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I vescovi e il “dovere morale” circa i preti pedofili

1 aprile 2014

 

Religiosamente parlando, nel nostro Paese c’è sempre da stupirsi assai. Le notizie davvero importanti, quelle che fanno capire come le cose nel cattolicesimo stiano messe o quale piega stiano prendendo, vengono riportate in modo molto marginale e sfuggente, sì da non avere alcuna presa sulla massa e sì da scomparire subito nel mare magnum del quotidiano. È dunque un’altra palese dimostrazione (se ce ne fosse ancora bisogno) del potere immenso – a tutti i livelli – del cattolicesimo nella società italiana e nelle coscienze dei credenti cattolici. Una lievissima scossa a questa secolare, piatta situazione è avvenuta qualche tempo fa a proposito del pagamento dell’IMU da parte della Chiesa Cattolica, ma senza recare alcuna conseguenza. Ovviamente, i partiti / movimenti politici e i loro rappresentanti si guardano bene dal parlarne di nuovo e dal farne un cavallo di battaglia in vista delle prossime mosse … Si pensava che, stante la gravità del caso (preti pedofili), questa volta si sarebbe riscontrato un maggiore interesse. Invano! L’interesse, di solito, è se il Papa ha starnutito, se si è recato in autobus chissà dove, se ha telefonato al disgraziato di turno, se ha preso in braccio il Terzo Papa (il bimbo vestito da Papa; il Terzo Papa però ha pianto disperatamente nell’occasione, forse spaventato dall’ingrato e arduo compito che lo attende. Ci dobbiamo abituare a più Papi, ha detto recentemente Bergoglio. Lo faremo certamente, visto che oramai siamo avvezzi a tutto).

Due notizie importanti sono state accantonate in un attimo. Vediamole.

 

PRIMA NOTIZIA

Agli inizi di febbraio 2014, si è avuta la denuncia dell’ONU (e non del dopolavoro di Canicattì …) in merito ai casi di pedofilia che hanno visto protagonisti, in tutto il mondo, preti del cattolicesimo romano – casi che, nel tempo, hanno mietuto centinaia di migliaia di vittime, che porteranno per sempre il segno delle violenze subite. L’accusa dell’ONU è che la Chiesa Cattolica protegge i pedofili in ogni senso, limitandosi a spostarli da una parte all’altra, invece che consegnarli alla giustizia onde non facciano altri macelli. Ovviamente, la Chiesa Cattolica, dopo aver fatto sapere che avrebbe avviato «minuziosi studi e esami» circa le accuse dell’ONU, ha reagito piccata accusando l’ONU stessa di ficcare il naso in casa altrui (l’ONU faceva anche altri severi riferimenti alla posizione delle autorità vaticane su questioni delicate quali l’omosessualità, la contraccezione e l’aborto). Vedi in http://www.corriere.it/esteri/14_febbraio_05/denuncia-dell-onu-le-politiche-vaticano-hanno-permesso-abusi-bambini-06261b24-8e53-11e3-afb4-50ae7364e5b3.shtml.

 

SECONDA NOTIZIA

Il 28 marzo 2014, la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha confermato che non esiste obbligo da parte dei vescovi di denunciare alle autorità giudiziarie casi di abusi sessuali di cui sono a conoscenza; si aggiunge, però, che v’è il «dovere morale di contribuire al bene comune», che la protezione dei minori ha «importanza fondamentale». Tutto è lasciato alla discrezione dei singoli vescovi. I quali sono invitati, dalla CEI, a vigilare sui canditati al sacerdozio. Secondo le autorità vaticane, con l’esortazione al dovere morale si è fatto un consistente passo in avanti rispetto al passato (ma non ci doveva essere anche prima e sempre? Persino un ateo capirebbe tale dovere). È da notare che, insolitamente, la prossima assemblea di maggio della CEI sarà aperta dal Papa. Vedi in http://www.repubblica.it/esteri/2014/03/28/news/cei_pedofilia-82177117/.

 

Il credente cattolico dovrebbe chiedersi come mai Papa Francesco [proprio quello che da un anno sta scuotendo il mondo con la sua “rivoluzione” (?), quello più “bravo” di tutti i suoi predecessori (per inciso, il 27 aprile il Papa “Buono” e il Papa polacco saranno santi – anche loro erano “bravissimi”), quello che mostra alle masse che il Papa è uno normale, quello che conquista i mezzi di comunicazione, quello che …] non dica ciò che va fatto in merito (anche un ateo capirebbe quel che c’è da fare in casi simili), e cioè consegnare il prete pedofilo alle autorità giudiziarie. Spostare il prete pedofilo da Pisa a Rio de Janeiro non risolve il problema; il rischio è che anche a Rio de Janeiro quel prete faccia le medesime brutte cose. Perché si difende un peccato del genere?

Aspettiamo con attenzione le mosse di Papa Francesco. Il quale, forse, è stato eletto per risistemare alla bell’e meglio le cose nel cattolicesimo, quasi travolto da scandali di ogni tipo, specie quelli concernenti la pedofilia. Il quale Papa dovrebbe dimostrare chi è con i fatti e con la verità (1Giovanni 3:18) e non soltanto con le parole o con le esibizioni da “piacione”.

