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Equivoco: saremo tutti salvati?

23 febbraio 2016

 

Un giorno Gesù volle spiegare ai discepoli lo scopo della Sua missione in terra: «Non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo». In altre parole, il Signore è venuto con intenzioni positive e bendisposto verso l’umanità peccatrice. Quelle parole di Cristo hanno però creato un’impressione tutt’altro che corrispondente a quella che il Maestro intendeva. La gente, quella di oggi e forse quella di sempre, pensa che Dio è “tanto buono” e “tanto misericordioso” da non condannare alla fine nessuno. Perché? Perché Cristo è venuto per salvare il mondo, e non per condannarlo!

Vediamo però il vero significato delle parole di nostro Signore. Se ha detto di non essere venuto per condannare il mondo, è solo perché il mondo non ha bisogno di essere condannato da Cristo: lo è già per conto suo. Se Gesù fosse venuto per condannare il mondo, allora significherebbe che il mondo era salvato prima che venisse Gesù stesso. Se è venuto per salvare l’umanità, allora significa che l’umanità è perduta, e il discorso si fa diverso.

La gente che ricorre alla bontà di Dio, all’amore di Gesù e alla grande misericordia che impregnerà il giorno del Giudizio, corre un grandissimo pericolo d’essere disillusa dai fatti. L’amore di Dio c’è adesso, in questa vita, perché ci offre la possibilità di nascere di nuovo, di anticipare la nostra morte e la nostra resurrezione, di affrontare la morte fisica con la medesima serenità con la quale si va incontro al “sonno” («Beati quelli che d’ora innanzi muoiono nel Signore … perché si riposano dalle loro fatiche»).

La bontà e la misericordia sono oggi a disposizione degli uomini, perché adesso, in questa vita, hanno la possibilità di ottenere la “remissione dei peccati” e di diventare “nuove creature”. Al giorno del Giudizio ci sarà il Signore il quale salverà i nuovi giusti, cioè i “giustificati” nel Suo sangue, quelli che avranno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. È tutta un’altra cosa!

L’equivoco nasce e vive sulla base di una falsa concezione che evidentemente qualcuno ha messa in giro di proposito. Ed è pericolosissimo perché illude e inganna anche le persone “in buona fede”, quelle cioè che agiscono convinte che sarà proprio così … Qual è l’equivoco? Questo: la gente non si rende assolutamente conto di aver bisogno di un Salvatore. Essi pensano di essere onesti, buoni, bravi, che hanno sempre fatto del bene quando hanno potuto, che di Dio non hanno mai dubitato e via dicendo. È chiaro che, stando così le cose, si sentono “salvati”, si ritengono “a posto” e di nulla avvertono il bisogno. È un po’ la storia del pubblicano e del Fariseo (Luca 18:9-14). L’uno si basa sulla ingiustizia degli altri, la confronta con la propria e si assolve non solo, ma costringe Dio alla condivisione di giudizio positivo a suo riguardo e negativo invece nei confronti del disgraziato pubblicano. Quest’ultimo, dal canto suo, avverte pienamente la propria miseria e invoca pietà; si sente perduto, ma cerca salvezza. La conclusione della parabola secondo Gesù è esemplare: la giustificazione andrà a chi l’ha cercata.

Il mondo oggi non sente di aver bisogno di Cristo ma pensa che Cristo abbia bisogno degli uomini. L’equivoco è immenso, e dobbiamo fare qualcosa per gettare un po’ di luce tra le tenebre. Facciamolo!

Alessandro Corazza (1978)

Esiste ancora un peccatore?

2 dicembre 2013 

Ha nessuno di noi visto recentemente, da qualche parte, un “peccatore” vero, genuino, “vecchio stampo”? Infatti, oggi sembra essere diventato difficile trovarne uno.

 

IL FIGLIO PRODIGO       

Se il figlio prodigo di Lc 15:11-32 vivesse ai nostri giorni, non sarebbe certo un “peccatore”; forse un delinquente giovanile, ma la colpa la si farebbe risalire ai genitori. Non esistono ragazzi cattivi – lo sappiamo bene. I suoi istinti selvaggi dipendono dall’esuberanza della sua età, una normale ribellione contro una società fondamentalmente ingiusta. Perciò egli deve sentirsi libero di “fare le proprie esperienze”.

