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TESTIMONIANZA DA LEGGERE NELLA SEZIONE “ARTICOLI”

4 marzo 2016

Molto volentieri pubblichiamo nella sezione “Articoli” la testimonianza sofferta di un giovane alla ricerca di Dio e della Sua verità. La storia che Giuseppe ci narra, con semplicità ma ardore, descrive la situazione di tutti coloro, che, partiti dalla tradizione religiosa familiare, hanno poi scoperto il valore della Bibbia e la fede in Cristo. Difatti, «la fede viene dall’udire e l’udire viene dalla Parola di Cristo» (Romani 10:17).

Giuseppe Di Dio (Genova, 11 luglio 1986) è membro della Chiesa di Cristo in Alessandria.

 

Cercare e dare la Verità (storia di un viaggio spirituale)

4 marzo 2016

Molto volentieri pubblichiamo qui la testimonianza sofferta di un giovane alla ricerca di Dio e della Sua verità. La storia che Giuseppe ci narra, con semplicità ma ardore, descrive la situazione di tutti coloro, che, partiti dalla tradizione religiosa familiare, hanno poi scoperto il valore della Bibbia e la fede in Cristo. Difatti, «la fede viene dall’udire e l’udire viene dalla Parola di Cristo» (Romani 10:17).

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Giuseppe Di Dio (Genova, 11 luglio 1986) è membro della Chiesa di Cristo in Alessandria.

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Come la stragrande maggioranza degli Italiani, anche io provengo da una famiglia di religione “cattolica”. Dunque, la tipica famiglia cattolica italiana … I miei genitori si sono sempre professati “cattolici non praticanti”. Anch’io non mi ponevo affatto il problema del non praticare, perché crescendo in un contesto in cui non si parlava mai di Dio per me non era essenziale approfondire l’argomento. In tenera età i miei genitori mi hanno “battezzato”. Al battesimo hanno fatto seguito comunione, cresima, confessioni, catechismo, secondo il normale iter previsto dal cattolicesimo.

In casa dei miei genitori non si bestemmiava (e non si bestemmia tutt’ora) perché tutti sapevamo che era sbagliato (il prete lo ricordava continuamente). Alla fine delle elementari, il prete cercava qualche chierichetto (ne aveva parlato a catechismo) ed io mi ero proposto, non chiedendomi che cosa andassi a fare perché semplicemente “era una cosa di Chiesa”, che io ritenevo giusta. I miei genitori, ovviamente, mi lasciavano fare. Iniziai perciò il percorso in cui tutti questi bimbi aiutavano il prete nella funzione della domenica. La cosa che mi divertiva di più era indossare quella tunica bianca con strisce rosse centrali; mi piaceva sentire l’odore d’incenso. Non si pesava il perché e il come si facevano le cose: esse si facevano perché si pensava che dovessero essere fatte così. È triste pensare che, molto spesso nel cristianesimo, si pensa di fare la volontà di Dio senza esaminare ciò che si fa.

Mentre frequentavo la scuola media pian piano iniziai ad allontanarmi dai riti cattolici e a credere sempre meno in Dio. Non capivo molte cose e spesso mi ponevo molte domande. Qualche esempio: perché Gesù è morto sulla croce? Perché moriamo? Perché tanti Cattolici festeggiano solo il Natale e la Pasqua, mentre nel resto dell’anno non si curano di andare in “chiesa”?

Chiedevo queste cose o ai miei genitori o a chi pensavo capisse qualcosa, ma nessuno mi dava mai spiegazioni convincenti o esaustive. Erano tutte risposte imprecise, vaghe o “per sentito dire”. Non mi potrò mai scordare un episodio che sembra abbastanza curioso, ma poi con il passare del tempo ho capito quanto denoti l’ignoranza biblica che regna in Italia: mia mamma stava sistemando la tavola per mangiare e prima d’iniziare io chiesi a mio papà: «Papà, ringraziamo Dio perché ci ha dato il cibo; mi hanno detto che è giusto farlo». Mio papà rispose: «invece di ringraziare Dio ringrazia me, che vado a lavorare e che con i soldi compro il cibo … mangia e non dire fesserie».

Con l’inizio delle scuole superiori, mi allontanai definitivamente dalla “Chiesa”. Per un periodo non mi posi più alcuna domanda. Semplicemente ero arrivato alla conclusione che “Dio non esiste”. La mia adolescenza proseguì normalmente, come quella di molti coetanei: la prima “cotta”, la prima sigaretta, la continua voglia di trasgredire le regole e di far vedere di essere forte. Era tutto una sfida, un susseguirsi di emozioni. Purtroppo, per colpa delle compagnie e della mia voglia di fare, spesso sono finito nei guai; i miei genitori hanno sempre fatto del loro meglio. Mio papà è sempre stato un gran lavoratore e non ci ha mai fatto mancare nulla, e mia mamma era la classica donna che non lavorava e si occupava dei figli: sono stati e sono tuttora buoni genitori e da loro ho imparato molto a livello umano.

Nella mia gioventù una delle mie paure più ricorrenti era invecchiare per poi morire; non potevo credere che tutte le persone vivono la loro vita e poi muoiono: ciò non aveva senso e mi dicevo che, se le cose stavano così, non valeva neppure la pena di nascere!

Alle scuole superiori chiesi ai miei genitori di non farmi partecipare all’ora di religione, ma loro si opposero dicendomi che non era bene non partecipare a tali lezioni. Io non ho mai capito perché i miei genitori, pur non frequentando la “Chiesa” e non rispettando i dogmi cattolici, ci tenessero così tanto che io frequentassi l’ora di religione. Per me era una noia mortale, una di quelle ore interminabili. Preferivo fare fisica o chimica (materie che pure odiavo) che non l’ora di religione. Invidiavo quegli studenti i cui genitori non facevano frequentare loro l’ora di religione perché stavano in un’altra aula e facevano quello che volevano.