Il Vangelo di Cristo Gesù e la salvezza in Lui sono i beni più preziosi. Il cristianesimo non va preso alla leggera. La responsabilità di chi si definisce “cristiano” è enorme.

Da ultimo, occorre notare tre cose:

1) un Italiano su tre ritiene accettabile avere rapporti sessuali con minori (indagine di Save the Children; vedi http://www.tmnews.it/web/sezioni/video/sesso-con-minori-accettabile-per-un-italiano-su-tre-20140209_video_16435948.shtml);

2) circa nove milioni di Italiani (la popolazione italiana è di circa sessanta milioni, comprensivi di donne, bambini, anziani, giovanissimi) vanno con prostitute (stima del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio; vedi https://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20090620020607AAKlS7o);

3) in Italia la religione maggioritaria è il cattolicesimo (circa il 96,55% della popolazione secondo le stime di http://www.catholic-hierarchy.org/country/sc1.html).

Alla luce del terzo dato, come si spiegano gli altri due?

Arrigo Corazza

 

Addenda (11 aprile 2014)

 

Il 10 aprile 2014, incontrando una delegazione dell’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia, il Papa Buonissimo ha usato parole dure contro i sacerdoti pedofili e recitato il mea culpa per quelle abominazioni – prassi oramai diffusa nell’istituto papale: vedi le esternazioni di Giovanni Paolo II (su altri obbrobri) e quelle di Joseph Ratzinger (12 giugno 2010, sempre sulla pedofilia.) Vedi i dettagli in

http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/11/news/pedofilia_papa_chiedo_perdono_per_abusi_del_clero-83321769/

Quindi, la Chiesa Cattolica Apostolica Romana si scusa. Allora, perché non consegna i preti pedofili alle autorità competenti? A che cosa servono le “scuse”, se non si passa a fatti concreti? Ad esempio, a che cosa serve lamentarsi dello IOR (la banca del Vaticano che ne ha combinate di tutti i colori) per poi lasciarlo in vita, con persone diverse? Lo IOR non deve proprio esistere, se si è capita la natura della Chiesa voluta dal Signore Gesù …

Così, tanto per riflettere sulle cose …

Arrigo Corazza

Il Papa e il vangelo in autobus, quando non si difendono le tasche

17 marzo 2014

 

Domenica 16 marzo 2014, alle ore 16, il Papa si reca in visita alla Parrocchia di Santa Maria dell’Orazione a Setteville di Guidonia (zona periferica piuttosto disastrata a nord di Roma). La gente sale persino sui tetti per salutarlo (come al tempo delle acrobazie di Zaccheo per vedere il Signore Gesù: Lc 19). C’è poi il solito contorno fatto di disabili (e familiari), di circa trecento bambini (e familiari), con la loro vampa colorata di magliette, rosari, foulard … C’è poi il solito resoconto sui mezzi di comunicazione, che approfittano persino di ogni respiro del Papa per scrivere di lui. Riportiamo ora alcune affermazioni del Papa, che ha detto qualcosa che fa molto piacere a chi ama la Bibbia:

«bisogna chiedere la grazia per non avere vergogna della fede»;

«Gesù ti chiedo di mandarmi lo Spirito Santo perché mi faccia coraggioso in modo da non avere paura» (la preghiera dei bimbi secondo il Papa);

«mettetevi in cammino» perché «Dio ha voluto salvare un popolo che cammina»;

«chi si ferma è come l’acqua che ristagna, si corrompe»;

attenzione a non «errare invece di camminare, cioè fare turismo»;

«le persone che non sono in cammino si corrompono»;

attenzione a «fare il cammino giusto, non sbagliare strada peccando. E allora abbiamo bisogno di chiedere perdono al Signore per continuare a camminare» per «essere sempre in cammino con Lui che ci difende dalle trappole di questo andare in cammino»;

«certo nel bus siamo costretti a mantenere l’equilibrio ma anche a difendere le tasche. Ma se sei seduto puoi leggere qualche parolina del Vangelo»;

«quali sono i compiti principali del cristiano? La messa domenicale? Il digiuno? L’astinenza? No, il primo compito è ascoltare la Parola di Dio che fa più forte e robusta la nostra fede»;

colloquio con un penitente fittizio: «Ma padre, io ascolto tanto. Ascolti, sì, ma cosa? Le chiacchiere delle persone, la tv, la radio»;

«prendiamo ogni giorno un po’ di tempo per ascoltare la parola di Gesù, a casa abbiamo il Vangelo per nutrirci: è il pasto più forte per l’anima. Dobbiamo prendere ogni giorno alcuni minuti per nutrirci della Parola del Vangelo. Il Vangelo sia sempre con noi. I martiri come santa Cecilia portavano sempre il Vangelo».

 

A chi vuole essere cristiano seguendo unicamente la Bibbia, fa molto piacere sentire che il Papa esorti ad ascoltare la Parola di Dio, che rende più forte e robusta la nostra fede, a leggere il Vangelo, che sta sempre con noi, quel Vangelo che è il nutrimento più robusto per l’anima.