IL BUGIARDO        

Non ci sono più i BUGIARDI, ritenuti semplicemente “estroversi”, con assai notevoli doti di fantasia … Essi mostrano un’abilità creativa eccezionale e la loro instabilità è solo una sfaccettatura della loro capacità di pensare liberamente senza più inibizioni. Essi potranno diventare sommi poeti, avvocati di grido, oppure … predicatori.

L’UBRIACO

Non è più un peccatore. Egli – si dice – ha solo un complesso d’inferiorità e s’ingegna a dare il suo contributo per la “liquidazione” dei problemi di oggi. Inoltre, è “malato”. Picchia la moglie, terrorizza i bambini, è una minaccia per tutti … e pertanto abbisogna di tutta la nostra simpatia e comprensione.

L’ADULTERO

L’adulterio non dice più niente; forse sarà ancora una questione di “onore” in qualche periferia o bassofondo cittadino; ma non è certo più un peccato per i divi dello spettacolo o per i personaggi di maggior rilievo. Per costoro si tratterà solo e sempre di “affettuose amicizie”, di sistemazione puramente biologica. La perversione sessuale non conta più. È vero che esiste ancora qualcuno “all’antica” che crede nella decenza, ma se ne presume la totale scomparsa prestissimo. Per la società moderna, l’adulterio e la fornicazione non costituiscono più peccato, ma solo un “errore”, una “scappatella”, neppure più una colpa.

L’ASSASSINO

Ma almeno l’ASSASSINO, lui, sarà di certo un peccatore! Forse … solo forse. Chi conosce a fondo l’uomo? Spesso la vera vittima è lui, per chissà quale esperienza traumatica. Può darsi che sua madre sia stata eccessivamente possessiva procurandogli ogni specie d’inibizione; può darsi che non gli sia mai stato consentito neppure di scendere dal seggiolone. E così ora getta la moglie a fiume … poveretto!

 

MORALE DELLA FAVOLA

Forse c’è un fondo di verità in tutte queste descrizioni; a tutte però manca un elemento fondamentale, quello che veramente serve a ogni correzione: l’elemento morale. Se è vero che la nostra generazione abbisogna della psichiatria, è altrettanto vero che necessità anche e soprattutto di responsabilità morale. Dobbiamo riconoscere il peccato per quello che veramente è: PECCATO. È ora di rimettere Cristo al posto di Freud, perché Cristo è ancora il grande medico che «toglie il peccato del mondo» (Gv 1:29). Come il figlio prodigo, anche noi dobbiamo dire: «Ho peccato!»

(Alessandro Corazza, 1976).

 

Queste parole, scritte quasi quarant’anni fa, si rivelano ancora assai attuali, e ci spingono a riflettere sull’importanza della predicazione del Vangelo in una società corrotta fino alle midolla. Occorre chiedersi: oggigiorno i cristiani sono pronti a predicare il Vangelo come deve essere effettivamente predicato, senza temere le avversità e inimicizie che conseguono alla proclamazione della verità (Gal 4:16)? Oppure strizzano l’occhio al numero e non alla vera conversione che si deve dimostrare quando si arriva a Cristo?

Arrigo Corazza

 

 

Il peccato: barriera tra Dio e l’uomo (Isaia 59:2)

7 novembre 2013

 

«Le vostre iniquità vi hanno separato dal vostro Dio» (Isaia 59:2).

Il peccato non è quello che pensiamo sia o che vorremo fosse …

Il peccato è piuttosto quello che la Bibbia definisce tale. A ben guardare, dunque, enorme è la differenza!

Secondo la Bibbia, il peccato è …

 

Il peccato PowerPoint (formato .pdf)

 

 

 

Anania e Saffira (Atti 5:1-6)

4 novembre 2013

Anania e Saffira, due coniugi battezzati in Cristo, emergono alla superficie della storia della Chiesa in At 5:1-16. La loro misera fine si presta a talune applicazioni importanti per la nostra vita di credenti. La Chiesa non è costituita di persone immuni dal peccato; se così fosse, allora la Chiesa stessa – come istituzione divina – non avrebbe alcuna ragione di esistere giacché ci troveremmo già nel Regno celeste, dove il peccato non regna (cfr. Ap 22:15). Al contrario, la Chiesa si compone di peccatori ravveduti, che di tanto in tanto ricadono nelle terribili spire del peccato. Essi però possono ancora ravvedersi ricorrendo all’unico Salvatore, Cristo Gesù, in tutta sincerità, senza malizia e doppi fini.