Ricordo ancora distintamente l’insegnante di religione: aveva i capelli ricci neri e gli occhiali con lenti abbastanza spesse ed era molto colto. Le ore di religione erano quasi sempre dedicate a dibattiti politici: era l’età degli ideali, con gli studenti di “sinistra” da un lato e quelli di “destra” dall’altro. I primi si adoperavano tantissimo in riunioni, assemblee, manifestazioni, occupazioni e altro, i secondi erano molto attaccati agli ideali della nazione e, talora, della razza. Queste due fazioni scolastiche erano spesso in conflitto e giungevano talvolta anche alle mani.

Una mattina, mentre stava finendo l’ora di religione, il professore ci disse che bisognava comprare un libro che serviva per andare avanti con le lezioni: «comprate la Bibbia, rigorosamente nella versione CEI». Io giacevo nell’ignoranza più totale: non sapevo neanche che cosa fosse la Bibbia! Sembra incredibile ma era la prima volta che sentivo nominare questo libro! Tornato a casa, riferii a mia madre la richiesta del professore. Me ne comprò una (quella Bibbia è ancora a casa dei miei genitori; ha una copertina blu con scritte dorate). Chiesi a mia mamma che cosa fosse scritto in quel libro e lei rispose che c’era la storia di Gesù e altre storie, ricordandomi che era quel libro che il prete ogni tanto apriva per leggervi qualcosa.

Questa Bibbia faceva avanti e indietro da scuola, ma alle lezioni probabilmente venne aperta una sola volta nel arco degli anni. Appena finita la mia carriera scolastica (tutto sommato deludente), riposi la Bibbia in libreria a prendere polvere, non preoccupandomi più della sua presenza.

La mia gioventù proseguì. Religiosamente parlando, ricordo i cenoni di Natale quando mia mamma si affannava a fare l’albero e il presepe e si professava che a Natale si è tutti più buoni (lo si dice anche adesso). Ho memoria anche della Pasqua, che non capivo perché si festeggiasse (penso che moltissimi ancora non capiscano la ragione di molte feste cattoliche).

Finita la scuola, andai a lavorare. Sotto l’aspetto religioso, quello fu il periodo più buio: mi dimenticai totalmente di Dio, pur ponendomi talvolta le solite domande (a cui però non davo più molto importanza). Continuavo la mia vita tra lavoro e casa (nel frattempo ero andato a vivere da solo). Un giorno al lavoro conobbi una persona diversa dalle altre: molto gentile ed educata e mai troppo nervosa. Io, in maniera molto sfacciata, gli chiesi: «Come mai sei così strano?». Egli mi rispose di essere un Testimone di Geova (d’ora innanzi: TdG). In passato li avevo sentiti nominare, ma non mi ero mai soffermato a chiedermi che cosa credessero e facessero. Gli chiesi di spiegarmi meglio, e mi informò che seguivano alla lettera ciò che era scritto nella Bibbia. A sentire questa parola, il mio interesse crebbe perché a tutte le domande che facevo mi sapeva rispondere e nominava spesso la Bibbia. Parlavamo sovente ed io lo tempestavo di domande. Un giorno mi invitò a una riunione, ma io declinai l’offerta dicendogli che non ero disposto a rinunciare a cose che a me piacevano tanto. Il giorno seguente mi portò alcuni opuscoli da leggere e iniziai a capire il movimento. Tuttavia, la cosa non mi intrigava molto e allora mi disinteressai nuovamente di tutto ciò che aveva a che fare con Dio.

Conosciuta quella che è adesso mia moglie, andammo a convivere. Io ero un acerrimo nemico del matrimonio, da me ritenuto un legame inutile che complicava le cose se un giorno non avessimo voluto più stare insieme. Quindi, per qualche anno convivemmo. Nel frattempo nacque nostro figlio. Era un bel periodo e io ero tranquillo, pensando di aver raggiunto tutto quello che si poteva conquistare.

Un giorno di primavera tornai da lavorare e la mia convivente mi disse: «sai che è venuta una TdG; abbiamo parlato un po’ e quello che dice è interessante». Da lì a breve lei iniziò a studiare con i TdG, a frequentare la “commemorazione” e via dicendo. Mi raccontò che per i TdG la commemorazione è il ricordo del sacrificio di Gesù; si passano il pane e vino, ma secondo loro solo gli “unti” possono mangiare e bere (anche se ancora non ho capito chi siano questi unti; credo non lo sappiano neppure loro!).

Tempo dopo anch’io cominciai a pensare spesso a Dio e alla sua esistenza, finché un giorno dissi a me stesso: «Devo leggere questa benedetta Bibbia, così posso capire anche io!». Ricordo che una sera andai a casa di mia mamma e presi la famosa Bibbia delle superiori, quella blu. Iniziai a leggere dal Vangelo di Matteo e quanto più la leggevo, tanto più la lettura mi prendeva. Non riuscivo a fermarmi: avevo voglia di sapere e capire (anche se a dire la verità tante cose le avrei approfondite e capite solo in seguito).

Una sera d’estate accettai un incontro con un TdG: volevo un confronto per capire se erano nella verità. A casa mia parlammo per circa due ore; però, ad alcune mie domande, il mio interlocutore era in seria difficoltà e non riusciva a rispondermi. Allora mi chiesi: «Com’è possibile che leggo la Bibbia da pochissimo e già li ho messi in difficoltà? C’è qualcosa che non va!». La cosa che mi infastidiva di più era che volevano usare unicamente la loro “Bibbia”, dicendomi però allo stesso tempo che le altre andavano bene … difatti, usando la famosa Bibbia blu riuscì a metterli in difficoltà dopo pochi minuti di conversazione. Ci invitarono ad una loro riunione del giovedì sera e io accettai di buon grado, perché comunque credevo che prima di giungere a conclusioni avrei dovuto esaminare meglio il loro modo di essere e di fare il culto. Appena entrati, i presenti mi giravano attorno e, pur salutandoci con un sorriso a trentadue denti, mi guardavano in maniera diversa perché non avevo la cravatta (ma maglietta e jeans). Mi sentivo un appestato. Ci sedemmo e subito dopo iniziò a parlare un uomo sulla quarantina, tutto ben vestito e senza un filo di barba. Purtroppo fu subito una delusione; leggeva invece di parlare e si vedeva che era un discorso dettato da qualcuno. A quel punto iniziai a capire che i TdG non erano la strada giusta e anche la mia futura moglie finalmente aprì gli occhi.