Tuttavia, occorre chiedersi come mai il Papa oggi dica di leggere e mettere in pratica il Vangelo quando, dalla seconda metà del Cinquecento, la Bibbia in lingua volgare fu messa all’Indice dei libri proibiti, causando una gravissima crisi culturale che spiega nel lungo periodo l’analfabetismo dilagante per molti secoli nel nostro Paese. A quel tempo le autorità vaticane erano assai sospettose verso chiunque leggesse la Bibbia in proprio, senza l’intermediazione della Chiesa Cattolica e dei preti (tutto, ovviamente, veniva fatto in latino, con buona pace della comprensione da parte delle masse). L’occhiuto controllo della Chiesa Cattolica derivava dal dramma della Riforma protestante, che aveva scosso fin dalle fondamenta la Chiesa stessa. I protestanti, in nome della sola Scrittura, della sola fede e della sola grazia, stavano mettendo a serio repentaglio quel mondo religioso che aveva dominato l’Occidente e per così tanto tempo. I protestanti (tutti d’origine cattolica) tentavano di battere in breccia il cattolicesimo.

Ora, siccome secondo la teologia cattolica il Papa è infallibile (Concilio Vaticano I, 1870), bisogna chiedersi – per non fare la solita figura degli sciocchi – come mai, dal Concilio Vaticano II (1962-1965, peraltro l’ultimo nel cattolicesimo), la Chiesa Cattolica promuova la lettura della Bibbia … I Papi del Cinquecento e quelli contemporanei vanno d’accordo oppure no? Chi sono i Papi infallibili? Quelli del Cinquecento o quelli di oggi? Ma non sono stati tutti eletti dallo Spirito Santo? Perché si contraddicono spesso?

Domandiamoci: il Papa non rischia chiedendo ai giovani di leggere il Vangelo mentre, guardinghi come le faine, viaggiano in autobus nella periferia a nord di Roma? Potrebbe darsi che questi giovani, in un futuro più o meno prossimo, reclamino il conto, e cioè perché mai ci debba essere un Papa che incita a leggere la Bibbia quando nella Bibbia stessa non esiste l’idea del papato o della Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Non è una palese contraddizione? Assai probabilmente, il Papa sa che pochi andranno a leggere il Vangelo e che la sua posizione non sarà mai smossa, cosa che invece non accadde dal 1517 in poi, quando anche l’autorità politica cominciò a mettere in dubbio il potere del cattolicesimo, consentendo la diffusione delle dottrine protestanti. Oggi l’acquiescenza delle masse, dei mezzi di comunicazione e della politica verso la Chiesa Cattolica è palese. Dicendo ai giovani di leggere il Vangelo, il Papa assomiglia al dottore che invita i pazienti di una certa età a fare prevenzione (i maschietti controllino la prostata e le femminucce facciano la mammografia …). Figuriamoci! Pur sapendo come andrà a finire, il dottore è tenuto a dirlo (ma pochissimi lo fanno).

Nonostante le proibizioni, la Bibbia è stata sempre oggetto di lettura e pratica; altrettanto spesso, però, non è (stata) letta, nonostante la libertà di cui alla fine, e giustamente, tutti godiamo. I tempi cambiano. Oggi non siamo più all’epoca della Riforma (o di ogni altra riforma tesa a tornare al cristianesimo descritto nel N.T.); siamo nell’età di Internet, dei mezzi di comunicazione spiccioli, e via dicendo; siamo ai tempi della propaganda per la quale è assai più importante apparire che essere.

Comunque, bene ha fatto il Papa, che conosce i suoi fedeli, a invitare a leggere e a praticare la Parola di Dio. Meglio sarebbe stato, però, se si fosse spogliato, pubblicamente e per sempre, come fece il suo caro Francesco d’Assisi, delle sue prerogative, basate non sulla Bibbia ma sulla forza della tradizione storica.

La Parola di Dio permane in eterno, mentre i Papi passano, più o meno lentamente, uno alla volta, o forse, addirittura, due insieme …

Arrigo Corazza

Ignoranza ed errore

15 marzo 2014

 

Il cristianesimo di cui parla la Bibbia, è stato modificato lentamente a causa delle continue e varie innovazioni dottrinali e culturali apportate dall’uomo nel corso dei secoli.

 

* * *

 

Quando ci chiediamo quali siano i motivi che hanno determinato il passaggio dalla sana dottrina di Cristo (manifestata nel N.T.) ad altre forme di comunicazione religiosa propugnate da falsi profeti e falsi cristi, la risposta è semplice: da Gesù alla volontà umana si è giunti perché i cristiani spesso dimenticano o ignorano la Parola di Dio. Interrogato da alcuni Sadducei (che non credevano nella risurrezione), Gesù evidenziò il loro errore: «Voi errate perché non conoscete né le Scritture, né la potenza di Dio» (Mt 22:28). Per “Scritture” qui il Signore intende l’A.T. Ma il principio resta valido anche oggi. Come i Giudei contemporanei di Gesù avevano la legge divina da osservare (cfr. Lc 16:29), così noi oggi possediamo il Nuovo Patto, instaurato da Gesù mediante il Suo sangue.