Come noi, anche Luca – l’autore degli Atti – è perfettamente consapevole della pesantezza che talora caratterizza l’animo umano, così ancorato alle vergogne di questo mondo. L’uomo: creatura meravigliosa, ma spesso troppo ribelle. Dunque, il clima di splendida fraternità, d’amore e di reciproco rispetto caratterizzante la Chiesa di Gerusalemme (vedi i capitoli 2 – 4 degli Atti), viene ad essere fortemente inquinato dalla colpa di Anania e Saffira.

Occorre ben notare che l’inserzione del fatto – che, nella sua dura realtà, lede il quadro idilliaco delineato da Luca fino al quinto capitolo degli Atti – è una prova dell’onestà dello storico e narratore Luca: «Questi che si compiace di raccontare il progresso del movimento, la crescita della Chiesa e la generosità di Barnaba, non omette di riferire quest’indegno episodio» (F. F. Bruce; del resto, lo stesso Luca non si vergognerà di fare altrettanto in At 6:1ss; 8:9ss; 11:2ss; 13:13; 15:1ss, 36-40).

L’indegna fine di Anania e Saffira ricorda quella dell’Ebreo Achan, che, al tempo della conquista di Canaan, si appropriò parte del bottino interdetto tratto da Gerico e che perciò disubbidì, per pura cupidigia, agli ordini di Dio (cfr. Gs 6:17-19; 7:1ss). Nell’un caso e nell’altro, il percorso del popolo di Dio conosce ostacoli. Tuttavia, il Signore porta a compimento i suoi piani, quali che siano i misfatti umani. Gli ostacoli al popolo di Dio posti sia da Achan sia dai due coniugi, sono il risultato del peccato di ribellione, inganno e disubbidienza.

Alla nostra coscienza “moderna” ripugnano punizioni radicali come quelle subite da Achan e da Anania e Saffira. In quanto cristiani, dovremmo però ricordare che ci troviamo al cospetto della maestà di Dio, la quale non ci consente di sottoporlo ad alcun processo (vedi quanto Paolo dice in Rm 9:14­24): la santità di Dio è un fuoco bruciante (Eb 12:28-29). A noi non spetta giudicarlo, ma ubbidire alla sua Parola nell’amore più pieno.

Torniamo agli Atti: dopo aver descritto la nobile figura di Barnaba (At 4:36-37), Luca passa ad introdurre Anania e Saffira, due sposi del tutto sconosciuti fin allora. Chi sono questi due credenti, che hanno deciso di congiungere le loro esistenze al punto tale di permettersi di sfidare lo Spirito di Dio? Quanti anni hanno? Hanno figli? Da quanto tempo sono nella Chiesa? Che tipo di testimonianza hanno dato prima della loro fine? Tutte domande, queste, alle quali ameremmo avere risposte. Ma è nello stile narrativo di Luca tralasciare taluni particolari per entrare subito nel vivo della questione.

Come che sia, è legittimo pensare che anch’essi decidano di partecipare alla gioiosa comunione dei beni che caratterizza in quel momento la vita della Chiesa di Gerusalemme. Disgraziatamente il loro gesto non è né disinteressato né mosso da vera pietà (“religione”), bensì si colora delle tinte fosche dell’ipocrisia e della menzogna: fermenta il vecchio lievito dei Farisei, così severamente condannato dal Signore Gesù (Mt 23). L’ipocrisia dei due consiste nel volersi mostrare religiosissimi, nel cercare una reputazione di santità e sacrificio morale e materiale pari a quella di Barnaba e di tanti anonimi discepoli di Cristo: ma, agli occhi di Dio, che sa giudicare con giustizia il comportamento umano, quale ipocrisia e quale avarizia!

È rimarchevole che Luca abbia dedicato una porzione degli Atti all’episodio di Anania e Saffira. Il che si spiega pensando che il peccato andava esposto e punito da Dio: dunque, una lezione salutare, per tutti, cristiani e non credenti (cfr. At 5:11). Questi ultimi avrebbero potuto pensare, come purtroppo spesso capita loro, che la Chiesa non sia un’assemblea sacra, che vi si possa far parte senza cambiare sistema di vita, senza essere disciplinati, senza temere il Signore e Capo dell’universo. In sintesi: i cristiani debbono ricordare che «il giudizio inizia dalla casa di Dio» (1Pt 4:17), mentre i non cristiani debbono riconoscere che il Signore è il Signore, e pertanto va avvicinato con timore e tremore (Fil 2:12). Anche se non si vede fisicamente, Dio detiene pur sempre il suo incommensurabile potere sui destini dell’uomo e dell’universo. Egli ci parla attraverso il Figlio suo (Eb 1:1) e attraverso le Scritture, opera dello Spirito.