Iniziai a leggere la Bibbia con un fervore inaudito, come se non ci fosse un domani, in cerca della “vera” Chiesa, ma tutte le volte che mi sembrava di aver trovato la Chiesa giusta trovavo alcuni passi biblici che erano in contrasto con tale chiesa!

Un giorno parlai con un evangelico pentecostale. Il suo parlare mi travolse e pensai di aver finalmente trovato la vera chiesa. Tornai a casa e dissi alla mia compagna che la domenica seguente saremmo andati al loro culto. Si teneva in una vecchia chiesa cattolica ormai sconsacrata. Ricordo che vi erano moltissime persone. S’iniziò a lodare il Signore con una musica assordante; l’ambiente era strano e anche un po’ tetro. La mia compagna mi sussurrò: «secondo me sono matti!». Le dissi di no, ma anch’io ero della stessa idea. Poco prima dell’inizio del culto, passò il “pastore” e ci diede un cioccolatino. Non credevo ai miei occhi: si faceva di tutto tranne che parlare del Signore! E pensai: «ma dove sono capitato?!?». Finalmente ebbe inizio una “specie” di culto; dico “specie” perché i presenti facevano cose strane: c’era chi si rotolava per terra, chi piangeva, chi sveniva, chi saltava, chi urlava; nel mentre il “pastore” urlava pure lui, nel caos totale. Noi eravamo impietriti, attoniti e non potevamo credere a quello spettacolo; ancora oggi, ripensando a quella mattinata, sorridiamo ma in quel momento eravamo veramente spaventati! Dopo quest’ultimo evento decisi di lasciar stare la Chiesa evangelica capendo che Dio non poteva volere una “Chiesa del Disordine”.

Incontrai poi un mormone, che, dopo poche parole, si trovò in seria difficoltà e non era in grado di rispondermi. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile che vi siano sedici milioni di mormoni sparsi per il mondo. Io credo e ho sempre creduto che per appartenere a una determinata religione si debba esaminare a fondo ciò che predica. Il libro di Mormon (che in seguito ho letto), oltre a non essere di provenienza divina, è pieno di errori storici, tali da essere notati anche da chi ha studiato pochino. Ma essi non lo volevano ammettere (spesso mi capita di parlare con persone che anche davanti all’evidenza più lampante si ostinano a negare!).

Dopo l’incontro con il mormone ero deluso e sconfortato. Cominciai a pensare che sì la Bibbia è vera, che Dio esiste ma che la vera Chiesa non esiste poiché tutte quelle con cui ero entrato in contatto si contraddicevano con la Bibbia stessa, fatto per me inammissibile; infatti, tutti dicevano di seguirla ma alla fine nessuno la seguiva per davvero, come veramente il Signore esige.

Ero arrivato a un punto morto, in una fase nella quale non sapevo che cosa fare. Tra me e me dicevo: «continuiamo a leggere la Bibbia; troverò prima o poi la risposta perché è impossibile che non esista la vera Chiesa di Dio!».

Leggevo la Bibbia per ore e ore, al punto di avere il mal di testa. Spesso nella Bibbia leggevo che bisogna pregare il Signore, ma io non lo facevo perché mi vergognavo e dentro di me pensavo: «come si prega? Come potrà mai ascoltarmi se convivo? Dico un sacco di parolacce! Mi arrabbio facilmente e spesso tratto male il prossimo!». Ricordo ancora la mia prima preghiera: mi misi vicino al letto come fanno i bimbi nei film, mi inginocchiai e iniziai a pregare. In quel momento uno strano sentimento mi invase, un misto tra vergogna e felicità. Mi sentivo strano perché nella mia vita non avevo mai pregato come insegna la Bibbia, ma avevo solo recitato preghiere in stile cattolico, cantilene per nulla sentite. Finita la preghiera, ero contento per una serie di motivi: avevo oltrepassato un ostacolo per me assai arduo, avevo chiesto al Signore perdono, avevo capito di essere totalmente nel peccato, chiedendogli di indicarmi il giusto cammino. Dopo poco tempo io e la mia convivente decidemmo di sposarci. Negli anni precedenti lei insisteva ma io non ne volevo sapere (mi sembrava una cosa inutile), alla fine cedetti e menomale! Ci sposammo in Comune con pochi invitati, giusto i primi parenti; fu un matrimonio molto semplice e arrangiato, dati i pochi fondi a disposizione.

Durante il congedo matrimoniale, ero come al solito alla ricerca di quella verità che non riuscivo a trovare. Ero al computer, davanti alla pagina di Google, con il cursore che lampeggiava in attesa di essere stimolato. Scrissi la frase più semplice: “la vera Chiesa di Cristo”. Apparvero un po’ di siti internet che facevano riferimento a comunità di credenti che si riunivano nel nome di Cristo e che seguivano solo il credo biblico e non i credi derivanti da filosofie umane. Pur avendo letto probabilmente tutti i siti a cura delle Chiese di Cristo in Italia, rimasi con i piedi per terra date le deludenti esperienze passate.

Esaminando i siti internet delle varie Chiese di Cristo, mi accorsi che la più vicina a casa mia (venticinque chilometri) era in Alessandria. Decisi di conoscere questa Chiesa. Subito ne parlai a mia moglie, ma lei era scettica e non volle venire perché era rimasta spaventata dall’esperienza fatta con i pentecostali.