 

CONOSCERE LA PAROLA DI DIO (LA BIBBIA) SIGNIFICA CONOSCERE CRISTO

Conoscere Dio significa conoscere la sua Parola, che è Gesù Cristo, massima espressione della rivelazione divina (cfr. Gv 1:1- 18; Col 2:9). Cristo ha assunto la natura umana, soffrendo per la salvezza del genere umano (cfr. Fil 2:5ss) e ponendo le basi di un edificio indistruttibile: la Chiesa (Mt 16:18ss). E la Chiesa, fin dal suo primo apparire, ha trovato le sue origini nella volontà e nei comandamenti del Gesù, espressi al mondo mediante l’opera apostolica. Cristo è via, verità e vita; gli apostoli, pieni dello Spirito Santo (cfr. Gv 14:16,17,26; 15:26-27; 16:7-15), sono gli ambasciatori di Cristo che hanno rivelato tutta la verità divina. Secondo At 1:21-22, essi non hanno avuto (né avranno mai) successori. È proprio difficile capire questa realtà religiosa? Sembrerebbe di no. Basta infatti una lettura rapida del N.T. per comprendere la straordinaria potenza ed unicità del messaggio di Gesù. Non occorre certo essere dotati di un intelletto superiore per comprendere che di là da Cristo non c’è nulla. Si valica il confine tracciato da Cristo soltanto quando si dimentica la realtà e la funzione di nostro Signore.

Per quanto riguarda il cristianesimo di cui parla la Bibbia, esso è stato modificato lentamente a causa delle continue e varie innovazioni dottrinali e culturali apportate dall’uomo nel corso dei secoli. Eppure, tra verità e menzogna esiste un abisso. La verità è Cristo, mentre la menzogna è Satana, che si traveste da angelo di luce (2Cor 11:14), che ben conosce e adopera le suggestioni della Sacra Scrittura (cfr. Mt 4). Com’è possibile, allora, che questo abisso sia stato progressivamente colmato? Semplicemente a causa dell’ignoranza sempre regnante circa le cose e i pensieri di Dio.

 

IGNORANZA

I membri della Chiesa di Cristo si defiscono cristiani e solo cristiani (At 11:26). Ciò è giusto, giacché nessun’altra denominazione è nota dalla Bibbia. I membri della Chiesa di Cristo danno l’impressione di conoscere la Parola di Dio; ma siamo davvero sicuri che tutti i cristiani siano sufficientemente preparati ad assolvere il compito dell’annuncio e della difesa del Vangelo (Fil 1:16)? Purtroppo, c’è da sospettare che non sia sempre così. Questo può portare alla fine della Chiesa e alla dannazione eterna della nostra anima. Inoltre, quest’ignoranza biblica non è un buon segno. All’opposto, essa induce a pensare che, nelle Chiese, si potrebbe vivere un momento particolarmente pericoloso.

I discepoli di Cristo hanno l’obbligo di studiare la volontà del Padre e di metterla in pratica, se vogliono essere veramente discepoli del Figlio, che ha dato un mirabile esempio di ubbidienza e fedeltà al Padre, sino alla fine, sino alla morte di croce (Fil 2:5ss). Il cristianesimo ha poco da spartire con le teorie, esigendo più che altro l’applicazione pratica della Parola di Dio, cioè una testimonianza quotidiana e caritatevole della verità di Cristo: «Questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti e i suoi comandamenti non sono gravosi» (1Gv 5:3; vedi anche Mt 7:21). Il cristiano ha sempre il dovere di chiedersi quanto stia dando e dedicando al Signore Dio: gli spiccioli della vita oppure la vita stessa? A ben guardare, la differenza è tanta.

Arrigo Corazza

 

Errori dell’ecumenismo

15 marzo 2014

 

Nell’ambito del “cristianesimo”, da un po’ di tempo a questa parte, è di gran moda il parlare “positivo”, ossia incoraggiare il prossimo ad avere una visione ottimistica della vita, volta al raggiungimento degli obiettivi che ci si prefissa con una leggerezza di spirito e di attitudine che prima non si possedeva. Di solito, il parlare “positivo” inietta nell’interlocutore una straordinaria dose di coraggio e di “carica”, per la quale tutto sembra più facile di quanto effettivamente sia.

Il parlare “positivo” reca, come molti altri aspetti della vita, un lato buono ed uno negativo: il lato negativo è messo da parte, mentre quello buono viene magnificato. Ma con quale risultato? Con il risultato che, alla lunga, quando si presentano taluni problemi – di cui non si è volutamente parlato a tempo debito –, si è impreparati ad affrontarli e superarli.

Questo tipo di linguaggio è assai diffuso nel movimento ecumenico, che tende a fare del cosiddetto “cristianesimo” un’immensa famiglia, nella quale le differenze vengono sottaciute. Si tende a magnificare solo ciò che “unisce”, dimenticando quello che “disunisce”. Cerchiamo di andare più a fondo nella questione.

 

L’ECUMENISMO

L’ecumenismo è il tentativo pacifico di unire i credenti in Cristo, nonostante le loro dichiarate e marcate differenze. In altre parole, unità nella diversità dottrinale. Non è difficile capire che, in realtà, si tratta della più atroce e diffusa menzogna circolante nella cristianità, giacché la realtà è ben altra, come vedremo.