L’episodio di Anania e Saffira si commenta da sé, nella sua tragica realtà. Tuttavia, non sarà inutile presentare qui di seguito alcune considerazioni in merito.

In primo luogo, apprendiamo che il peccato dei due è palesato e punito con la morte istantanea da Dio e non già da Pietro o dagli altri (che, comunque, avrebbero alla lunga scoperto il peccato dei due: vedi Mt 10:26). Il peccato dei cristiani è rivolto prima contro Dio e poi contro i fratelli o il prossimo (si ricordino qui le parole del figlio prodigo in Lc 15:21). Come accadde a Saffira, che ebbe l’occasione, se non ci pentiamo, Dio ci punisce; bisogna perciò conoscere la Scrittura per metterla in pratica nell’amore, onde evitare la bestemmia contro lo Spirito (Mt 12:31) e il dramma della morte spirituale.

In secondo luogo, tentare Dio è folle. Tentare il Signore significa sfidarlo, chiedersi se e quando egli scoprirà la nostra perfidia e falsità. Ogniqualvolta facciamo una cosa del genere è perché Satana ci travia, riempiendo il nostro cuore con turpi cattiverie (per l’azione di Satana nel cuore dell’uomo, vedi Lc 22:3; Gv 13:2,27; Es 17:2; Dt 6:16). L’antidoto contro il forte e temibile tentatore è semplice: resistergli nella fede (1Pt 5:8-9) mediante la conoscenza della verità divina (Mt 22:9). Ciò è perfettamente possibile in quanto il Signore impedisce che noi siamo tentati oltre le nostre forze (1Cor 10:13).

In terzo luogo, Anania e Saffira non erano obbligati a vendere alcunché e depositare poi il ricavato ai piedi degli Apostoli. Non si trattava di comunismo. La comunanza dei beni, infatti, sgorgava da un’esperienza spirituale particolare e quasi irripetibile, di cui non si conoscono altri esempi scritturali. La prassi fu dunque circoscritta alla Chiesa di Gerusalemme nei suoi primordi. II che non significa che i cristiani collettivamente non debbano aiutare i fratelli bisognosi, e individualmente tutto il prossimo, con un pensiero speciale però alla famiglia di Dio (Gal 6:10). Il fatto che l’apostolo Paolo abbia impiegato quasi due anni a raccogliere le collette nelle Chiese dei Gentili per aiutare i fratelli poveri di Gerusalemme, dimostra l’importanza della questione [resta a chiedersi, nondimeno, se oggi saremmo mai capaci di vendere i nostri beni per aiutare i fratelli poveri]. La Sacra Scrittura insegna chiaramente che Dio giudicherà ciascuno per l’uso che avrà fatto del suo denaro (cfr. Gc 2:14-17; 1Gv 3:17; 1Tm 5:16; 6:17­19; Gal 6:9-10).

Concludiamo. Il peccato non è certo scomparso dalle Chiese e verosimilmente vi rimarrà sino alla fine, viste purtroppo le saldi radici che ha messo nel cuore dei credenti (si ricordi qui la cruda parabola delle zizzanie: vedi Mt 13:24-30). Nondimeno, la Chiesa, in quanto assemblea divina, in quanto corpo di Cristo, non soffre più di tanto i pericoli conseguenti alle colpe dell’uomo: Gesù la protegge (cfr. Mt 16:18; 28:20; Ap 1:12ss). Oggigiorno i cristiani del tipo Anania / Saffira si sentono tranquilli perché il Signore, apparentemente, non folgora più. Attenzione! Il Signore è pur sempre il Signore e non è detto che non cominci proprio da noi, qui e adesso (smettiamola, una volta per sempre, di essere arroganti con Dio). Inoltre, a ben considerare, la morte spirituale appare assai più penosa di quella del corpo. Vegliamo sempre, con fede e ubbidienza.

Arrigo Corazza