Ricordo che il sabato sera prima di visitare per la prima volta la Chiesa di Cristo in Alessandria, guardai il meteo, che annunciava una domenica piovosa; la domenica mattina, appena uscito da casa, notai invece che non pioveva affatto ma che un bel sole risplendeva in cielo. Guidando alla volta di Alessandria, pensavo a mille cose. Arrivai al locale, piccolo e modesto, senza simboli o cose simili, ma con una semplice insegna con la scritta: “Sala riunioni della Chiesa di Cristo”. Niente di appariscente, tutto molto sobrio. Entrai un po’ imbarazzato poiché erano presenti solo cinque persone: quattro donne e un uomo, Maurizio, a cui chiesi se mi potevo sedere e ascoltare e se dopo gli avessi potuto fare qualche domanda; mi rispose che non c’era problema. La mia impressione iniziale non fu delle migliori, perché se si pensa a Dio e alla sua Potenza mai avrei potuto prendere in considerazione che quella era la Chiesa giusta, troppo semplice e poi erano pochini … non potevo credere che quel Dio così potente potesse riunirsi lì con quelle cinque persone. Per me era inconcepibile.

Maurizio è un uomo molto semplice e umile e quando si mise a parlare, dopo una preghiera e un canto, rimasi colpito chiedendomi: «ma com’è possibile che conosca così bene la Bibbia?». Appena diceva qualcosa invitava gli ascoltatori a prendere il versetto che confermava tutto quello che diceva. Non potevo credere che una persona così umile e con un lessico modesto potesse spiegarmi la Bibbia come mai avevo sentito prima, come nessun “pastore” o “prete” o chiunque altro era stato in grado di fare. Ma la cosa che mi stupiva di più era che ogni argomento veniva esaminato Scrittura alla mano e che in quello che veniva detto traspariva amore, un amore che non si vede spesso, quell’amore di parlare di un qualcosa di cui sei innamorato profondamente, quell’amore unico e incancellabile che finché non si prova non si può capire, ma solo trasmettere.

Sentivo dentro di me che quelle poche persone avevano un “qualcosa” che le teneva dentro un locale semplice umile; finito il sermone cantarono, pregarono e poi presero il pane e il vino. Abituato al cattolicesimo, credevo che solo Maurizio avrebbe preso il pane e il vino e invece notai che tutti loro che si definivano solo CRISTIANI mangiarono pane e vino. Prima della colletta fu specificato che non chiedevano soldi a chi non era della loro comunità. Fui colpito al punto tale di pensare: «ma come? Ovunque vada, tutti chiedono soldi e questi invece non lo fanno? Non è possibile! Mi sa che questi ci credono veramente!».

Finito il culto mi avvicinai a Maurizio per porgli molte domande; confesso che un po’ lo feci per metterlo in difficoltà, ma invano: rispose ad ogni mia domanda senza esitazione e senza incertezze e con i passi biblici che attestavano quello che diceva. Non credevo alle mie orecchie! Uscii di lì contento perché “forse” avevo trovato la Chiesa di Dio, ma allo stesso provavo vergogna perché erano pochini. Che cosa avrei detto alle persone? Come avrei potuto spiegare che avevo trovato la Chiesa di Cristo e poi dire che erano cinque? Ero felice sì ma allo stesso tempo provavo vergogna e paura.

Iniziai a frequentare la Chiesa di Alessandria, senza dirlo a nessuno se non a mia moglie, che non approvava il fatto che mi assentassi ogni domenica e mercoledì sera. Ma per me, in quel momento, il suo dissenso non contava. Sentivo che era troppo importante per me, sentivo che avrei dovuto continuare ad approfondire ed esaminare. Non scorderò mai un episodio: un mercoledì sera andai al locale per seguire lo studio. Ero partito molto presto e così arrivai davanti al locale che era ancora chiuso. Mentre aspettavo vidi in lontananza alcuni miei amici che percorrevano il marciapiede in mia direzione. La paura mi assalì e mi nascosi, dato che non volevo farmi vedere lì. E se mi avessero deriso? E se lo avessero detto in giro? Adesso provo molta vergogna per quell’episodio, e chiedo ancora perdono al Signore.

Continuavo a frequentare la comunità di Cristo in Alessandria e ad ogni mia domanda, come per magia, mi veniva data risposta! Ero stupito positivamente dal fatto che si comportavano come una famiglia. Non era il semplice radunarsi per studiare: quelle persone si volevano veramente bene! Era tutto strano, ma pure tutto molto bello. Nessuno mi fece mai pressione per battezzarmi, ma dopo circa tre mesi, sentendone una forte necessità, chiesi il battesimo. Rinascere in Cristo consapevolmente è una sensazione unica fantastica che spesso noi cristiani tendiamo a dimenticare: quello è stato il nostro grande giorno! Si tratta di emozioni uniche che vanno custodite dentro di noi, e in ogni momento di difficoltà andrebbero tirate fuori come una bandiera, perché sono emozioni che recano gioia e portano testimonianza! Iniziai un cammino, un nuovo cammino, anzi IL CAMMINO, quello che ti porta alla salvezza e che nella vita ti dona quella speranza unica. Spesso noi cristiani sottovalutiamo il fatto di essere tali. Il cristiano fa parte di un Regno unico ed essere aggiunto dal Signore a questo regno (Atti 2:47) è qualcosa di unico e insostituibile che porta benefici stupendi.

Dopo un anno dal mio battesimo, anche mia moglie decise di battezzarsi e rinascere in Cristo. Una considerazione necessaria, a questo punto: quando in famiglia si hanno persone che non sono cristiane e noi diciamo di amarle, le amiamo abbastanza da parlare loro del Vangelo? Noi parliamo di dottrina ed esaminiamo le Scritture a fondo (e ciò è sacrosanto!), ma quando parliamo con le persone riusciamo a trasmettere loro l’amore unico per la Parola di Dio? Non dobbiamo essere soltanto insegnanti della Parola perché la gente, guardandoci negli occhi, deve incrociare quella passione e quell’ardore che ci devono contraddistinguere rispetto al semplice leggere / scrivere / parlare. Essere cristiani è soprattutto l’aiutarsi vicendevolmente per giungere all’altezza del Cristo: ecco il motivo per cui cristiani crescono e non si “siedono” …

«E il regno e il dominio e la grandezza dei regni che sono sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo; il suo regno è un regno eterno, e tutti i domini lo serviranno e gli ubbidiranno» (Daniele 7:27)

Giuseppe Di Dio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Camminare per fede

19 novembre 2013

 

«Senza fede è impossibile piacere a Dio» (Eb 11:6).