Il cristiano secondo il N.T. non può credere all’ecumenismo quale viene attualmente propugnato dai capi delle confessioni religiose che rimontano a Cristo. Per il cristiano, l’unico ecumenismo valido è quello che prevede l’unità nella verità, che porta a essere davvero uniti per mezzo della sola Parola di Dio. Non esistono altre soluzioni. Il vero problema dell’ecumenismo è individuare quale siadove stia l’autorità per il credente: basta la Bibbia, cioè la Parola di Dio, oppure occorre volgersi a ciò che Dio non ha specificato, lasciando in tal caso la porta aperta ad ogni innovazione?

 

L’INGANNEVOLE LINGUAGGIO DELL’ECUMENISMO

L’ecumenismo ha una forza propria dichiarata: ricerca dell’unità a tutti i costi. Questa è la presunta positività dell’ecumenismo, che dà di sé un’immagine irenica, come se ci trovassimo ancora nel giardino di Eden prima del peccato di Adamo ed Eva. La ricerca ossessiva dell’unità (nonostante le evidenti diversità) non vuole ostacoli o bastoni tra le ruote. Se qualcuno tenta d’impostare un discorso dottrinale, basato sulla Parola di Dio, allora si parla di “negatività”, di “atteggiamento poco costruttivo”, e così via.

 

TRISTI EFFETTI DEL PARLARE ECUMENICO

È evidente che, con il passare del tempo, questo modo di pensare, che si riflette poi nel modo di parlare e di porgere agli altri il vangelo di Gesù Cristo, lascerà segni assai pesanti nella vita del cristiano e delle Chiese. L’identità della Chiesa di Cristo verrà meno per lasciare il passo alle filosofie e al gusto degli uomini, che adatteranno la propria vita al mondo e non al Signore. La società si rivelerà più forte della Parola, in nome di una falsa soluzione di problemi assolutamente fondamentali per arrivare al Paradiso con il Signore.

 

CATTIVI RISULTATI DELL’ECUMENISMO

Abbiamo visto quanto falso e ingannevole si riveli il modo di parlare “positivo” tipico dell’ecumenismo, quale viene attualmente impostato dai rappresentanti delle confessioni religiose aderenti a questo movimento di pensiero. Ricordiamo ancora che l’ecumenismo cerca di risolvere i numerosi e profondi problemi che dividono la cristianità in nome dell’unità nella diversità, mentre la Scrittura parla di unità nella verità. Il parlare “positivo” significa, allora, imporre il proprio punto di vista, a scapito di una valutazione globale di tutte le componenti del cristianesimo. Tale mancata valutazione generale farà sì che le gravi questioni non affrontate onde evitare di “scandalizzare” l’altro, prima o dopo emergeranno distruggendo quel che si è tentato di costruire. Il parlare “positivo” tende a distruggere il parlare nella verità. Ciò è sbagliato. Il modo di parlare “positivo” degli ecumenici si è certo infiltrato nelle Chiese di Cristo, creando guai. Vediamone alcuni.

 

L’ERRORE NON VERRÀ CONDANNATO

«Guai a parlare dei problemi!» afferma il fautore del linguaggio “positivo”. Se così fosse, chi riuscirebbe più a salvare chi cade in errore? In questo caso, si contravviene a quanto Paolo comanda a Timoteo (2Tm 2:24-26; 4:1-4).

 

IL N.T. NON SARÀ PIÙ L’UNICO MODELLO DI AUTORITÀ

Se il cristiano e la Chiesa adattano la predicazione del Vangelo ai fratelli in errore, e non viceversa, allora il modello di autorità cui rifarsi sarà rappresentato dall’uomo e non dalla Parola di Dio (Ef 4:1-6; 2Tm3:16-17). I fratelli di Gesù non parleranno più come se stessero annunciando gli oracoli di Dio (1Pt 4:11).

 

ESEMPI INDEGNI SARANNO SEGUITI

Avere un approccio positivo non significa consentire al peccato e ai cattivi esempi che esso reca nella vita del credente (cfr. Gal 2:11-14; 2Gv 9- 11). Se così facessimo, accetteremmo proprio ciò che dobbiamo condannare nel santo nome di Cristo (1Cor 5; 2Ts 3:6; Ap 2:14-16).

 

SI CREERÀ UN AMBIENTE IN CUI LE DIFFERENZE NON VERRANNO DISCUSSE

Se non dovessimo mai parlare delle differenze tra ciò che l’uomo fa e ciò che la Parola di Dio dice che l’uomo debba fare – cioè, se non parlassimo del peccato –, sarebbe affatto inutile: 1) essere cristiani; 2) parlare di ravvedimento (il quale implica la chiara differenza rispetto a quello che si era prima di conoscere il Cristo; cfr. At 8:18-22; Gc 5:19-20); 3) esortare alla perseveranza nella verità. Perché sussista vera comunione, le differenze vanno affrontate e risolte soltanto alla luce della Bibbia (At 15:1ss; 17:11-12).

