Spirito, a ubbidire e a essere cosparsi dal sangue di Gesù Cristo» (1Pt 1:2).

«Avendo purificato le anime vostre ubbidendo alla verità per giungere a un sincero amore fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore» (1Pt 1:22).

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L’ubbidienza è preziosissima ai fini della salvezza eterna. Ricordiamo l’esempio di Gesù. La nostra lotta, in quanto cristiani, consiste oggi nell’affermare al mondo peccatore l’importanza dell’ubbidienza al Signore. Quindi, ci troviamo spesso a discutere di autorità e di rispetto verso quest’autorità. Diamo un’occhiata rapida a ciò che la Bibbia dice al riguardo.

 

CHI UBBIDIRE

Il caso di Adamo ed Eva è il primo che la Genesi ricordi. Invece che ascoltare la voce di Dio, i nostri progenitori si piegarono al comando di Satana (Gn 3:1-6), creando le premesse per l’ingresso nel mondo sia del peccato, sia della morte (Rm 5:12). Il re Saul preferì ubbidire alle insistenze del popolo piuttosto che alla Parola (cfr. 1Sam 15:21). Il caro apostolo Paolo, ancora Fariseo e persecutore della Chiesa, si lasciò trasportare dal richiamo della sua coscienza (At 26:9). Ma sbagliava completamente.

Comando di Satana, voce popolare, richiamo della coscienza: questi tre elementi, così periodicamente ricorrenti nello spirito umano, non hanno alcuna importanza ai fini della salvezza, risultato della vera ubbidienza a Dio: gli uomini debbono ascoltare la verità e solo la verità (Gal3:1-5; 1Pt 1:22), senza prestare fede all’uomo.

 

COME UBBIDIRE

Prima di vedere come si ubbidisce, è assai utile capire come non si ubbidisce. Diventiamo disubbidienti quando: ci rifiutiamo di fare le cose comandate (Adamo ed Eva in Gn 1-3);aggiungiamo alla Parola di Dio (Prv 30:6; Ap 22:18); togliamo alla Parola di Dio (Dt 4:2; Ap 22:19); sostituiamo parti della Parola del Signore (Lv 10:1-2; Is 5:20-21).

Vediamo ora come si fa ad ubbidire. In modo molto semplice: praticando esattamente gli ordini del Signore, come ricorda Gesù in Mt 7:21-22 («Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli») e in Lc 6:46 («Perché mi chiamate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?»).

L’ubbidienza è il risultato del nostro amore per Dio e della nostra fiducia in Gesù Cristo, colui che, per salvarci, è morto innocentemente al posto nostro. Quale uomo ha potuto mai fare altrettanto (vedi le sentite affermazioni di Paolo in 1Cor 1:13)? Ubbidiamo al Signore di tutto cuore.

Arrigo Corazza

Fare ogni cosa secondo l’autorità di Cristo (Col 3:17)

16 novembre 2013

 

«Qualunque cosa facciate, in parole e in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore nostro Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui»

(Colossesi 3:17)

 

Colossesi 3:17 è un caposaldo della vita spirituale in Cristo Gesù. Questo brano dà un senso ben preciso al modo di condursi sia nella Chiesa sia nel mondo. Nella sua semplicità, Col 3:17 non dà adito a interpretazioni difficili, ma lascia spazio unicamente all’applicazione pratica di quanto dice. Si torna al nucleo centrale del cristianesimo: fare ogni cosa nel nome di Gesù, cioè secondo la sua autorità (Mt 28:18-20). Dunque, tutto quanto facciamo nella nostra vita (tanto individuale, quanto comunitaria) deve avere l’avallo, l’approvazione della Parola di Dio.

Senza approvazione della Parola di Dio, noi non possiamo fare quel che vogliamo, anche sostenendoci con il pensiero che quel che facciamo possa comunque essere giusto, buono, lodevole, utile al prossimo. Questo discorso vale soprattutto a proposito degli espedienti (cioè i mezzi) impiegati nella predicazione del Vangelo: essi devono essere leciti e non cagionare assolutamente inciampo o scandalo alla fratellanza (cfr. Mt 13:41; 18:7; Rm 16:17; 1Cor 6:12; 10:23; 8:13). Chi causa scandalo alla Chiesa, chi tenta di distruggere il corpo di Cristo introducendo nuove dottrine o espedienti non leciti, deve temere fortemente per la propria sorte spirituale, giacché lo Spirito Santo afferma che il Signore Dio non perdona siffatte persone (1Cor 3:17).

Un sano e santo esempio di come dovremmo comportarci fu dato dagli Ebrei di Berea (At 17:11), i quali, nobilmente e con molta premura, esaminavano tutti i giorni le Sacre Scritture per vedere se le cose dette da Paolo stessero nella verità. Tutti i lettori del N.T. possono capire agevolmente quanto importante si riveli l’esempio dei Giudei di Berea (poi diventati cristiani).

Un altro bel passaggio da abbinare a Col 3:17 è sicuramente Mt 28:18-20. Qui lo Spirito di Dio comanda ai cristiani di predicare il Vangelo, facendo discepoli di Gesù tutti gli uomini, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Poi – Gesù aggiunge – è necessario insegnare ai battezzati tutte quante le cose da lui comandate. Si noti bene: non altre cose, non le dottrine umane, ma solo quello che egli ha comandato. Tutto ciò che non appare nel N.T. non è dottrina di Cristo. La conclusione è degna del Signore: contiene la promessa di essere con il credente per sempre, sino alla fine del presente sistema. Questa bellissima promessa è per noi, a condizione che facciamo ogni cosa nel suo nome.

Arrigo Corazza