«Io non mi vergogno del vangelo, perché esso è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede … poiché in esso vangelo la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: “Il giusto vivrà per fede” » (Rm 1:16).

«Che diremo, dunque? Diremo che i pagani, i quali non ricercavano la giustizia, hanno conseguito la giustizia, però la giustizia che deriva dalla fede, mentre Israele … non ha raggiunto questa fede … perché l’ha ricercata non per fede, ma per opere» (Rm 9:30-32).

«Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni [di fede], deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta» (Eb 12:1-2).

«La prova della vostra fede produce costanza» (Gc 1:3).

 

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Che cos’è la vita di un cristiano se non la perenne ricerca e applicazione della fede in Dio tramite Cristo Gesù? Dunque, ricerca e applicazione, giacché nessun cristiano può ritenersi del tutto soddisfatto della propria condotta e del proprio apprendimento: c’è sempre qualcosa da fare e da imparare. Certamente, però, l’esistenza dei figli di Dio è soggetta oggigiorno alla ricorrente contestazione e opposizione del mondo. Si tratta di una realtà che accompagna il credente, inserito in un mondo che non lo capisce e che, al contrario, lo considera fuori dei tempi, apportatore di una sapienza (quella biblica) assolutamente improponibile. In altre parole, il mondo non accetta il modo di camminare per fede tipico del cristiano. Il mondo ama vedere con gli occhi illuminati unicamente dalla propria ragione, mentre il cristiano vede e programma la propria vita grazie agli occhi della fede, che gli consentono di mirare cose invisibili ad occhio umano (si ricordi la celebre definizione della fede proposta da Eb 11:1). La fede! Quale mistero svelato in Cristo! Che avventura, la nostra fede! Che sforzo per arrivarvi coscientemente e senza diaframmi illeciti! Che difficoltà rimanere nella fede!

Come Giobbe, anche i credenti hanno il diritto scritturale di chiedere al Signore la ragione di tante cose. L’importante tuttavia, al pari di Giobbe, è chiedere direttamente al Signore (tramite la preghiera e lo studio delle Sacre Scritture). Tale richiesta ci consentirà di capire e di vivere per fede. Soprattutto, ci permetterà di vincere il mondo e le sue tentazioni (vedi 1Gv 5:4; cfr. Gv 16:33).

Nella Parola di Dio ricorrono alcuni straordinari esempi di uomini che hanno camminato per fede senza neppure sapere dove stavano andando: limitiamoci qui a ricordare solo Abramo, il padre di tutti i credenti, modello di fede, che «per fede, quando fu chiamato, obbedì, per andarsene in luogo che egli doveva ricevere in eredità; e partì senza sapere dove andava» (Eb 11:8).

Queste parole dettate dallo Spirito Santo si rivelano assai incoraggianti per noi, che siamo deboli e impreparati. Perché anche noi non cominciamo una buona volta a camminare per fede? È certamente vero che il mondo non ci capirà (cfr. 1Cor 1-2), ma è pure vero che l’eredità promessa è a nostra disposizione (Rm 4:16; 1Pt 1:9). Andiamo direttamente a vedere dove abita il nostro Signore (Gv 1:39). Andiamo, però, con la fede.

Arrigo Corazza

Prove e fede

19 novembre 2013

 

«Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At 14:22). Vedi anche Sal 22:24; Mc 10:30; 2Tm 2:3; 4:5.

I cristiani dovrebbero sempre ricordare che la vita porta patimenti (Atti 14:22). In proposito, il libro di Giobbe, opera splendida che tratta della sofferenza (soprattutto quella del giusto), può conferire conforto e incoraggiamento. Tuttavia, non solo la Parola di Dio offre soluzioni al tema, ma anche la filosofia di questo mondo. Dispiace che talora i credenti seguano i pensieri e la filosofia del mondo, mettendo da parte la sapienza e i consigli provenienti da Dio. Bisogna dire che nessun argomento pare così delicato come quello sul male e sulla sua presenza nel mondo. Da parte di chi non crede accade spesso, in occasioni tristi o luttuose, che si tenda a dare a Dio la colpa di quanto accaduto, e sinceramente duole che ciò accada (ci si ricorda, spesso negativamente, di Dio soltanto nel dolore). La Parola di Dio dice: «nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore! In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto» (Gb 1:21-22).

Veniamo ora brevemente proprio a Giobbe, al nostro amico, all’amico di tutti. Difatti, Giobbe non è ebreo (la terra di Uz rimane un enigma geografico), e quindi il problema che egli affronta si attaglia a tutti. Giobbe, ricco signore orientale, sebbene sia perfetto, integro, giusto, timoroso di Dio e distante dal male, finisce per perdere tutto e tutti (tranne l’invadente e blasfema moglie). Da ricco signore qual era, si ritrova a dimorare in mezzo all’immondizia, colpito da una piaga che lo pervade dalla testa ai piedi. Perché è successo questo? I tre amici che accorrono per consolarlo insistono su di un punto fondamentale, tipico della mentalità orientale: «Il giusto non soffre; se sei in queste condizioni, hai peccato. Riconosci il male fatto!». Giobbe, viceversa, ribadisce di sentirsi libero da colpe e chiede a Dio di rispondergli, di spiegargli, di fargli capire. L’agognato colloquio infine avviene, e Giobbe ne esce rinfrancato. Il giusto sofferente accetta per fede l’insindacabile giudizio divino. La pazienza di Giobbe è nella fede, che lo porta poi a ricevere tante benedizioni quante ne aveva perse ingiustamente.