 

SI SPALANCHERÀ LA PORTA AI COMPROMESSI E AD OGNI DOTTRINA

Si pensi a cosa accadrebbe se non si dovesse più parlare di differenze tra l’uomo e Dio, tra la Parola di Dio e la dottrina umana, tra la verità e le tradizioni … Le chiese diventerebbero non solo un’immensa fabbrica di nuove dottrine, ma anche una pericolosissima fonte di errore. Ma, per il cristiano secondo il Nuovo Patto, non deve essere così. Infatti, bisogna chiudere la porta ad ogni tipo di compromesso e ad ogni falsa dottrina (Gal 5:9; 2Tm 3:13). Il dono più straordinario che Dio abbia concesso al genere umano è la libertà in Cristo (Gv 8:31-32): essa esige che si diventi schiavi solo di lui, e mai di alcun uomo (Gal 1:10). Alla comunione eterna si potrà giungere non con il compromesso, ma solo attraverso la fede in Cristo e la pratica della sua Parola. Accanto al dono divino della libertà, che è poi schiavitù in Cristo, deve giacere il bellissimo segno dell’identità in lui. I cristiani secondo il N.T. devono sempre sforzarsi allo scopo di non perdere mai questa identità.

Arrigo Corazza

 

Vangelo velato (2Cor 4:3-6)

7 marzo 2014

 

«Se il nostro vangelo è ancora velato, è velato per quelli che sono sulla via della perdizione, per gli increduli, ai quali il dio di questo mondo ha accecato le menti, perché non risplenda loro la luce del Vangelo della gloria di Cristo, che è l’immagine di Dio … Quanto a noi, ci dichiariamo vostri servi per amore di Gesù, perché il Dio che disse: “Splenda la luce tra le tenebre”, è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza» (2Corinzi 4:3-6).

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!”, entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 7:21).

«Ma alzati [Paolo] e sta in piedi perché per questo io [Gesù] ti sono apparso: per farti ministro e testimone delle cose che hai viste, e di quelle per le quali ti apparirò ancora, liberandoti da questo popolo e dalle nazioni, alle quali ti mando per aprire loro gli occhi, affinché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ricevano, per la fede in me, il perdono dei peccati e la loro parte di eredità tra i santificati» (Atti 26:16-18).

«Noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù quale Signore» (2Corinzi 4:5).

 

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Non esiste probabilmente cristiano il quale non abbia fatto almeno una volta la seguente considerazione: «Com’è possibile che la gente non riesca a credere le verità fondamentali del Vangelo, che sono esposte in maniera così semplice e chiara?». Non c’è membro della Chiesa di Cristo che non si sia, cioè, domandato come mai coloro che leggono la Parola di Dio non riescano a “squarciare” quel velo che sembra in qualche modo impedire loro una visione perfetta e indiscutibile della volontà di Dio.

A ben guardare, si tratta di un problema così antico come la stessa rivelazione di Dio. Attraverso l’apostolo Paolo, lo Spirito Santo diede la Sua spiegazione: «Se il nostro Vangelo è ancora velato è velato per quelli che sono sulla via della perdizione, per gli increduli, ai quali l’iddio di questo secolo ha accecato le menti» (2Cor 4:3). In conformità a tale verso, va compreso che alla luce di Dio si contrappone il filtro satanico che distorce e confonde, impedendo l’osservazione salutare delle cose celesti.

Quando i cristiani si meravigliano perché qualunque “strano” movimento a carattere religioso possa fare tanti proseliti, nonostante gli errori evidenti del loro insegnamento oppure le grossolane deviazioni da quel che è scritto nella Parola del Signore, mentre la Chiesa di Dio boccheggia faticosamente per ogni dove in cerca di qualcuno da salvare, sembra opportuno e necessario rammentare alcune pregiudiziali poste dal Salvatore al “successo” dei Suoi seguaci. Il Signore Gesù disse: «Dimorate in me, ed io dimorerò in voi» (Gv 15:4). La promessa di Cristo è chiaramente indicativa del fatto che se rispettiamo la Sua autorità, se ci atteniamo a quello che Lui vuole, se non Lo scavalchiamo nelle decisioni e nelle programmazioni, allora Egli sarà con noi, sempre, sino alla fine dell’età presente (Mt 28:18-20). I figli di Dio non sono soltanto quelli che Lo chiamano «Signore, Signore», ma quelli che fanno la Sua volontà (Mt 7:21). I seguaci del Signore, quelli che Lui riconoscerà alla fine, sono quelli che camminano seguendo i Suoi precetti e non quelli degli uomini (Mt 15:9). E questo è difficile, perché gli uomini propongono le loro allettanti verità. «Non possiamo nulla contro la verità; quel che possiamo è per la verità» (2Cor 13:8). Di certo, non saranno i contorcimenti umani della Parola, né la nostra sapienza a far diventare vero ciò che è falso. Ricordiamolo.

Alessandro Corazza (Roma, 1978)

Difendere la fede

19 febbraio 2014

«Sono incaricato della difesa del Vangelo» (Filippesi 1:16).

«Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene? Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate; ma glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni. Tuttavia, fatelo con mansuetudine e rispetto, e avendo la coscienza pulita, affinché quando sparlano di voi, rimangano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo. Infatti, è meglio che soffriate per aver fatto il bene, se tale è la volontà di Dio, che per aver fatto il male» (1Pietro 3:12-17).

«Desidero che sappiate, fratelli, che quanto mi è accaduto ha contribuito assai al progresso del vangelo, al punto che a tutti quelli del pretorio e a tutti gli altri è divenuto noto che sono in catene per Cristo; è così che la maggioranza dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene hanno avuto più ardire nell’annunciare senza paura la Parola di Dio» (Filippesi 1:12-15)

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Il cristianesimo non esisterebbe più se i cristiani non lo difendessero con amore e competenza.

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Spiace constatare che, troppo spesso, il credente in Cristo è portato, da un lato, a non approfondire i motivi che lo hanno spinto a diventare tale e, dall’altro, a non difendere la Parola di Dio. Il mondo che circonda il cristiano è contrario alla salvezza e all’ambito divino del quale anche noi facciamo parte grazie alla fede in Gesù Salvatore. Il mondo che ci circonda, vittima di Satana, attacca sempre e volentieri la bontà e la veridicità della Bibbia, cercando in tutti i modi di minarne alle fondamenta il valore presso i peccatori.

Spetta allora al cristiano fare precisa opera di difesa della fede. Quest’opera è tanto importante quanto l’evangelizzazione. È una vera e propria disgrazia che talvolta il cristiano non comprenda a fondo l’importanza di questa difesa. Se andiamo a guardare nella storia, possiamo dire che il cristianesimo non sarebbe esistito se, fin dal principio, i cristiani non avessero lottato per la difesa del Vangelo. È dunque necessario pregare perché tutti quanti i credenti possano sentirsi incoraggiati a lottare per la fede una volta per sempre tramandata ai santi (Gd 3). Difendere la fede, inoltre, è un comando scritturale così valido come altri precetti del Signore. Oltre a Gd 3, soffermiamoci di passata su altri due versetti.

 

1PIETRO 3:15

In questo passo l’apostolo Pietro ci comanda di essere sempre pronti a dare una risposta a tutti coloro che chiedono spiegazione della fede che alberga in noi. È dunque della massima importanza per noi sapere perché siamo diventati cristiani e come si continua a esserlo, allo scopo di comunicarlo ad altri desiderosi di saperlo.

 

FILIPPESI 1:16

Qui Paolo afferma di essere stato incaricato della difesa del Vangelo di Cristo. Tutta la sua vita fu dedicata a questo scopo, al punto tale da soffrire pene indicibili e da morirne anzitempo (vedi 2Cor 11:23-33, e 2Tm4:6-18). Fino a che punto arriva la dedizione dei cristiani? Sarebbero capaci di soffrire per Dio?

 

L’APOLOGETICA

In 1Pt 3:15 e in Fil 1:16 viene impiegata la parola greca apologhìa, che significa “difesa”. L’apologetica è la scienza rivolta a dimostrare i fondamenti del cristianesimo e a difenderli contro errori e obiezioni. L’apologetica si dedica alla difesa sistematica, razionale e scritturale della religione istituita da Dio in Cristo. Il singolo cristiano è dunque chiamato a difendere la fede scritturale dagli attacchi esterni. Per di più, anche gli stessi credenti sono portati ad avere dubbi, più o meno estesi, nel cammino della loro fede. Ma, certamente, i pericoli più gravi e gli attacchi più decisi vengono portati dal sistema ateo nel quale, purtroppo, viviamo tutti i giorni della nostra vita. I mezzi di comunicazione (radio, giornali, televisione) e la scuola si rendono portavoce delle teorie o ipotesi evoluzionistiche, della concezione atea dell’universo, della moralità dipendente da cause contingenti, storiche e non dalla Parola di Dio (oggi l’uomo pensa secondo una determinata moralità, più o meno scritturale, ma domani cosa accadrà? Non dimentichiamo quanto è accaduto recentemente, nel terribile Novecento). Certamente il compito che aspetta i cristiani d’ogni tempo e luogo è assai difficile: infatti non è possibile provare scientificamente né l’esistenza di Dio né la creazione divina di tutte le cose, specie del genere umano (“provare scientificamente” significa trovare in laboratorio le leggi che regolano un determinato fenomeno e riprodurlo conseguentemente). Possiamo tuttavia dimostrare che, in base alla ragione, si rivela più normale credere nell’esistenza di un Essere supremo regolatore perfetto di tutta la perfetta natura, piuttosto che postulare l’origine di tutte le cose dalla materia priva d’intelligenza, e così via.

Per far questo occorre studiare la Parola, prepararsi il più possibile in tutti i campi, ritenere sempre a mente i concetti imparati, per esporli con la massima chiarezza e semplicità a quanti desiderano ascoltare le nostre valutazioni basate sulla Parola di Dio. Dunque, dobbiamo apprendere i fatti o le evidenze del cristianesimo, soppesarle, portarle con chiarezza all’attenzione altrui, invocando la nostra onestà e quella di chi ci ascolta, cercando cioè di superare nel modo più brillante i pregiudizi annidati nella nostra e nell’altrui mente. Solo così si potranno chiarire le cose di Dio. Inoltre, la migliore difesa del cristianesimo è data dal comportamento del cristiano, comportamento che deve essere sempre onesto, pulito, lineare, disciplinato, alieno da ogni violenza.