La vita reca dunque gioie e dolori (spesso più dolori che gioie. Infatti, chi può ritenersi davvero soddisfatto in questa vita? Chi può dire di non aver mai sofferto?), sottoponendo gli uomini di Dio alla prova della fede. La fede! Quant’è importante per i cristiani! La nostra fede è fatta solo di parole, oppure anche di fatti? Ebbene, per sopportare le prove della vita occorre fede. Molta fede in Dio e in Gesù Cristo.

 

SCOPO DELLE PROVE

In primo luogo, darci la necessaria umiltà (2Cor 12:7). Come la pazienza, così l’umiltà è una delle splendide doti di Cristo (Fil 2:1ss), e deve essere anche la nostra dote per eccellenza. L’uomo non deve mai dimenticare chi è, da dove è stato tratto e dove va. Egli è mortale, derivante dalla polvere e destinato alla polvere. Tutti noi, ricchi e poveri, belli e brutti, importanti o meschini, apparteniamo per natura a quella terra dalla quale siamo stati tratti. Solo la fede in Cristo Gesù può conferirci la redenzione e darci la vita eterna che va oltre il nostro limite terreno. Come dice l’apostolo Paolo, la nostra cittadinanza è nei cieli, dai quali aspettiamo il ritorno del Signore (Fil 3:20s). Bisogna essere umili come si conviene a figli di Dio redenti dal sangue di Cristo.

In secondo luogo, provare la nostra fede (1Pt 1:7). Troppo spesso il credente non unisce i fatti alle parole e alla verità (1Gv 3:18). Il cristiano deve splendere quale fiaccola di Dio sempre, ma soprattutto nei momenti terribili recati dall’esperienza individuale e comunitaria. Se siamo veri credenti, capiterà senz’altro il momento in cui dovremo ergerci a difesa della Parola e della Chiesa. Allora, si vedrà realmente di che pasta siamo fatti.

In terzo luogo, perfezionare la nostra pazienza (Rm 5:3; Gc 1:3). Si rivela inutile lasciarsi andare, quando siamo sottoposti alla prova. Occorre pazienza, dedizione, preghiera … Pensiamo al comportamento di Gesù.

In quarto luogo, saggiare, stimare la nostra forza (1Pt 4:12). Il discorso è sempre il medesimo: è proprio nel duro momento della prova che la nostra forza deve risaltare; certo, non la forza nostra, ma quella che il Signore concede nella circostanza (vedi il fondamentale brano di 1Cor 10:13). Nessuna prova è insuperabile per il credente che ami Dio e le Sue promesse.

 

DURANTE LA PROVA IL CRISTIANO DEVE

Gioire (Mt 5:12) – Il mondo dice che la difficoltà produce nervosismo e tensione senza fine; lo Spirito Santo, invece, ci fa sapere che dobbiamo gioire nel Signore.

Pregare (At 16:25) – La preghiera serve sempre; tanto più nei momenti delicati della nostra povera vita.

Cantare (Gc 5:13) – La lode cantata rinfranca l’animo del credente e lo spinge su vette altissime, insieme con la preghiera.

Operare (1Pt 4:19) – Non dobbiamo mai lasciarci abbattere. Alla prova o sofferenza, dobbiamo immediatamente unire la fattiva e laboriosa opera nell’evangelizzazione e nella testimonianza.

 

LE PROMESSE DIVINE A CHI SUPERA LA PROVA

Grazia (2Cor 12:9) – La grazia o dono gratuito di Dio deve bastarci. Gli uomini privi dello spirito di Dio cercheranno il miracolo, la guarigione a tutti i costi. Paolo era malato; pregò il Signore e questi rispose che la grazia sua doveva bastargli. Questo vale anche per noi. Il miracolo non serve più; occorre il ravvedimento costante (Lc 13:1ss) e la fede in Cristo.

Corona della vita (Gc 1:12) – È il simbolo stupendo della nostra vittoria in Cristo sul peccato e della conseguente vita eterna con Dio.

Liberazione (Sal 34:7) – Liberi, finalmente liberi, dal male, dall’orrore della violenza. Liberi con Dio, per avere la sua presenza.

Benedizione eterna (Ap 7:13-17) – Nessuna benedizione dell’uomo è paragonabile a quelle che può dare Dio.

Arrigo Corazza

Maniglie del cattolicesimo: concili e Lourdes

11 novembre 2013

IL CONCILIO VATICANO II: BUSSOLA PER LA FEDE?

Esattamente mezzo secolo fa (11 ottobre 1965) aveva inizio il Concilio Vaticano II, sorprendentemente voluto e annunciato alla fine del 1959 da un Papa, Giovanni XXIII (il cosiddetto “Papa buono”), oramai ottuagenario, e pertanto ritenuto dai più fuorigioco (insomma: un Papa di transizione). Il Concilio Vaticano II, il ventunesimo e ultimo nella storia della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, si chiuse tre anni più tardi, il 7 dicembre 1965, durante il pontificato di Paolo VI. Vi parteciparono circa duemilacinquecento tra cardinali, patriarchi, vescovi di tutto il mondo, che, in totale, promulgarono quattro Costituzioni, tre dichiarazioni e nove decreti.

Per i cattolici, nel bene o nel male – secondo i punti di vista –, il Concilio Vaticano II ha segnato di sé, e per sempre, la storia del cattolicesimo romano, dando origine a una serie infinita di discussioni, che non si sono ancora placate.

In occasione del cinquantenario, l’attuale Papa del cattolicesimo, il tedesco Joseph Ratzinger, che vi partecipò quale giovane teologo e consulente del cardinale Josef Frings, ha affermato che «bisogna ritornare ai documenti del Concilio» e «liberarli da un massa di pubblicazioni che spesso invece di farli conoscere li hanno nascosti», perché «sono una bussola pure oggi, in un tempo che continua a essere segnato da dimenticanza e sordità nei confronti di Dio».