Arrigo Corazza

Lo stile di Gesù (Mc 10:17-22)

16 novembre 2013

 

Nelle Chiese di Cristo si discute assai spesso sull’evangelizzazione, che è il vero obiettivo dell’esistenza individuale e collettiva dei cristiani (1Cor 1:23). Si discute perché pare che non si sia ancora capito come predicare e, soprattutto, quale stile adottare nel portare la Parola di Dio. Disgraziatamente, sembra che, in proposito, diversi cristiani abbiano davvero perso la bussola, dandosi allegramente al liberalismo più sfrenato e consentendo l’immissione di dottrine e modi di fare umani e non scritturali. Questa è una gravissima disgrazia, che annienterà la Chiesa, sempre che non s’intervenga per tempo, Bibbia alla mano, e con estrema decisione al fine di sistemare le cose. Purtroppo, un buon numero di cristiani si è dato al liberalismo per il semplice motivo che la sana, santa e decisa predicazione del Vangelo né paga, né soddisfa. Non paga, sia chiaro, da un punto di vista meramente umano. Infatti, i risultati (il grande numero) non sembrano arrivare. La gente è più interessata ai modi e ai sistemi degli uomini piuttosto che ai modi e ai sistemi di Dio. Si pensa che, essere pochi ma buoni, non sia più sufficiente. Allora si fa qualunque cosa pur di riempire le sale di riunione, vantando poi un grandissimo risultato. Che poi non è tale. Si tratta solo di gloria umana, né più né meno. Con il tempo, la gloria dell’uomo si affloscerà, e i cristiani si troveranno soli, senza il Signore, assai indignato per il loro comportamento ambiguo e poco fedele.

Dobbiamo ben guardarci dall’uniformare al mondo il modo di essere e di porgere il Vangelo, seguendo piuttosto lo stile di Cristo. Il quale, predicando forse per tre anni tra la sua gente, ha certamente e solamente operato per il bene di ciascun ascoltatore, ma senza forzature, senza obblighi, soprattutto senza cedimenti nei confronti della verità divina, di cui egli è unico e definitivo portatore. E altrettanto dovremmo fare noi. L’episodio del giovane ricco descritto in Mc10:17-22 ci fa davvero capire molte cose. È un episodio che va decifrato nelle sue sfumature, anche le più sottili. Guardiamo al giovane che corre verso Gesù pieno di buona volontà, inginocchiandosi dinanzi a lui per porgli la fondamentale domanda: «Che cosa bisogna fare per essere salvati, per ottenere la vita eterna?». È un giovane Ebreo che parla a un altro Ebreo, Gesù, che gli risponde esattamente come un Ebreo avrebbe dovuto: «Rispetta la legge mosaica». Ma il giovane, quasi sorpreso e annoiato, replica di averlo già fatto. E forse conclude dentro di sé che il Nazareno, tutto sommato, non gli ha detto proprio nulla di nuovo.

Gesù il Nazareno, allora, gli chiede di dare via il proprio tesoro. Qual è il tesoro del giovane? Dio, per caso? Nient’affatto: le ricchezze. Il giovane abbandona la scena, assai amareggiato. Egli non torna indietro, né Gesù lo cerca, lo rincorre, lo abbranca. In questo caso non opera miracoli, il Nazareno; non obbliga nessuno, il Nazareno; non si piega dinanzi all’incredulità dell’uomo, il Nazareno. Chi non vuole ubbidire di tutto cuore e pienamente al Padre, non ha cittadinanza nel Regno. C’è ben poco da fare. È una pianta che non reggerà: prima o dopo sarà sradicata. Pertanto, si rivela inutile inserirla in un campo riservato agli spiriti buoni ed eletti che desiderano ardentemente ereditare la salvezza.

In questo brano contano le sfumature, come abbiamo detto. Guarda al verso 21: Gesù, in procinto di dare la stoccata al cuore del giovane ricco, lo scruta nel profondo, l’ama e gli parla. Tre atti in sequenza; tre atti fondamentali. Gesù guarda il viso di tutti noi e capisce esattamente che cosa alberghi in noi; Gesù ci ama, sebbene siamo quel che siamo; Gesù ci annuncia la Parola di Dio, la verità eterna (Gv 17:17). Allora, questa è la maniera di fare, questo è lo stile di nostro Signore, il quale chiede al ricco di: 1) agire («Va’»; 2) cedere il suo tesoro; 3) conseguire un tesoro celeste; 4) andare a lui; 5) seguirlo. Purtroppo, il giovane rimane rattristato da quella parola. Quale errore! Noi cristiani, piuttosto, nel predicare il Vangelo preoccupiamoci sempre di seguire unicamente il modo e lo stile di Gesù, senza guardare se saremo pochi o tanti. Quel che conta è essere sempre e solo con lui.

Arrigo Corazza