Qualche legittima riflessione sorge in chi ama la Parola di Dio (la Bibbia) e intende metterla in pratica nella propria vita quale unica fonte di fede. Se è vero che, secondo i teologi cattolici, le decisioni conciliari sono il prodotto dello Spirito Santo, allora come mai finora sono stati necessari ventuno concili (da studiare criticamente sul volume di Denzinger, insieme con altri documenti del cattolicesimo)? È possibile che lo Spirito Santo, che ci ha dato la Bibbia, abbia bisogno di esprimersi nei Concili del cattolicesimo? Forse i Concili si fanno per aumentare la confusione o per placarla? Perché a distanza di mezzo secolo il Papa invoca il ritorno ai documenti conciliari? Che cosa è successo nel frattempo? Perché invocare la disincrostazione dalle interpretazioni del Concilio Vaticano II? A ben guardare, la richiesta è alquanto sorprendente e bizzarra (è il bue che dice cornuto all’asino …), perché i Concili non sono altro che evidenti e pesanti incrostazioni storiche depositate sulla Bibbia.

La realtà è che ogni tempo (lo insegna la Bibbia, da cui tutto nasce, religiosamente parlando) è dimentico del Signore e sordo ai suoi richiami. L’unica bussola che porti orientamento e guida nella vita di chi crede in Dio tramite Cristo Gesù è la Bibbia, opera dello Spirito Santo. La Bibbia non ha bisogno di concili per essere interpretata.

I Concili cattolici (e compagnia bella nel protestantesimo) non portano da nessuna parte, specie alla salvezza eterna: essi sono solo il risultato dell’intromissione umana nelle cose di Dio.

La realtà è che il cattolicesimo, come si vedrà più sotto, è ancorato a tutto tranne che alla Parola di Dio, quella vera, eterna. Se la bussola sono i Concili, allora siamo messi male; se un perno fondamentale del cattolicesimo è Lourdes, allora siamo veramente disperati. Cristo è morto invano.

UN LIBRO SU LOURDES

La storia delle presunte apparizioni della Madonna al Lourdes è vecchia e risaputa. In proposito è uscito qualche giorno fa l’ennesimo libro a cura di Vittorio Messori, noto giornalista cattolico, autore di vari contributi d’indole religiosa spalmati nell’arco di alcune decadi e presenza costante nelle trasmissioni televisive dedicate ai temi del cattolicesimo. Il titolo è indicativo: Bernadette non ci ha ingannati. Un’indagine storica sulla verità di Lourdes, Mondadori, pp. 294, € 18,50.

Sarà sicuramente assai interessante, per farsi un’idea della questione, leggere il libro, che si annuncia corposo e ben documentato. Qui nulla si può dire finora (del resto, per giudicare un libro occorre dapprima leggerlo). Nell’attesa, sempre per rispondere al quesito su che cosa veramente conti nel cattolicesimo, è molto utile leggere le affermazioni di chi ha recensito il libro, perché sono eloquenti su come girino certe cose nel nostro Paese quando si parla di cattolicesimo. Il noto scrittore Armando Torno (Milano, 1953) ha dedicato all’opera di Messori sul Lourdes un articolo su “Il Corriere della Sera” del 8 ottobre 2012 (http://www2.italialaica.it/news/rassegnastampa/37920).

Chi ama il Signore e la Bibbia, la sua Parola, si prepari a rabbrividire, leggendo talune affermazioni sia di Torno sia di Messori. E si consoli pensando alla gloria di Dio in Cristo Gesù e alla grandezza della Bibbia, che è la Parola di Dio.

Torno dice: «Lourdes non ha bisogno di spiegazioni, perché da oltre un secolo e mezzo è al centro della fede cattolica».

Però! Che dire? Si rimane senza fiato dinanzi a siffatte asserzioni: in primo luogo, perché fenomeni del genere richiedono molte spiegazioni, eccome! dato ch’è in gioco la vita eterna, e, in secondo luogo, perché è preoccupante ritenere che Lourdes sia il centro della fede cattolica da un secolo e mezzo! Ma la fede del cattolico non dovrebbe essere incentrata su Gesù il Cristo? Allora: che cosa si sono persi i cattolici vissuti prima di Lourdes? Evidentemente poco o niente: avranno avuto qualche altra cosa simile (le solite nuove rivelazioni, i soliti miracoli ricorrenti nella tradizione cattolica).

D’autorità, Pio XI beatificò nel 1925 e canonizzò nel 1933 Bernadette Soubirous, la quattordicenne analfabeta che nella nicchia della roccia di Massabielle, dall’11 febbraio al 16 luglio del 1858, vide una figura di biancovestita, che le disse … Da allora, il mondo cattolico non è stato più lo stesso; fiumi d’inchiostro sono stati versati, milioni e milioni di credenti si sono recati in pellegrinaggio a Lourdes (e continuano a farlo, nella misura di cinque milioni ogni anno, più che a La Mecca).

Torno riporta una confidenza di Messori, e chiosa «Come Ratzinger sono nato il 16 aprile e questo giorno è quello della morte di Bernadette e quindi la data della sua festa liturgica. Ma a parte tale aspetto, la chiave del libro va cercata in una convinzione che è salda in me: non è semplicismo apologetico, ma mera logica, affermare: “Se Lourdes è vera, allora tutto è vero”. Un sillogismo speciale, perché se Lourdes è “vera”, il Credo della tradizione cattolica è “vero”: Dio esiste, Gesù è il Cristo, la Chiesa guidata dal Papa è custode e garante di tali verità».

Ancora una volta: che dire? Come si fanno a pensare e a scrivere cose del genere? Il cristiano ha tutt’altra convinzione, basata sulla testimonianza della Parola di Dio; e cioè che, indipendentemente da Lourdes, Dio esiste, che Gesù è il Cristo, che la Chiesa è guidata dall’unico Capo, il Cristo, e che essa è colonna e base della verità (1Timoteo 3:15). Lourdes non ha niente a che spartire con la fede. La fede dei cristiani non deriva da Lourdes, non è mai dipesa né da Lourdes né da altre cose simili. Come dice l’apostolo Paolo, «la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla Parola di Cristo». (Romani 10:17). E l’apostolo Paolo è certamente assai più di Ratzinger, di Torno, di Messori, di Bernadette Soubirous … Se vogliamo giocare o scherzare, bene; altrimenti, siamo seri!

Torno continua: «Non c’è nulla di più cattolico di Lourdes e i pontefici hanno costantemente amato e privilegiato questo luogo». Amen! Grazie a Dio, Torno ha specificato che è roba cattolica, non dei cristiani.

Torno riporta che «Messori definisce Lourdes una “maniglia”, ovvero un appoggio a cui aggrapparsi quando la fede entra in crisi». Il cristiano, oramai allo stremo, rabbrividisce ancora dopo tale lettura. È possibile che, biblicamente parlando, si pensino queste cose (con tutto il rispetto per la libertà d’opinione)?

La fine della recensione è micidiale per il cristiano che segue la Bibbia: «Bernadette resta un paradosso vivente. Alta un metro e quaranta, soffre d’asma, ha un padre disoccupato, anzi fallito, incriminato e poi assolto per insufficienza di prove dall’accusa di aver rubato due sacchi di farina. Su di lei grava la burocrazia imperiale francese durante i giorni di Napoleone III. Ma nessuno, ribadisce Messori, riesce a soffocare la sua testimonianza. È il niente che alla fine vince il tutto; la sua grandezza va cercata nella piccolezza. Non aveva nulla. Tiene a bada il mondo». Grazie a Dio, Bernadette era alta solo un metro e quaranta! Che cosa sarebbe accaduto se fosse stata alta un metro e ottanta? Che cosa significa che Bernadette tiene a bada il mondo? Piacerebbe capirlo.

Leggendo questa recensione non si può che apprezzare vieppiù la Bibbia. Occorre ringraziare sempre lo Spirito Santo che l’ha data in dono a tutti gli esseri umani. Il resto è acqua che scorre sotto i ponti … anche se è acqua che scorre da migliaia di anni. Alla fine non scorrerà più, e solo la gloria di Dio permarrà.

(Arrigo Corazza, 12 ottobre 2012)

 

 

Il valore della testimonianza del cristiano

4 novembre 2013

Il cristiano non vive in un compartimento stagno, ma nel mondo (1Cor 5:10). Tuttavia, come Cristo (Gv 8:23; 18:36), anche il discepolo del Signore non appartiene al mondo (Gc 4:4; 1Gv 2:15): difatti, la sua cittadinanza è nei cieli (Fil 3:20). Il cristiano può essere paragonato ad un trasparente bicchiere d’acqua, che tutti vedono e, all’occorrenza, criticano. Chi crede non deve mai dimenticare la responsabilità che ha di fronte a chi non crede.

Questa responsabilità consiste nel parlare del Vangelo e della speranza della salvezza in Cristo. Mt 5:13-15 costituisce il testo base sulla testimonianza del cristiano, che è luce del mondo, sale della terra.

L’influenza non si perde

È stato detto giustamente che l’influenza è come la materia, che può essere trasformata ma non distrutta. Una buona condotta di vita continua a sussistere anche dopo centinaia d’anni. Eb 11:4 afferma che il buon comportamento di Abele parla ancora, mentre Caino rimane il tipo dell’uomo secolare, profano, privo di esigenze spirituali (1Gv 3:12; Gd 11; vedi Esaù in Eb 12:16-17). Il modo d’essere di Caino va respinto decisamente.

Quanti muoiono nel Signore saranno beati a causa delle loro opere (Ap 14:13). È, pertanto, fondamentale che i discepoli esercitino il loro ascendente nei riguardi dei peccatori, i quali, se li vedranno operare secondo i dettami di Cristo, saranno indotti a riflettere sulla propria condizione. Chiediamoci: «Quante volte abbiamo dato origine a cattivi pensieri altrui a causa della nostra pessima testimonianza?».

L’ascendente del cristiano

1Tm 4:12 insegna che il cristiano deve saper influenzare positivamente i peccatori mediante la parola, la condotta, l’amore, la fede, la purezza. Vediamo questi elementi uno alla volta.

La parola – Il linguaggio del cristiano è l’espressione del suo modo di essere (Mt 12:34). Disgraziatamente, spesso i cristiani usano un linguaggio volgare, adeguandosi al turpiloquio che caratterizza l’atea società moderna. Ai credenti è richiesto di mantenersi puri nel linguaggio, per contribuire come si conviene all’edificazione e alla conversione dei peccatori (Ef 4:29; 5:4; Col 4:6; Sal 19:14).

La condotta – È costantemente osservata e giudicata dal mondo circostante. Paolo esorta a condursi in maniera degna del Vangelo (Fil 1:27). Il comportamento è il riassunto della fede in Cristo.

L’amore – È l’essenza stessa del cristianesimo (1Cor 13; Gv 13:34-35; 1Gv 4:7), giacché Dio è amore.

La fede – È «certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono» (Eb 1:1). Essa governa la nostra vita (camminiamo per fede e non per visione diretta di Dio: cfr. 2Cor 5:7). Fede ed opere sono inscindibili (Gc 2:26).

La purezza – Viene dalla santificazione, «senza la quale nessuno vedrà Dio» (Eb 12:14). I cristiani debbono mantenersi puri nel servizio da rendere a Dio, come Cristo fu puro ed ubbidiente fino a sacrificare la propria vita per tutti i peccatori.

Conclusione

La nostra capacità d’influire sul prossimo è determinata dall’attitudine che palesiamo verso la Parola di Dio e verso la Chiesa, colonna e base della verità (1Tm 3:15). Trascurando i nostri doveri verso la Parola di Dio e verso la Chiesa (frequenza, impegno nella vita ecclesiale, e via dicendo) annunciamo al mondo peccatore che Cristo Gesù non è importante. E questa sarebbe la più terribile disgrazia per il discepolo di Cristo.

Arrigo Corazza